mercoledì 21 febbraio 2018

Tommaso Romano, "Profili da Medaglia" (Ed. Thule)

di Giuseppe Bagnasco

Dopo “Incontri e profili di siciliani e non” (Ed. Arianna, Geraci Siculo 2010), il filosofo Tommaso Romano, prestato per l’occorso alla saggistica, per la collana “Ammirate biografie”, torna a riproporci la seconda di una probabile trilogia, come è nel suo costume, dal titolo “Profili da medaglia” (Ed. Fondazione Thule Cultura, Palermo 2017). Un pregevole lavoro questo che si distingue dal primo per una particolare attenzione infrapposta da cenni personalistici per essere stato egli stesso testimone-attore di alcuni eventi che ebbe a condividere con alcuni grandi profili presenti in questa “galleria” di illustri. Illustri, chiariamo subito, appartenenti al pensiero libero e non massificato da una ideologia che in nome di una libertà, estesasi finanche all’ingegneria genetica, sta letteralmente stravolgendo un mondo che niente ha più in comune con quello costruito dall’uomo mediterraneo nel corso di una civiltà millenaria.  Tommaso Romano di questi trentanove profili, non fa solo un ricordo di vite, ma li arricchisce con personali aneddoti e non solo. Una “galleria”, dicevamo, di personaggi di grande levatura di cui Romano delinea distinti profili che vanno dall’anagrafico alla storicizzazione di momenti salienti, dalle pubblicazioni agli incarichi di responsabilità politico-editoriali. Personaggi che hanno in comune la preservazione dell’ordine, del senso dell’onore, dell’appartenenza alla cultura della classicità, delle fondamenta del diritto, della conservazione della Tradizione. Una “galleria” biografica di “illustri” appartenenti alla “Destra” postbellica e repubblicana che ebbe in Giorgio Almirante il suo più fulgido ed eminente esponente. Poteva essere esposta questa collana in ordine cronologico per gli incontri avuti nel tempo dall’Autore e per le dirette conoscenze acquisite nell’arco della vita. Ma ciò avrebbe comportato il rischio di un esercizio agiografico per il Nostro che invece ne rifugge mantenendo un sapiente equilibrio tra una asettica biografia e il colore aneddotico che la tempera. Dei tanti, dei quali non possiamo riportarne i tratti più marcati e meritevoli d’essere assunti, a parere nostro, solo in quattro meritano la palma del salvataggio, nella nuotata della memoria, come asserisce Gennaro Malgieri nella pregevole prefazione. Nell’ordine: il rumeno Mircea Eliade, l’italiano (palermitano di Cinisi) Julius Evola, il tedesco Ernst Jünger e lo spagnolo Elias de Tejada. Tutti riconducibili al pensiero cattolico-tradizionalista di stampo internazionale ad alcuni dei quali Romano riconosce la personale uscita dal nostalgismo e l’ingresso nella fede della Trascendenza del Dio Creatore. “Profili da medaglia” quindi, in definitiva, non è solo un casellario biografico ma un lavoro a metà tra un resoconto storico-biografico e un diario personale. In esso l’Autore srotola il filo di una memoria davvero sagace se a distanza, per alcuni profili, di 40 e più anni, riesce a far emergere particolari tanto minuti quanto interessanti, quasi piccoli scoop, come il colore della sua 127 celestina o le irrituali e gioiose cene di Mondello. E adesso un cenno alla copertina. Emblematica come sempre. E’ la scena di un cenacolo, un “nuntio vobis”, di grandi uomini, dallo storico al sociologo, dal filosofo al saggista. Vi scorgiamo in sequel da sinistra, Ernst Jünger, Rosario Romeo, Tommaso Romano, Nino Muccioli, Vittorio Vettori e Gennaro Malgieri ospiti nel salotto di Luigi Maniscalco Basile e dove, ritratti nella foto di Labbruzzo, il primo e l’ultimo sono di particolare rilievo per il presente volume in quanto del primo in questo febbraio se ne ricorda il ventennale della scomparsa, e del secondo la presente dotta, pregevole prefazione. Ma non solo. Ernst Jünger compare anche nella medaglia in quarta di copertina quasi a emblema semantica del titolo. A lui l’Autore dedica più di un canonico spazio nel volume, decantandone le qualità di uomo di autentico stile. Un uomo libero, un entomologo illustre, un poeta, un maestro di vita e di pensiero del quale il Romano confessa parlando del suo soggiorno palermitano, di farlo quasi con timore reverenziale giacché ritenuto “nel tempo senza tempo…fra i grandi scrittori e interpreti privilegiati del Novecento”. Infine, quasi come una postfazione, il puntuale saggio di Maria Patrizia Allotta. Un saggio che appare come un piccolo “pantheon” che racchiude tutte le attività saggistiche di Tommaso Romano nel suo cammino sullo studio della Biografia come scienza, come da lui definita, avente lo scopo di ricostruire tramite il racconto della vita di un “illustre”, il processo socio-politico-antropologico della società in cui è vissuto. Un “pantheon” dove in “consecutio” di tempo si snodano gli eccellenti saggi che vanno dalla “Collezione del Mosaicosmo” ai volumi “Luce del pensiero”, da “Centodestre…” a quello di “Antimoderni e critici della modernità in Sicilia...” fino, nel suo ultimo incarico istituzionale, alla sublimale ideazione e realizzazione dell’Archivio Biografico Comunale di Palermo. Un percorso, conclude l’Allotta, da dove traspare l’”irripetibilità del singolo”, giacché ogni uomo, nella teoria romaniana, è una singola e irripetibile tessera nel “Mosaico cosmico”. Affermazione quanto mai attuale nel momento in cui in Cina recentemente è stata clonata una scimmietta. Riproduzione contro natura di laboratorio che sottolinea quanto sia impossibile la clonazione dell’anima. A conclusione di queste note sulle biografie da medaglia, la conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, di come e di quanto l’uomo abbia bisogna della memoria giacché in fondo, la memoria non è che un mezzo per colloquiare col passato. E Tommaso Romano lo fa ancora una volta con equilibrio ed eleganza trattandosi nello specifico di uno spaccato della cultura di una parte troppo spesso data all’ostracismo da una “intellighenzia” prevaricatrice e ottusa. E questo volume ne rende giustizia poiché i valori nella loro accezione più nobile, sono universali e vivono “nel tempo…senza tempo”.

