lunedì 9 novembre 2015

Irene Foderà, "L’officina della memoria" (Ed. Book Sprint)

di Sandra Vita Guddo

Ricostruendo, tassello dopo tassello, sulla scorta di ricordi di famiglia supportati da ritratti, vecchie foto e documenti  ritrovati attraverso un’accurata ricerca, Irene Foderà ci racconta nel suo libro “ L’officina della memoria “ la storia della Famiglia Pojero ed in particolare del suo bisnonno: Michele junior .
Il progetto di scrivere il racconto che, opportunamente, l’autrice definisce storico, nasce in occasione delle celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia a cui, secondo i fatti esposti, Michele junior diede il suo valido contributo partecipando attivamente alla mitica impresa del Generale Giuseppe Garibaldi e dei Mille . Il libro ha soprattutto il merito, come declama il titolo “ L’officina della memoria “ di scavare nel passato e riportare alla luce fatti di importanza storica che altrimenti sarebbero rimasti  relegati nel mondo dell’oblio .
La storia della famiglia Pojero, originaria di Napoli, si intreccia con quella della Sicilia e del Regno di Napoli, a partire dalla seconda metà del settecento fino ai primi anni del novecento raccontata, nelle sue fasi più salienti. Molte altre famiglie e comunità provenienti da Genova, da Firenze e dalla Calabria come i Florio ma anche dalla Francia e dall’Inghilterra si trasferirono nell’isola, in cerca di fortuna, contribuendo  a formare una classe imprenditoriale vivace ed intraprendente. Tra i maggiori imprenditori, famoso per la sua abilità di uomo d’affari, ci fu  Joseph Ingham , zio del più noto Giuseppe Witacher .
Ma tornando alla famiglia Pojero, il primo ad arrivare a Palermo fu Matteo, nato nel 1755 da Bartolomeo, stimato commerciante di agrumi e di sommacco ; con lui inizia la vera importante  svolta nella fortuna economica di questa famiglia che si rafforza quando, nel 1820, il figlio Michele senior inizia i suoi traffici con l ’America, principalmente a New York e a Boston. “
 Don Michele inoltre comprese l’importanza della pubblicità, da lui ritenuta indispensabile per aumentare il volume dei suoi affari. A tal proposito l’autrice inserisce un’ interessante fotografia che immortala uno specchio con la scritta pibblicitaria  “ Boston D. H. Tylly & co . Agenti della Pojero . “ In quello stesso periodo l’imprenditore palermitano acquista  “ per 322  onze  lo sciabecco Madonna della Misericordia, con tutti con tutti gli attrezzi e i fornimenti “ con cui intensificò i suoi traffici commerciali ed un palazzo in via Butera al civico n. 1 , proprio di fronte alla prestigiosa abitazione della famiglia Butera. Provvide anche alla costruzione di uno stabilimento per la lavorazione del sommacco da cui venivano estratti i tannini, impiegati in tintoria e nei processi di concia delle pelli.
Alla sua morte, avvenuta nel 1866, il giovane figlio Michele junior che, già  da tempo lavorava a fianco dell’anziano genitore,  è pronto a prendere le redini dell’azienda e ad incrementare  gli affari di famiglia tra molteplici difficoltà, tra le quali viene indicato il mancato sviluppo delle infrastrutture, deficienza che ancora oggi perdura  danneggiando irreversibilmente l’economia isolana.
A questo punto mi viene spontanea una riflessione: alcuni di questi imprenditori sembra abbiano avuto lo stesso destino “ sono arrivati in maniche di camicia e, dopo tre generazioni, si sono ritrovati in maniche di camicia “ come afferma Orazio Cancila nel suo interessante lavoro sulla famiglia Florio, intitolato: “ Storia di una dinastia imprenditoriale . “
Strano destino, dovuto sicuramente non soltanto al caso ma, come è documentato nel presente racconto storico, dalla constatazione che l’Unità d’Italia non portò i benefici sperati anzi le successive tasse e leggi emanati dal giovane regno, impoverirono il sud al punto da compromettere quella debole rinascita che era stata avviata da imprenditori capaci come i Pojero e tanti altri: “ La politica fiscale rimase oppressiva e strade, scuole, ospedali crebbero con molto rilento. Era ancora il mondo dove il contadino chiedeva la riduzione della tassa sul pane ( … ) . La prospettiva unitaria rivelò un’angolazione diversa da quella auspicata ed alcune questioni furono più difficili da gestire “ . Tale interpretazione dei fatti, tuttavia, sarebbe riduttiva e incompleta se non si considerassero altri importanti fenomeni e congiunture sociali ed economiche, nel quadro internazionale, che portarono ad un minore richiesta dei prodotti siciliani come il sommacco e lo zolfo, mentre nell’isola, come  scriveva Diomede Pantaleoni il 10 ottobre del 1891 al presidente del consiglio Bettino Ricasoli, in un lungo rapporto sulle condizioni della Sicilia  “  La sicurezza nell’isola era insostenibile; gli omicidi all’ordine del giorno e la vendetta personale l’unica forma di giustizia conosciuta “  .
L’autrice, Irene Foderà preferisce non approfondire tali aspetti poiché il suo intento principale, in questo breve racconto, è quello di parlare di Michele junior che, per il valido contributo dato al nostro Risorgimento, nel 1922, fu eletto all’unanimità socio della Società Siciliana di Storia Patria e “ al Museo del Risorgimento rimane la sua fotografia insieme alle altre dei garibaldini. “
L’episodio centrale di questa ricostruzione storica, riguarda la partecipazione attiva del giovane Michele, infiammato dalla passione politica, all’impresa di Garibaldi la cui avanzata in terra di Sicilia, dopo lo sbarco a Marsala, avvenuto l’ 11 maggio 1860, viene documentata tappa dopo tappa finché Il generale arriva a Gibilrossa e qui stanzia, in attesa di ricevere la carta topografica di Palermo con le postazioni borboniche . Sarà proprio Michele junior a recapitargliela: sfidando il pericolo di essere intercettato dalle forze borboniche, travestito da ufficiale della marina americana grazie anche al suo ottimo inglese, superò facilmente i posti di blocco, nascondendo, nel polpaccio della gamba destra, tutta la documentazione richiesta da Garibaldi. Inoltre “ In Sicilia, le armi, Garibaldi le avrebbe potuto acquistare dai bastimenti inglesi che erano ancorati nella baia di Palermo e Michele Pojero si prestò per questa missione. Mise a disposizione una sua imbarcazione ( … ) “
La narrazione, chiara e lineare, segue i fatti in ordine cronologico senza digressioni che potrebbero confondere il lettore. Molto appropriata la veste grafica e la copertina dove sono visibili il ritratto di Don Michele senior, divenuto senatore del Regno delle Due Sicilie , dopo la parentesi rivoluzionaria del ‘ 48,  e la foto del figlio con la divisa di un prestigioso collegio di New York dove, oltre ad imparare perfettamente la lingua inglese, condusse studi  di economia avanzata, abilità che gli torneranno estremamente utili sia per la sua attività commerciale ma anche per la sua esperienza di garibaldino: infatti diventerà traduttore ufficiale del Comitato  Rivoluzionario a testimonianza che, dietro l’impresa di Garibaldi, vi furono molti altri attori, inglesi e americani, il cui contributo, secondo un mio personale parere, è risultato determinante per l’esito finale dell’impresa dei Mille .

