mercoledì 15 febbraio 2017

Presentazione del libro di Salvatore Lo Bue, "Un amore bellissimo. Leopardi e la felicità", Giovedì 16 Febbraio


Francesco Maria Cannella, "Non saltare giù dal letto prima di mezzogiorno" (Ed. Thule)

di Aldo Gerbino

Leggere Non saltare giù dal letto prima di mezzogiorno, che Francesco Maria Cannella ha pubblicato per le Edizioni Thule, mi ha fatto pensare alle parole usate da Giuseppe Baretti, il temibile Aristarco Scannabue, quando, nella sua settecentesca «Frusta letteraria», asserisce, - scagliandosi contro la ‘piatta’ e noiosa “Vita del Cellini” scritta dell’anatomista Antonio Cocchi, - d’essere questa, in modo assoluto, tutto il contrario della viva autobiografia celliniana. «Già ho detto», asserisce, «che Benvenuto Cellini ha scritto un meglio stile che non alcun altro italiano; uno stile più schietto e più chiaro, perché più secondo l'ordine naturale delle idee, le quali non ne presentano mai il verbo prima del nominativo, e non ce lo collocano mai in punta a' periodi e a una gran distanza da quello». E soprattutto – va ricordato –  come questo poliedrico artista del Cinquecento abbia fatto un uso ‘pre-moderno’della lingua quotidiana, ricca di verve, fuor dalla gabbia d’uno stile. Una scrittura, quella accolta nella sua “Vita”, affidata e confezionata con un linguaggio personale, da “boschereccio”, come amava definirsi lo stesso Cellini, in virtù di quella sua abilità a offrirsi in una sorta di impavido manufatto a tutto tondo, e ancora per quel suo valore intrinseco, già messo con forza in evidenza da Bruno Maier (per il quale la ‘Vita’ del Cellini è, paradossalmente, “un capolavoro di stile”), e, dove i termini appaiono composti là dove debbono stare, fuori da particolari ambiguità letterarie, con climax di cuspidi oscillanti tra celebrazione e denigrazione. E di climax narra la giovane lingua di questo contemporaneo outsider, mescolata nella anomalia spastica di un polimetro gergale e ostentatamente beffardo, alimentato da dolori giovanili, da eccessi tradotti in iperboli e metafore. Si ricalcano vie già percorse dai nostri sperimentalismi: dal futurismo alla stessa esperienza siciliana dell’Antigruppo, dove la lingua, pur non depurata, vive, – in quella misura amata da Céline, – dell’orrore della quotidianità, e di una certa ansia che Bàrberi Squarotti, nel suo autografo per Cannella, rintraccia come scrittura intensa e “vitalissima”. 

martedì 14 febbraio 2017

Vittorio Riera, "Calogero Messina e il canonico De Gregorio" (Ed. Herbita)