da: "Il Settimanale di Bagheria" n. 780, 25 Marzo 2018

Tommaso Romano, "Profili da Medaglia" (Ed. Thule)

di Salvo Messina

Profili da Medaglia” è l’ultima fatica letteraria di Tommaso Romano (Edizioni Thule – Collana: Ammirate biografie). Incontri determinanti con personaggi straordinari: Evola, Jünger, Fanelli, Falcone Lucifero, Accame, Francisco Elias de Tejada, Zolla, e altri profili con una introduzione di Gennaro Malgieri.
Dal verbo “suchen” (cercare) i tedeschi fanno il participio presente, “suchend” e lo usano sostantivato “der suchende” (colui che cerca) per designare quegli uomini che non si accontentano della superficie delle cose, ma di ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare in fondo, e rendersi conto di se stessi, del mondo, dei rapporti che tra loro e il mondo intercorrono. Quel “cercare-ricercare” è una componente peculiare di Romano che con grande sensibilità e rara capacità di sintesi, mette insieme in queste pagine personaggi con cui ha intessuto colloqui più o meno intensi a margine di un’attività editoriale improntata alla riscoperta della vitalità della Tradizione sottraendosi all’inquinamento della modernità. Ogni capitolo rappresenta un ritratto, ovvero una fonte di ispirazione e di interpretazione critica della modernità. Un volume che non propone sterili ricordi e aneddoti ma costituisce la sintesi di un’iniziazione ragionata interiorizzata che ha avuto protagonisti i personaggi biografati, le loro opere e molte letture che hanno arricchito la formazione intellettuale dell’autore. La strada che lo ha portato a riconoscere la verità nella milizia scomoda volta ad affermare costantemente la ragione della “buona battaglia”. “Ed a essa – come sottolinea Gennaro Malgieri – ha dedicato tutta la sua esistenza come scrittore, editore, animatore culturale, attivo protagonista della vita pubblica civile e politica”. Questo libro, è l’autobiografia intellettuale di un generoso interprete della Tradizione che evidenzia un diverso modo di accostarsi alla sofferta e psicologizzata visuale cosmica della nostra generazione intellettuale, visuale che proclama il desiderio e al contempo soffre la letale dissoluzione dei confini dell’ego.