martedì 3 novembre 2015

Recensione a Antonino Sala, "Da Burgio all'Isonzo. Cento anni di gloria 1915 - 2015"

Pubblichiamo la recensione apparsa sul quotidiano "La Sicilia" del 31 Ottobre 2015 ad Antonino Sala "Da Burgio all'Isonzo. Cento anni di gloria 1915 - 2015".
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mercoledì 28 ottobre 2015

J. K. Huysmans, A ritroso, Milano, BUR, 2010

di Luca Fumagalli

«Questo orientamento così chiaro, così netto di A ritroso verso il cattolicesimo, mi rimane, io confesso, incomprensibile»
(J. K. Huysmans, Prefazione dell’autore scritta vent’anni dopo il romanzo)
Giovanni Des Esseintes vive solo. Il giovane aristocratico francese non avrebbe mai pensato che, dopo aver attinto a piene mani dall’inesauribile serbatoio della mondanità, ogni piacere, ogni più piccola gioia si sarebbe dissolta come neve al sole. Ora convive con il suo niente, disgustato da un mondo in rovina, tutto falsità e ostentata affettazione. I piaceri della vita, le belle donne e i vini pregiati a cui il suo portafoglio garantiva facile accesso hanno perso d’improvviso la loro attrattiva: l’ebrezza di un’esistenza all’insegna del carpe diem si è ormai tramutata in un’inguaribile noia. E così Des Esseintes abbandona i parenti e gli amici e decide di vivere da recluso in una piccola abitazione situata nei pressi di Parigi, lontana diverse miglia dalle luci sfavillanti della capitale francese. L’unico rimedio allo squallore della realtà («Tutto è sifilide») è quello di creare una sorta di eremo dorato, un’abitazione in cui il lusso, l’arte e il raffinato gusto per la bellezza possano finalmente ridare dignità alla realtà.
Nel 1884 il mondo dell’editoria francese, saturo di romanzi naturalisti di dubbia qualità, fu sconvolto dalla ventata di novità prodotta da A ritroso(À Rebours), un piccolo libro firmato da Joris Karl Huysmans. Impiegato presso il Ministero degli Interni, il francese era già all’epoca introdotto negli ambienti bohémienne di Parigi, ma rimaneva uno scrittore dilettante, i cui primi lavori seguivano un po’ troppo fedelmente la linea tracciata dall’amico Zola. Fu con la non proprio edificante lettura di Sade che si consumò per lui il divorzio dal realismo, gettando le basi per un’inaspettata rivoluzione culturale di portata continentale.
A ritroso segnò per Huysmans una svolta di stile e di vita: da oscuro letterato egli si trasformò in icona generazionale, e il suo lavoro assunse i connotati di un vero e proprio manifesto del decadentismo europeo. Senza questo romanzo un Wilde o un D’Annunzio, solo per citare gli esempio più noti e “scolastici”, non sarebbero mai esistiti: «L’arte per l’arte», il celebre aforisma dell’estetismo, aveva trovato la sua prima e più brillante applicazione.
La casa di Des Esseintes è un covo del lusso, dove stanze apparecchiate per sembrare cabine di un vascello si alternano a corridoi con carte da parati finemente decorate, scientificamente selezionate per meravigliare il visitatore con sfavillanti giochi di luce. Per la dimora si aggira addirittura una tartaruga dal guscio ricoperto d’oro e tempestato di pietre preziose. Non si contano poi le librerie che conservano volumi antichi e gli arredi artigianali che, con i numerosi quadri appesi alle pareti, contribuiscono a riempire qual vuoto che il protagonista avverte come un peso nella propria anima. Tutto questo ad alimentare la sfida lanciata dall’artificio alla deprecabile corruttibilità della natura.