di Rosalba Anzalone

Questo volume di 144 pagine, fresco di stampa, frutto del paziente lavoro di Vittorio Riera, non è certamente un libro qualsiasi. Sarebbe veramente una distrazione imperdonabile non accorgersi di Calogero Messina e sarebbe davvero riduttivo chiamare soltanto canonico il De Gregorio senza guardare ai suoi vasti interessi culturali che moltiplicano ed ampliano prospettive e messaggi degni di tutt’altra menzione e diffusione.
Guardando all’autore del libro io mi permetto però di affermare che tale volume segna per Lui un passaggio irreversibile nel percorso di scrittura, da un estetismo culturale spontaneo e generico ad uno sguardo approfondito e più attento alla ricerca di inquadrature sempre più ampie ed esplicative di natura antropologica e d’impostazione più moderna
Il Riera approda ad una analisi dei tratti culturali dei personaggi prescelti attraverso una originale intervista a Calogero Messina, nella quale usando il rigore metodologico che lo caratterizza, riesce ad individuare le coordinate del pensiero di De Gregorio nonché dello stesso Calogero Messina.
Dopo le sue difficili ricerche coronate da certi successi su pittori della famiglia di Giuseppe Di Giovanni, nonché sulla poesia del primo novecento e su alcuni fatti particolari come “L’Istituto Torremuzza” a Palermo, appare qui un approccio nuovo e indagatore volto ai soggetti di cui si occupa con tanto impegno e convinzione che sono proprio Calogero Messina e il can. Domenico De Gregorio. Egli usa funzionalmente l’opera dello stesso Messina intitolata Il mio dialogo con il Can. De Gregorio per individuare, prima di tutto, in quella forma dialogica, un unico obiettivo che traspare  chiaramente dalle parole che i due si scambiano, ove sembra echeggiare il monito dantesco “fatti non foste a viver come bruti…” e si può ravvisare la costante esigenza dell’uomo che come tale, essere pensante, realizza esperienze, crea idee e progetta, supera ansie e scrive e progetta.
Sin dalla copertina emergono i paradigmi che l’autore adotta per la sua indagine che si allarga a vista d’occhio sull’orizzonte di una umanità che si nutre di storia e di poesia quanto di scienza e di radici socio-culturali. Attraverso l’intervista a Calogero Messina e il dialogo di quest’ultimo con il canonico De Gregorio egli coglie non la diversità di opinioni ma una sostanziale vicinanza d’intenzioni rivolte al miglioramento del PROGETTO-UOMO. Così da una ricerca di verità che radica nella scienza le ragioni della stessa  esistenza, si passa ad una ricerca che partendo da una componente di ascolto attento si colloca in una attualità non cruda e non cruenta tutta tesa  ad una elevata e solidale spiritualità.
L’idea che l’uomo debba costantemente migliorarsi non è per la verità nuova ai pedagogisti e ai sociologi, senza contare l’esercito di antropologi che, con parole diverse, hanno sottolineato l’esigenza umana di mettere insieme pensieri ed esperienze che riguardano l’uomo e da cui è derivata nel tempo l’evoluzione e, a volte la corruzione, della stessa cultura umana.
Vittorio Riera partendo da quello che il Messina ha scritto nell’introduzione del Dizionario storico dei comuni della Sicilia e nel Discorso sulla storia, afferma che il Messina è riuscito bene a mantenere l’unità e l’unitarietà dell’opera; egli è severo con chi scrive storpiature della storia, ma nulla in Messina è – secondo Riera – fuori posto o superfluo, anche quando si parla di sillogi poetiche. Tutt’al più cambia lo stile o la scrittura che si manifesta in forma di domanda filosofica o di conoscenza scientifica determinata, ma il tutto serve a definire in modo originale i rapporti tra concetti come quello tra storia e poesia; originale è, secondo Riera, l’idea che il Messina esprime del romanzo istorico ove si raggruppano documenti ma anche esperienze visive e ricordi propri o di altri. Fuori dal cliché letterario consueto, appare infine al Riera il richiamo del Messina alla casa come santuario degli affetti e dei ricordi, messaggio certamente controcorrente. Il Riera non disdegna o evita di scendere nell’esame dei due documenti citati in premessa e cioè l’introduzione al Dizionario citato. e il dialogo tra Messina e De Gregorio per individuare ciò che può interessare gli scrittori oggi e che può essere raccolto e attualizzato dalla lettura dell’opera del Messina. È per quanto detto che l’opera di Vittorio Riera si raccomanda da sé.


martedì 7 febbraio 2017

A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano

ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)


ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi


NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2


l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro

sabato 28 gennaio 2017

Sandra Guddo, "Le Geôlier" (Ed. Vertigo)

di Maria Patrizia Allotta

 Così scrive Fëdor Michajlovič Dostoevskij: “L’amore è un tesoro così inestimabile che con esso puoi redimere tutto il mondo e riscattare non solo i tuoi peccati ma anche i peccati degli altri.” 
   Non sappiamo il parere di Sandra Guddo sul grande Autore russo, di certo possiamo affermare che circa l’amore e la redenzione la pensi esattamente come Lui.
     E lo dimostra con estrema semplicità nel testo dal titolo Le geôlier dove l’amore   - quello vero - oltre a redimere i peccati del protagonista riesce a generare una folata di speranza che, sfiorando i cuori di ogni singolo lettore, ben fa auspicare. 
   Non si tratta di ottimismo a buon mercato, né di vana illusione, o possibile  miraggio euforico. Nemmeno di abbaglio letterario o fallo romanzesco, oppure infingimento prosastico.
   Sembrerebbe piuttosto che la Scrittrice palermitana - già autrice, nel 2014, del suo primo libro dal titolo Tacco 12. Storie di ragazze di periferia (Hombre Edizioni) intraveda sinceramente - oltre la fragilità, la sofferenza, l’angoscia che pure offendono il genere umano al di là di ogni coordinata spazio-temporale - la possibile liberazione dal dolore, il pensabile riscatto esistenziale, la probabile salvezza dello spirito.   
    Infatti, nelle 168 pagine edite da Vertigo, il male - che pure è insistentemente presente nel testo e che certamente appartiene a molti personaggi i quali mostrando un vissuto psicologico particolarmente tormentato si muovono ora tra grettezze e volgarità, ora tra bassezze e trivialità, ora tra perfidia e crudeltà, raggiungendo lo svilimento della loro stessa entità e l’annullamento della propria essenza - sembra essere, paradossalmente, ontologicamente inesistente, ovvero, concepito da Sandra Guddo come nefasta assenza o privazione del bene, seguendo, forse, il grande insegnamento filosofico del doctor gratiae, Agostino D’Ippona, secondo il quale il “male di per sé non esiste. Altro non è se non la mancanza del bene”.  
   In effetti, mentre taluni personaggi del sopracitato testo, non avendo sperimentato i più alti valori esistenziali, rimangono a brancolare nel buio del peccato - “tra donne, fumo, alcol, droghe, gioco d’azzardo (…), mai stanchi dell’ebbrezza e dell’adrenalina che dà il rischio” - condividendo così l’assoluto male, altri invece, baciati dalla provvidenza divina, una volta identificato il vero bene si perdono in quella dimensione vitale luminosissima che solo l’autentico amore può donare.
   E’ ciò che capita, soprattutto, al protagonista, Cesare, “carceriere di se stesso”,  uomo ricco, colto, determinato e ambizioso, eppure “violento e deviato” capace di condotte bestiali per puro piacere il quale, tuttavia, nell’arco del tempo, si redime diventando “un uomo nuovo che è riuscito a perdonarsi attraverso la dolorosa via del pentimento che scaturisce soltanto quando si prende completa consapevolezza dei propri errori” e quando si trova “quella rete di salvataggio” data esclusivamente dall’autentico amore che la Nostra dipinge come una “ventata di area fresca per fugare i miasmi delle ferite infette e purulente; un gessetto colorato che traccia incantevoli arabeschi sul nero della lavagna”.   