da:   www.sicilia20news.it

martedì 20 febbraio 2018

L'antisemitismo italiano e le leggi razziali contro gli ebrei

di Domenico Bonvegna

Nella giornata della memoria ogni anno si assiste al solito profluvio di interventi intrisi di tanta retorica, addirittura mi è capitato di vedere su Rai 3 un apposito programma di giochi a quiz, sull'olocausto. Sicuramente l'intervento che ha sollevato qualche clamore, è stato quello del presidente Mattarella che ha presentato il fascismo italiano come male assoluto, a cominciare dalle leggi razziali contro gli ebrei. Certo qui nessuno vuole giustificare gli errori storici del fascismo, in particolare, l'orrore delle leggi razziali, ma“E’ triste dover constatare che ancora oggi, dopo ben 42 anni e nonostante molto altro lavoro di storici seri e importanti, la lezione di Renzo de Felice non sia stata compresa [...]Ancora una volta l’invettiva di carattere politico prevale sull’analisi e sul giudizio storico confondendo tutto in un’unica sentenza confusa ed integralista””.(Massimo Weilbacher, “Guerre contro il tempo/ Gli anatemi di Mattarella e la lezione di Renzo De Felice”, 27.1.18, Destra.it)
Per avere qualche risposta storica in più che non sia quella suggerita dai talk show,  ho dato un'occhiata a un volumetto,“catturato” da poco nel solito outlet librario milanese, scritto da uno storico Romano Canosa, “A Caccia di ebrei”, Le Scie-Mondadori,  (2006). Sottotitolo: “Mussolini, Preziosi e l'antisemitismo fascista”.
Il testo, soprattutto in alcuni capitoli, offre argomenti che potrebbero arricchire un vero e serio dibattito storico.
Il testo di Canosa a margine della questione ebraica italiana, ruota intorno alla vita politica di una figura alquanto misteriosa e poco conosciuta, un certo Giovanni Preziosi, un campano, ex religioso, uomo di pensiero, che per tutta la sua vita si è concentrato sul problema dell'”Internazionale ebraica” operante in Italia. Attraverso la sua rivista “La vita Italiana”, divenne l'uomo politico più antisemita in Italia. Anche se guardando la sua carriera di antisemita,“sembra possa dirsi che egli fu sempre assai lontano dai 'deliri' tipici di altre persone e di altri luoghi. Gli furono infatti estranee le fantasie mitico-razziali alle quali si abbandonarono ad esempio un Chamberlain o lo stesso Rosemberg”. Per quanto riguarda il “delirio”, si trattò sempre e comunque di un “delirio 'a bassa intensità'”. Anche se basava le sue teorie sull'antisemitismo sui “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, rivelatesi poi un falso storico.
Successivamente Preziosi si legò al gerarca fascista Roberto Farinacci, diventando il nume tutelare dell'antisemitismo, per molto tempo fu ignorato dal duce, soltanto durante la guerra ha ottenuto la sua attenzione con la nomina a Ispettore Generale per la razza. Piuttosto il nostro aveva rapporti diretti con i gerarchi nazisti, da Goebbels a Rosemberg fino allo stesso Hitler.
Nel testo di Canosa emerge chiaramente come la questione dell'ebraismo, era molto sentita in quegli anni, non tanto in Italia, ma nel resto dell'Europa. Sono interessanti a questo riguardo alcuni articoli pubblicati sulla rivista dei gesuiti,“La Civiltà Cattolica”. E comunque per restare all'Italia, secondo Canosa,“le tracce di antisemitismo, pure presenti in misura trascurabile nel pensiero liberale di fine secolo e in misura maggiore in quello cattolico, non furono mai tali che sulla loro base potessero sorgere e affermarsi teorie razzistiche antiebraiche di una qualche presa e pericolosità”.
Pertanto secondo Canosa,“sembrava un'impresa impossibile da realizzare quella di costruire un antisemitismo italiano degno di considerazione”.