Pagina dopo pagina, il libro segue il pellegrinaggio artistico e culturale che Des Esseintes compie nell’isolamento domestico, deciso a rompere ogni contatto con la mondanità. La coppia di servitori è sistemata in una stanza al piano inferiore, e i loro compiti sono pianificati dal padrone in modo tale da evitare, per quanto possibile, ogni incontro. Nell’ozio della campagna, il protagonista torna con la mente alla letteratura, all’arte e alla musica, intessendo una fitta trama di rimandi e legami che definiscono la peculiare struttura del romanzo. In A ritroso, infatti, accade ben poco, le giornate si trascinano lente, sempre uguali a se stesse, mentre Huysmans è preoccupato solamente di rendere conto delle speculazioni estetiche di Des Esseintes, separate per argomento secondo l’andamento dei capitoli. Ne emerge un ritratto vivo e appassionante in cui il concetto di decadenza − ben esemplificato dall’amore dell’aristocratico per gli autori della tarda latinità − impregna ogni paragrafo.
Ma dietro la patina di lussuoso splendore che circonda il protagonista aleggiano sinistri spettri, frutto dei tormenti dell’uomo. Correlativo oggettivo di una situazione sempre più insostenibile è il quadro di Gustave Moreau, L’apparizione, uno dei preferiti di Des Esseintes. In esso, con singolare abilità, si compendiano i temi cardine della sua esistenza: alla bellezza preziosa degli arabeschi del palazzo di Erode si accompagna la sinuosa figura di Salomè, simbolo della lussuria e della violenza. Il vero fulcro della composizione è però la visione onirica della testa di Giovanni Battista, indicata con sgomento dalla figlia di Erodiade. Il volto del Santo, sfigurato dalla morte, è circondato da una fulgida aureola e dal collo sgorgano copiosi fiotti di sangue. La ragazza è «la Bestia mostruosa, indifferente, irresponsabile, insensibile, che avvelenava, come Elena greca, tutto ciò che avvicinava, tutto ciò che vedeva, tutto ciò che toccava». È la medesima ombra che, lentamente, sta occupando il cuore di un Des Esseintes a cui non basta più il candido pessimismo di un Schopenhauer per alleviare l’insensatezza della sua vita. Tutta la costruzione dell’aristocratico francese è dunque sul punto di crollare rovinosamente, come improvvisa è la morte dell’amata tartaruga. L’artificio, l’illusione di un’esistenza vissuta sulla scorta della bellezza, si scontra con la malattia che dilania il cuore e il corpo del protagonista.
Barbey d’Aurevilly, con brillante intuizione, aveva sintetizzato così l’esito possibile del romanzo: «Dopo un libro come questo, al suo autore non rimane che la pistola o la croce». Huysmans scelse la seconda alternativa e qualche anno dopo, nel 1892, si convertì al cattolicesimo, spendendo gli ultimi anni della sua vita in una lotta senza quartiere contro l’anticlericalismo dilagante.
Con il senno di poi sorprende scorgere in A ritroso i semi di una conversione inevitabile. A partire dalla condizione di isolamento, che lo stesso Des Esseintes paragona alla fuga mundi di un monaco, diversi sono gli elementi che sembrano avvicinare la singolare esperienza del protagonista del romanzo al cattolicesimo. Al di là dell’amore che il nobile nutre nei confronti dei padri della Chiesa e di alcuni scrittori cristiani come Ernst Hello, molti degli arredi che ne impreziosiscono la dimora sono oggetti liturgici riattati per l’occasione, come la cartagloria che espone sul camino e che contiene alcuni componimenti dell’amato Baudelaire.
Il trionfo del simbolismo sul naturalismo è dunque una vittoria spirituale più che stilistica. Oltre l’approccio scientifico di un Zola, abilissimo nel descrivere il corpo ma ottusamente cieco nell’ignorare l’anima, l’autore diA ritroso punta a un autentico realismo, in grado di rintracciare tutti i fattori costitutivi dell’esistenza. In altri termini, il suo sguardo si arricchisce di quella dimensione spirituale, di quella Bellezza con la “b” maiuscola, di cui il dato reale porta traccia, di cui ogni cosa è testimonianza. È questo il primo e decisivo passo che Huysmans-Des Esseintes compì sulla strada che porta a Cristo.