    Ma non è tutto. La ricchezza del libro consiste nel fatto che l’Autrice di Le geôlier all’interno del significativo chiaroscuro dettato dal peccato e dalla redenzione, dall’odio e dall’amore, dal male e dal bene, dalla vita e dalla morte, con estrema disinvoltura inserisce - attraverso un linguaggio moderno e dinamico, immediato e semplice, sostanzialmente chiaro ma mai banale, lontano da costrutti baroccheggianti o effimere ridondanze - non soltanto un puntuale esame psicologico dei personaggi emblematicamente e simbolicamente indicativi del romanzo - dimostrando così ampie conoscenze in campo psichico e mentale - ma anche la trattazione di tematiche e problematiche relative a questioni sociologiche fortemente attuali e di grande interesse.
   La crisi economica che attanaglia le industrie, il commercio clandestino delle armi, le diatribe interregionali, l’emigrazione e l’emarginazione, la vecchiaia e l’abbandono, la droga e l’alcolismo, la povertà, la separazione, l’adozione, la prostituzione, la violenza fine a se stessa, sono tutte questioni presenti e affrontate però con mano delicata eppure efficace.
   Infatti, all’interno del testo, non assistiamo a nessuna trattazione sistematica e ad alcun sviluppo organico circa le questioni psico-sociali, meglio, senza mai scivolare nelle forzature letterarie inconcludenti o nelle furbizia degli infingimenti, l’Autrice con penna lieve - quasi sommessamente e in perfetto equilibrio sintattico-stilistico - dona ai suoi lettori spunti di riflessioni etico-morali secondo l’insegnamento socratico del ti estì che, appunto, insemina il dubbio per intraprendere il cammino della possibile verità, e del dialogo, unico mezzo inevitabile per combattere sia la pirandelliana “incomunicabilità” che il montaliano “mal di vivere” e per promuovere, alla maniera di Haidegger, “l’idea della progettualità e della speranza”.
   E all’interno del testo - sembrerebbe a chi adesso scrive - in effetti il miracolo del dialogo costruttivo che riconduce alla progettualità e, quindi, alla speranza, avviene appunto attraverso il trionfo dell’amore che inevitabilmente si rapporta con il celeste, con il sacro, con il divino.  Con il vero e con il bello.     
   All’interno del testo, infatti, l’amore e la fede danno vita, “all’infinita misericordia di Dio” che non soltanto “cancella le colpe, ma libera dalla disperazione e permette di uscire dall’angolo, facendo ritrovare il coraggio e la volontà di andare avanti”.
    Un libro straordinariamente ricco, dunque, dove spunti psicologici e sociologici s’intrecciano con riflessioni etiche ed estetiche, dando vita ad un unico tappeto musivo il cui messaggio conclusivo, alla maniera di Jacques Prévert sembrerebbe il seguente: “La nostra vita non è dietro a noi, né avanti, né adesso, è dentro”, pertanto “bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare il buon esempio”.
   E certamente Sandra Guddo con Le geôlier il buon esempio l’ha dato intonando, felicemente, un inno al bene e all’amore e un canto alla salvezza e alla redenzione.      