Tuttavia se si vuole fare un po' di storia dell'antisemitismo italiano, nel IV capitolo, Canosa dà conto di quello che era successo in Italia, tra l'Ottocento e il Novecento e pare che la sola forma di antisemitismo, anche se lontano dalle forme estreme presenti in altre parti dell'Europa, fosse quello cattolico, almeno da quello che ha notato Renzo De Felice. Non si sa se questo sia dovuto allo scarso peso demografico degli ebrei in Italia (tra le 35 mila e le 40 mila persone) o perché non avessero mai occupato un posto di primo piano nella vita economico-politica del paese.
Fu durante il pontificato di Leone XIII che si intensificò un certo attacco della stampa cattolica contro gli ebrei, associandoli ai massoni. In primo piano c'era La Civiltà Cattolica che ha riservato almeno per un decennio una particolare attenzione agli ebrei europei e italiani. E lo stesso Preziosi, molti anni dopo, al tempo delle leggi razziali fasciste, ripubblica sulla sua rivista gli articoli pubblicati dalla rivista dei gesuiti, in particolare un articolo,“Della questione giudaica in Europa”del padre Raffaele Ballerini, apparso nel 1890. In particolare si fa riferimento alla polemica parallela su come considerare gli ebrei, tra due padri Oreglia e Guidetti.
Ritornando a Ballerini,“il padre gesuita iniziava con il notare quanto fosse viva in Europa, ancora alla fine del secolo XIX, la questione ebraica, quanto essa perturbasse le maggiori nazioni, preoccupate per 'l'invasione degli israeliti in ogni appartenenza della vita pubblica e sociale' e come in Francia, in Austria, in Germania, in Inghilterra, in Russia, in Romania e in altri luoghi fossero sorte delle leghe per arrestarla”. Ballerini era convinto però che la “questione giudaica” non aveva origine per odio alla religione o alla stirpe,“In realtà essa nasceva dall'abbandono da parte degli ebrei della legge mosaica e dalla sua surrogazione con il Talmud”. Il cardine del talmudismo prevedeva “l'oppressione e la spogliazione dei popoli che ai suoi seguaci avessero concesso ospitale soggiorno”. Non solo ma secondo il talmud, gli israeliti sono la razza superiore del genero umano e che solo a loro compete il diritto di conseguire il pieno “possesso dell'universo”.
Interessante a questo proposito le considerazioni di padre Ballerini in riguardo alle rivoluzioni dell'Ottocento che hanno portato alla scomparsa di numerose monarchie e ordinamenti cristiani, senza che i popoli beneficiassero di nulla. Il tutto unicamente a pro del giudaismo. Fanno impressione le riflessioni del padre gesuita sulle condizioni dell'impero asburgico, qui come in nessun altro luogo, in trent'anni dalla loro  emancipazione, hanno conquistato il potere in ogni ambiente.“Nella capitale austriaca essi avevano occupato le banche e con questo il giro del pubblico denaro […] Tutti i primari giornali erano in mano loro ed erano diretti e scritti da 'centodieci loro confratelli'. Loro monopolio era anche l'università, della quale occupavano pressoché tutte le cattedre[...]”. Ulteriori riflessioni si trovano in merito alla rivoluzione bolscevica russa, organizzata perlopiù da elementi molto vicini al giudaismo. Soltanto due, Lenin e Cicerin, erano russi, “gli altri diciassette erano tutti figli di Israele”.
Il libro di Canosa ripercorre le varie vicende su come si è giunti alle leggi razziali, alle posizioni dei giornali e in particolare alle spinte di Preziosi e Farinacci. Il testo fa riferimento ai vari provvedimenti, ai vari criteri su chi doveva essere discriminato, su chi poteva essere espulso e chi no.
Infatti dando uno sguardo ai decreti legislativi riguardanti le leggi razziali, c'erano almeno sette categorie esentate dalle discriminazioni, almeno nella prima fase delle leggi. Infatti “la guerra portò con sé una nuova grave vessazione nei confronti degli ebrei, costituita dall'internamento”. E soprattutto con l'occupazione tedesca del Nord Italia, i rastrellamenti di ebrei si intensificarono. Ai nazisti importava poco delle prime discriminazioni previste dalle leggi. Canosa a questo proposito riporta due circolari telegrafiche, inviate alle prefetture con elenchi di ebrei pericolosi da internare. E qui ritorna a farsi sentire la Santa Sede insistendo sugli inconvenienti prodotti dalla legislazione razziale nell'ambito dei matrimoni misti. riporta i vari e dolorosi rastrellamenti di ebrei nelle città italiane.“Gli arrestati dell'Italia settentrionale furono condotti nel carcere milanese di San Vittore che fungeva da luogo di raccolta”. E dopo portati alla stazione Centrale caricati su carri merci, furono spediti per il campo di concentramento di Auschwitz. Tuttavia da tutti i riferimenti riportati nel libro, appare evidente “la sostanziale connivenza delle autorità italiane, 'grandi' e piccole, nei confronti dei tedeschi, alle cui richieste, contrastanti con le leggi italiane vigenti, il più delle volte non venne mossa neppure la più blanda delle obiezioni e, nei casi in cui venne mossa, rientrò immediatamente, non appena i tedeschi fecero mostra di qualche insistenza”.
Comunque sia, “Le leggi razziali non restarono senza eco nella Chiesa e negli ambienti ufficiali cattolici, i quali ebbero a manifestare qualche perplessità nei loro confronti, anche se di modesta entità”. La Civiltà Cattolica, tirata in ballo da Preziosi, ritenne opportuno precisare il suo punto di vista sulla questione ebraica in due articoli a firma di Enrico Rosa. Praticamente si puntualizzava che i testi di Ballerini, di cinquant'anni fa, erano stati scritti in altri contesti e probabilmente era stato travisato il suo pensiero, che non rappresentava un “programma di vendetta o di rappresaglia”, o di “guerra senza quartiere” contro gli ebrei. Anzi,“esso era invece un caldo e motivato richiamo alla vigilanza e alla difesa, efficace ma pacifica, contro un pericolo e disordine civile, non meno che religioso e morale, della società moderna, minacciata dal giudaismo”.  Tuttavia Canosa ci tiene a specificare che “quello mussoliniano, almeno fino al momento in cui il Rosa scriveva, non appariva (e non era), a differenza di quello nazista, un atto di guerra contro gli ebrei, ma rassomigliava stranamente proprio al programma di 'vigilanza e difesa, efficace ma pacifica' del Ballerini [..]”.
Canosa passa poi all'atteggiamento tenuto nei confronti delle leggi dalla Santa Sede, e si dà conto di una serie di lettere dove si prospettavano preoccupazioni sulle varie discriminazioni, in particolare ai matrimoni misti. Si fa riferimento a due lettere di Pio XI, una al Presidente del Consiglio e l'altra al Re.
Tuttavia Canosa sull'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle leggi, è d'accordo con lo storico De Felice:“In cinque mesi di trattative in pratica mai la Santa Sede affrontò ex professo la questione dell'antisemitismo. Anche nei momenti di più accesa polemica, questa si rivolse genericamente contro il razzismo, mai contro l'antisemitismo”. Anche se il Papa e la maggioranza delle gerarchie cattoliche “era, in sostanza, desiderosa di non apparire, agli occhi dell'opinione pubblica fiancheggiatrice della politica razziale fascista, perchè temeva che questa potesse, sull'esempio tedesco, degenerare in un anticristianesimo [...]”.