giovedì 26 gennaio 2017

Abbiamo bisogno di “italiani seri”, per rendere piu' umana la nostra societa'.

di Domenico Bonvegna

Nei precedenti interventi su San Leonardo Murialdo ho raccontato, avvalendomi dei contributi di don Pier Giuseppe Accornero e Massimo Introvigne, la straordinaria opera evangelizzatrice e sociale di questo eccezionale santo vissuto nell'Ottocento della Torino Sabauda. Ma come ho già avuto modo di scrivere non c'è stato solo Murialdo, ma tanti altri, alcuni canonizzati dalla Chiesa, altri no. In uno studio accurato, un sacerdote, ne conta almeno 90 tra santi, beati, venerabili e servi di Dio. Ma l'elenco addirittura si può allargare a quasi 200 “santi” di uomini e donne, di rilievo per la loro pietà e per il loro apostolato sociale. Per lo più laici e laiche, appartenenti a tutti gli strati sociali.
In questo intervento voglio focalizzare la mia attenzione sul sano realismo cristiano di questi santi che hanno profuso per risolvere i vari problemi, vissuti nello stesso periodo di san Murialdo, ed in particolare presento il beato Francesco Faà di Bruno.   
Le mie riflessioni fanno riferimento al bellissimo testo di Vittorio Messori, “Un italiano serio”. Il beato Faà di Bruno”, pubblicato da edizioni Paoline. Il libro alla sua presentazione al Meeting di Rimini, nel lontano 1990, fu oggetto di attacchi sconsiderati da parte dei vari pasdaram risorgimentisti, che senza averlo letto, si scagliarono contro Messori, perchè si era permesso di mettere in discussione l'epopea risorgimentale.
C'è un capitolo del libro dove Messori, riesce a spiegare bene ai lettori il senso dell'opera socializzatrice dei santi torinesi, è il capitolo VI°:“Un aiuto concreto”.
Qui partendo dalla parabola del “Buon samaritano”, Messori, spiega il comportamento di questi straordinari “italiani seri”.“Amare il nostro prossimo come noi stessi”, esortò Gesù a quelli che lo ascoltavano. Ma il dottore della legge, chiese capziosamente:“ma chi è il mio prossimo?”. Alla fine della parabola Gesù, invita il dottore della legge a fare come il samaritano:“Va, e anche tu fa lo stesso”. Certo il comportamento del samaritano, è scandaloso, “poco sociale, non risolutivo, al limite 'alienante' e diseducativo”, scrive Messori. “Stando a tutti i rivoluzionari e ai riformisti (e poi, in seguito, stando ai cattolici che 'vogliono andare a monte', che denunciano anch'essi, sdegnati, la 'carità alienante', i 'santi della beneficenza') quell''avere compassione', per essere autentico, efficace, deve necessariamente passare per le vie della politica”.
Dunque i santi torinesi, quegli “italiani seri”, come Cottolengo, Cafasso, Bosco, Murialdo, Faà di Bruno, quelli più conosciuti, ma tanti altri meno conosciuti, hanno obbedito a quell'antico, ma sempre attuale, comando: “Va, e anche tu fa lo stesso”. Tutti questi apostoli, secondo Messori,“passarono all'azione immediata prima di elaborare progetti che, in futuro, risolvessero definitivamente i problemi degli handicappati, dei carcerati, dei giovani abbandonati, degli apprendisti sfruttati, delle serve schiavizzate”.
Certo questi santi hanno anche alzato la voce e denunciato lo scandalo di chi non faceva nulla per aiutare chi stava nel bisogno.“Ma, più che scrivere 'manifesti', distribuire volantini, creare una Nomenklatura di funzionari di partito e di sindacato, ai bisogni di quelle vite risposero con la loro vita stessa”. Messori, insiste nella polemica, questi santi non hanno fatto come gli ideologi che“discorrevano di umanità, di classi; questi non si occupavano di astrazioni, di teorie, ma di persone: quei sofferenti concreti e reali in cui il Cristo stesso, accanto a loro, era ancora e sempre in agonia”.
I nostri santi andavano giù pesante, probabilmente più dei cosiddetti riformisti laici o dei rivoluzionari atei del tempo. “I quali - scrive Messori- (lo ricordiamo ancora) minacciavano ai ricchi sventure ma, necessariamente, limitate nel tempo, in vita”. Mentre i vari don Murialdo, don Bosco, minacciavano sventure per l'eternità,“senza limite, né fine”. Sostanzialmente la passione per i poveri era identica ai vari rivoluzionari del tempo, ma differente la terapia. Si raccomandava ai ricchi di non riporre la speranza nelle ricchezze ma in Dio, di fare opere buone,“di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistare la vita vera”.