Lo studio di Canosa prende in considerazione una grande vastità di argomenti, spesso anche complessi, pretendendo forse di dare a tutti qualche risposta, ma non è certamente facile, come si può notare esaminando il testo. 

domenica 18 febbraio 2018

La lezione di Don Bosco per prevenire la violenza giovanile

di Domenico Bonvegna

Intendo festeggiare a modo mio, la festa di San Giovanni Bosco, il santo dell'educazione per eccellenza, per l'occasione presento un libro tutto salesiano, l'ho “catturato” nel solito outlet librario della città. Mi riferisco a “Memorie di una casa di rieducazione” del sacerdote Luigi Melesi, Don Bosco Edizioni (2016). Il testo è prefato niente di meno che dal Papa Paolo VI, che quando era arcivescovo di Milano, ha accompagnato e sostenuto il Centro Salesiano di Arese, vicino Milano.
In questo libro il sacerdote salesiano ha voluto raccontare la sua esperienza di sette anni di catechista, insegnante ed educatore, nella casa di rieducazione di Arese. E' necessario che quelle esperienze non vadano perdute.“Bisogna tramandarle, forse altri potranno ispirarsi leggendole, e ripetere questa esperienza educativa, eccezionale e meravigliosa, che ha del sorprendente e, vorrei dire, del miracoloso che fa supporre un intervento diretto di don Bosco, il santo patrono di tanti ragazzi di strada”.
Il Centro Salesiano “S. Domenico Savio” di Arese è una continuazione del lavoro missionario di don Bosco, compiuto cento anni prima. I salesiani sono riusciti a trasformare questo centro, gestito prima dall'Associazione Nazionale Cesare Beccaria, da una realtà vecchia sudicia e squallida dove languivano 300 ragazzi “traviati”, colpevoli di essere poveri, ignoranti e meridionali, in in centro gioioso ed efficiente.
Il sacerdote racconta i vari passaggi di riabilitazione di quel luogo che era diventato molto simile ad un carcere. Siamo nel 1955, per volontà dell'allora cardinale Giovanni Battista Montini la struttura passa nelle mani dei salesiani.
Don Melesi descrive le condizioni misere di questi ragazzi disagiati, ci sono anche le foto,“i loro corpi sembravano in agguato, quelle teste erano stanche; era rimasta nei corpi una vitalità animale[...]”. La signora Devoto Falk, commissaria del Beccaria, racconta:“Siamo rimasti colpiti dall'immagine angosciante di 350 bambini, ragazzi e giovani, passivi, annoiati, di un ozio forzato, tristi e nauseati […] appoggiati ai muri, seduti o sdraiati per terra”. Era un sistema infernale, tutto incentrato sulla reclusione e sulla repressione. E' uno dei fallimenti dello Stato, le autorità laiche capiscono il grave problema e cercano una soluzione intelligente e umana.
Il 29 settembre del 1955 diciannove salesiani giungono ad Arese con la benedizione dell'Arcivescovo di Milano, per incontrare i 300 ragazzi dell'Istituto, non per stare un giorno, una settimana, un mese, ma anni per accompagnarli giorno e notte, nel loro cammino formativo per diventare onesti cittadini e buoni cristiani.“Abbiamo accettato questa nuova opera educativa, tanto impegnativa e onerosa, solo con la tessera di operai salesiani, senza soldi, ma con tanta fiducia nella Provvidenza di Dio, che aiuta sempre chi lavora per il suo regno”.
Don Melesi racconta i primi momenti con questi ragazzi:“Cari ragazzi, vi incontriamo volentieri dopo avervi tanto sognato”. Il nuovo direttore don Della, “siamo come una squadra di calcio[...] con titolari e riserve, io sarò il vostro allenatore, il C.T., ma giocherò anch'io con voi nel ruolo di attaccante centrale. Non vogliamo sfidarvi, ma giocare con voi e per voi”. Don Della presenta, uno a uno, tutti i suoi collaboratori. Il primo passo è stato fatto, “finalmente in quei ragazzi è rinata l'allegria, la voglia di correre e di giocare. L'allegria sarà la nota dominante del Centro […] Vogliamo che i ragazzi abbiano sempre la libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento, come voleva don Bosco, e il cortile sarà una palestra di vera vita”.