Ancora scrive Messori,“questi credenti del secolo del socialismo miravano cioè anch'essi (e con quale vigore!) a una migliore giustizia, a una società più umana ma, nel loro realismo cristiano, non credevano che ciò fosse raggiungibile per via coercitiva, per via rivoluzionaria”. Sicuramente non erano favorevoli all'”esproprio proletario”, come auspicavano i comunisti. Invitavano sì a dare il superfluo ai poveri, ma doveva nascere, dalle ragioni della coscienza, del cuore. Tuttavia questi santi torinesi“intuivano che la rivoluzione predicata dagli agitatori politici non avrebbe risolto i problemi, anzi ne avrebbe creati altri, anche peggiori: come tutto ciò nasce dalla forza”.
In pratica, ormai dopo settant'anni di socialismo più o meno scientifico, abbiamo infinite prove del fallimento di certe terapie rivelatesi illusorie, rovinose e catastrofiche.
Vittorio Messori, grande giornalista e storico, non poteva scrivere meglio queste riflessioni, e insiste sulle varie utopie apparse nel mondo. I santi, in particolare, questi dell'Ottocento torinese, sono“seguaci di quel Gesù che 'sapeva quel che c'è nel cuore dell'uomo', membri di una Chiesa millenaria 'esperta in umanità', prevedevano che ogni rivoluzione solo esterna come quella politica sarebbe stata illusoria; anzi, alla lunga, malgrado le buone intenzioni, si sarebbe rivelata rovinosa, creando una nuova classe di ancor più scandalosi privilegiati e impoverendo ancor più i già poveri”.
Pertanto tutti erano convinti, che,“solo la rivoluzione interna (il cambiare la coscienza,l'aprire il cuore alla pietà, alla misericordia, alla solidarietà) può, sia subito che alla lunga, significare per tutti frutti benefici. E guardando alla Rivelazione di Dio prima che agli schemi degli uomini che l'uomo può scoprirsi fratello di ogni altro uomo. E ciò che don Bosco e Faà di Bruno intendevano, ripetendo sempre di 'non voler fare altro che la politica del Padre Nostro'”.
Nella bimillenaria storia della Chiesa, nella tradizione cristiana, ci sono stati dei tentativi,“per anticipare già qui il mondo e l'uomo 'nuovi' promessici - scrive Messori -, ma si tratta di quei piccoli 'pezzi di umanità' che sono gli ordini e le congregazioni religiose”. Qui,“almeno nelle intenzioni, si tende a un regime davvero fraterno, in cui tutto sia in comune, in cui tutto sia in comune, in cui l'egoismo sia il più possibile vinto”. Naturalmente questa vita comunitaria è una scelta libera, non forzata, è una “chiamata”, una “vocazione”.
Invece,“le ideologie che perseguono l'utopia dell''uomo nuovo' e del 'mondo nuovo', del paradiso già in terra, non vogliono proporre ma imporre l'ideale: volendo trasformare il mondo intero in un monastero, in un convento, finiscono per ridurlo a carcere e campo di concentramento, dove la 'virtù' alla fine è imposta dalla polizia e dal terrore di uno stato oppressivo”. Uno stato che assomiglia molto a quello del Daesh dell'Isis.
Thomas Eliot, premio Nobel per la letteratura, ammoniva gli uomini di non farsi illusioni nel“il pensare di poter creare, per via di riforme politiche e sociali, 'un mondo così perfetto, una società dalle leggi così giuste che ci dispensi dalla necessità di essere buoni”. Dopo la caduta del Muro di Berlino, ormai abbiamo chiaro, abbiamo visto e constato (ma non lo ricordiamo abbastanza) “come il bel sogno di creare il paradiso interra non con la rivoluzione innanzitutto dei cuori ma con quella della forza, si rovesci sempre, immancabilmente, nell'incubo concreto dell'inferno in terra”. Del resto lo sapeva bene quel santo Papa Giovanni XXIII: “mai ci saranno pace e giustizia fuori, nella società, se non ci saranno prima dentro, nell'intimo di ogni uomo”.
Attenzione a quelli che vogliono rendere gli uomini felici, diceva Karl Popper,  perchè poi alla fine “non esistano a massacrarli per questo”. Tra tutte le idee, quella di “rendere perfetta l'umanità è di tutte la più pericolosa”
Peraltro la Chiesa esorta sempre a cambiare vita, alla conversione, ma sa anche che il peccato, l'egoismo, l'indifferenza, mai saranno del tutto eliminati, perchè l'uomo è ferito dal peccato originale. Pertanto la perfezione non è di questo mondo. Sono considerazioni che vengono fuori, ogni volta che ci affanniamo a sistemare ogni cosa su questa terra, come in questi giorni di gravi calamità naturali: il terremoto e l'abbondante nevicata, nel centro Italia.
Per quanto riguarda la poliedrica figura del beato Faà di Bruno, sono altrettanto significative le considerazioni di Messori su quest'uomo che si è dedicato anima e corpo ad alleviare i mali di migliaia di donne, domestiche di Torino, abbandonate al loro destino dai soprusi della casta liberale. Faà di Bruno fu ufficiale di Stato Maggiore e poi scienziato stimato in tutta Europa e umiliato, perché cristiano coerente, dalle autorità anticlericali massoniche di Torino. Anche il Faà di Bruno ha fatto tante cose per aiutare gli ultimi. La più importante è la Pia Opera di Santa Zita, creata nel malfamato Borgo San Donato, eretta per il ricovero, l'istruzione professionale, il collocamento delle donne di servizio disoccupate, licenziate, malate, anziane. Al suo interno fonda una serie di opere, asili, scuole e laboratori per proteggere sempre le donne operaie, che in quel tempo erano molto numerose a Torino e spesso sfruttate dai ricchi borghesi liberali. A questo proposito Enzo Peserico, presentando il libro di Messori nel 1991 sulla rivista Cristianità (maggio-giugno 1991n.193-194) scriveva:“Si tratta di una vera e propria “città delle donne” a servizio della quale nel 1868 costruisce la chiesa di Nostra Signora del Suffragio e nel 1869 istituisce una congregazione di suore, le Minime di Nostra Signora del Suffragio. A queste seguiranno una serie impressionante di opere a favore del proletariato urbano, prodotto e insieme rifiuto del nascente potere liberal-massonico, preoccupato di rispondere alla carità cristiana con la retorica ideologica degli “uomini finti” la retorica che caratterizza Cuore, di Edmondo De Amicis, ma che sempre lesinò nel contribuire ad alleviare la miseria delle masse urbane diseredate”.
Nel suo operato non fece troppi discorsi sul proletariato, ma operò con realismo, preferì, scrive Messori,“battersi per far funzionare subito le mense popolari; non rimandò le serve lacere e sporche che bussavano alla sua porta[...]non elaborò  un progetto generale di riforma sanitaria, ma si diede da fare per costruire bagni pubblici; non scrisse trattati sulle misure pubbliche contro l'inquinamento,ma insegnò alle serve ad ammazzare le mosche[...]”.
Significativa la vicenda dell'orologio progettato dal beato sul campanile della Chiesa del Suffragio. Così“in attesa di una società in cui tutti potessero permettersi di acquistarlo, Faà di Bruno pensò a risolvere subito il problema[...]”. Lo collocò a cinquanta metri di altezza così tutti gli ottantamila della città avevano avere l'ora esatta.
Questo semplice episodio, dimostra per Messori,“lo stile di questi cristiani, i poveri ebbero una risposta pronta e concreta al loro bisogno, non promesse di una società in cui tutti avrebbero avuto diritto a un cronometro al polso”.
Anche il Faà di Bruno, vivrà fino in fondo, da protagonista, il lacerante“caso di coscienza del Risorgimento”, come è stato chiamato quello dei cattolici italiani, costretti a dividersi tra amore di patria e amore di una Chiesa perseguitata da quella patria medesima” (p. 182). Ma il nostro non indugia, si impegna in tutti i campi (dalla scienza all'arte) nella buona battaglia contro la Rivoluzione anticristiana.
Dunque, concludo con le parole del compianto Enzo Peserico sul beato Faà di Bruno, è stato “un cattolico integrale, una gloria per la Chiesa. Ma anche un cittadino esemplare”(p. 210): insomma, un“italiano serio“, capofila di quella schiera di santi ignoti che, costituendo il tesoro nascosto ma grandioso della storia degli italiani, ci rendono oggi partecipi di legami di terra e di sangue molto più reali e fecondi di quelli immaginati dalle caricature tricolori di oscuri “fratelli” d 'Italia, cari ormai soltanto ai loro nostalgici nipotini.

“Italiani seri” che non hanno bisogno di difesa, ma più urgentemente di trovare figli che ne rinnovino con la propria vita l'intelligenza e il cuore: perché, come suggerisce Vittorio Messori attraverso un'epigrafe al testo, tratta da Evagrio Pontico, monaco del secolo IV,“a una teoria si può rispondere con un'altra teoria. Ma chi mai potrà confutare una vita?”.