Successivamente al centro arrivano le suore salesiane, vestite di bianco,“le figure femminili al Centro erano importanti per creare un ambiente naturale, come Dio l'ha creato”. Probabilmente questi ragazzi non hanno mai conosciuto un clima così familiare,“forse non hanno mai conosciuto né madri, né sorelle, né donne che ripetevano loro parole d'amore, ed esprimevano gesti di bontà”.
Poi il libro descrive l'operatività dei tre laboratori, dove lavorano i ragazzi. Quelli del Beccaria erano fatiscenti. Si apre un grande cantiere, si demolisce tutto quello che era vecchio, che non serve, finestre, muri, le celle.“La demolizione di quei segni repressivi era seguita con gioia e allegria”. Bisognava costruire uomini nuovi, del resto i Salesiani hanno da sempre cercato di “costruire uomini veri”. Ci sono le tante foto a dimostrarlo.
Nel libro di don Melese si parla del sistema preventivo di don Bosco, che si basa su tre elementi fondamentali: ragione, religione e amorevolezza. Ma tutto il principio è fondato sulla fede religiosa e cristiana e si sviluppa dalla stessa, con l'intenzione dominante di salvare le anime, coltivando la grazia di Dio nella vita del ragazzo.
Il Centro salesiano pone al centro dell'attenzione, la questione della rieducazione a scoprire tutte le dimensioni della vita umana. Qualcuno sostiene che bisogna mettere nel loro cuore la speranza e portarli all'amore di Dio e del prossimo.
Il Centro ora in mano ai salesiani,“non doveva più essere un concentramento di 'delitti e pene' in onore di Cesare Beccaria, ma un cantiere di riqualificazione, per creare onesti cittadini e buoni cristiani, nello stile allegro di Domenico Savio”.
Al capitolo 10 del testo, l'autore ricorda come hanno attuato “lo studio e il lavoro” nel nuovo Centro. Certamente un'impresa difficile anche perché i “ragazzi erano abituati all'ozio, esperti nei guadagni facili e illegali, condizionati da esempi negativi e dannosi di adulti, con l'intelligenza intorpidita e la volontà debole e dominata dagli istinti irrazionali, non fu facile accettare la scuola e una precisa professione per le quali impegnarsi con costanza e passione”. E' importante descrivere gli inconvenienti, per evitare facili edulcorazioni. Il sacerdote è convinto che ogni casa salesiana dovrebbe prendere appunti e segnare gli avvenimenti più significativi, le emozioni rilevanti e la prassi pedagogica vissuta dalla comunità. Infatti nel capitolo 15, si entra nel merito del sistema preventivo educativo salesiano, in particolare come correggere i ragazzi, senza fredde punizioni particolari, entrare in amicizia con loro e fargli capire che sono amati.
Don Melesi leggendo le memorie di don Bosco, si è reso conto che i problemi che ha incontrato il santo, sono gli stessi della casa di rieducazione di Arese.
A questo proposito riporta una descrizione abbastanza significativa di San Giovanni Bosco:“Don Cafasso mi condusse nelle carceri dove imparai a conoscere la malizia e la miseria degli uomini. Vidi turbe di giovani sull'età dai 12 ai 18 anni: tutti sani, robusti e d'ingegno svegliato, ma inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire, il discredito della patria, il disonore della famiglia e l'infamia di se stesso erano personificati in quegli infelici”.
Don Melesi entra nel particolare delle varie discipline proposte ai ragazzi difficili, ma soprattutto sottolinea che la principale educazione è il lavoro e con il lavoro. Da sempre il lavoro è considerato dai salesiani, fonte essenziale della formazione integrale di noi stessi e dei ragazzi.
Era evidente che i 300 ragazzi preferivano il lavoro materiale e manuale a quello scolastico e astratto: cinque ore al giorno erano da loro vissute nei laboratori.
All'inizio questi laboratori operativi erano ridotti alla meccanica, la grafica e la falegnameria. C'erano i maestri che facevano eseguire alla perfezione il lavoro. Negli anni successivi i laboratori si arricchirono di nuove sezioni: saldatura, motoristica, elettronica. Il testo naturalmente è corredato da numerose fotografie che evidenziano il grande impegno dei religiosi per il riscatto di questi giovani, spesso rifiutati e non compresi dalla società. Peraltro non sono mancate le dicerie e le invettive contro questi ragazzi da parte dei cosiddetti perbenisti, ma i salesiani li hanno sempre difesi: “i nostri ragazzi sono persone a pieno diritto, anche se disturbati dai vari condizionamenti della loro personalità[...]”. Tuttavia,“Molti di loro si sentono rifiutati dalla famiglia, dalla scuola, dall'ambiente sociale. L'oppressione dell'anima in loro produce spesso un'ostilità e un'aggressività istintiva nei confronti di chi sentono avversari e nemici”.
Inoltre,“molti di questi nostri ragazzi hanno vissuto esperienze sconvolgenti, in famiglie dissociate, dominati da un ambiente culturalmente violento e vendicativo, circondati da modelli negativi e anaffettivi, inseriti in gruppi delinquenziali o in famiglie rivali, costretti a vivere sulla strada, disertori scolastici e senza prospettive lavorative, guidati da una coscienza indurita e torbida, inclini a soddisfare i propri desideri istintivi, privi di razionalità e di riflessione”. Nulla di nuovo sotto il sole, sembra di descrivere certe situazioni odierne di depressione sociale giovanile, presente in molte periferie delle nostre città. 
Don Melese insiste sul lavoro di trasformazione del Centro, operato dai religiosi tutti. Nei primi quattro anni di lavoro,“abbiamo arredato le aule scolastiche, le camerate e le sale da pranzo; ampliato i laboratori, attrezzandoli secondo le più moderne esigenze del mondo del lavoro; il tempo libero è stato animato e organizzato con attività culturali, sportive e ludiche[...]”. La Madonna con il braccio il bambino è stata collocata al posto del busto di Cesare Beccaria che per i ragazzi rappresentava una realtà da rimuovere, perché ricordava a loro i tempi dell'umiliazione e della pena.
Don Melese racconta tanti particolari e curiosità su questi ragazzi, sulle loro gite, al mare, in montagna, sulle loro attività culturali e sportive nel Centro e fuori. Il libro di don Melesi documenta tutto.
Alla fine in un solo capitolo, il 32°, don Melese fa i nomi di quelli che hanno contribuito fattivamente a rifondare il Centro salesiano.“Tra tutti primeggia al signora Giulia Devoto Falck, che guidò con materna cura le prime innovazioni[...]”.
Concludo con le belle parole del pontefice Paolo VI rilasciate nell'udienza privata ai Salesiani di Arese, il 28 agosto 1969. Il Papa si sentiva coinvolto personalmente alla sorte del Centro.“Fu un atto di sfida alle diffidenze e di fiducia nelle risorse della vostra pedagogia, atte a voltare il cervello a questi ragazzi e a guarirne il cuore. E la cosa riuscì...Avete dato testimonianza di essere fedeli al vostro Padre, buttarsi in mezzo ai ragazzi, essere pii, buoni, pazienti e intelligenti...Siamo riusciti, siete riusciti”. Ha detto il Papa.“Voi avete rimesso nel loro animo la speranza, nel nome di Cristo e di don Bosco. Avete detto al ragazzo: 'Tu puoi diventare uomo, tu puoi diventare buono, tu puoi diventare professionista'[...]”