lunedì 26 ottobre 2015

Nuovo canale Romano Thule Video

Da pochi giorni è attivo il canale Youtube "Romano Thule Video", che raggruppa ad oggi oltre 70 video di interventi di Tommaso Romano, presentazioni di libri Thule, eventi ed approfondimenti. Presto tanti nuovi video, vi invitiamo a visitare il canale ed iscrivervi cliccando sul seguente link:

https://www.youtube.com/channel/UCBznDndCboWJYgVlH5SlK5w/videos

domenica 25 ottobre 2015

Vito Mauro, "Continuum" (CO.S.MOS)

di Marcello Falletti di Villafalletto

Si potrebbe dire che questo corposo testo di Vito Mauro vada senz’altro a completare, se non a supportare l’im­pegno di Maria Patrizia Allotta, con il quale abbiamo aperto questa rassegna; infatti, raccoglie tutti gli scritti e gli innumerevoli impegni letterari e cultu­rali svolti dal prof. Tommaso Romano in oltre quarant'anni di proficua attività. “Un omaggio corale” ad un uomo, professionista serio, che merita ampiamente di essere onorato, non solamente per quello che è, ma per quello che è da sempre e per quello che continuerà ad essere in futuro: sicuramente ancora provvi­do, ricco e valido. Un personaggio granitico, poliedrico, consapevole del suo potenziale umanitario e culturale del quale la nostra società continua ad avere profondamente bisogno.
«Di fatto Romano si può considerare il più lucido e intellettual­mente più interessante rappresentante di questo significativo filone della cultura siciliana. Da qui il suo giudizio sul nulla della condi­zione culturale del presente in modo severo da lui stesso espresso: “Perso il timor di Dio” l’uomo contemporaneo non vuole neppure - prometeicamente - farsi Dio, ma annullarsi nell’insignificanza, an­negare nel non-senso, nell’ovvio, verso una sorta di trasformazione antropologica”. Aggiungo io purtroppo in negativo.
Un ritratto, se non esaustivo, certamente fedele, della identità intellettuale di Romano, non facile da sintetizzare, stante la sua “co­smicità”, si può estrarre da quanto egli dice, quasi autobiografica­mente, di Vincenzo Mortillaro nel volume Contro la rivoluzione la fedeltà. E' forse l’opera migliore da lui scritta, né può ritenersi un caso: “Letterato e poeta, fondatore, direttore, animatore prima e dopo il ’60 di riviste e giornali e molteplici responsabilità amministrative... critico acerrimo dei nuovi rivoluzionari del 1860, della conquista garibaldina e del Nuovo Regno d’Italia di marca piemontese liberale e coloniale, fu costantemente ammirato, deriso e invidiato per il suo rigore e la sua visione del mondo e della storia”.
Mortillaro era un cultore del passato. Aristotele ha scritto che la memoria è negata agli schiavi. Apprezzo Romano soprattutto perché in quanto cultore del passato vuole restituirci la memoria che il presen­te ci nega. Il fine ultimo del suo impegno culturale vuole essere libe­ratorio per tutti. Il mondo che ci fa sognare è infatti un mondo senza schiavi.» ha scritto Antonino Buttitta, nella appropriata e apprezza­bile introduzione. Possiamo aggiungere che questo mondo “senza schiavi”, oggi sembra essere più aleatorio che nei tempi passati. Sono cambiate le forme di schiavitù, sono diventate multiformi, impressio­nanti, devastanti e deleterie: eppure continuiamo a parlare di libertà. Sbandierandola ai quattro venti di una società sorda, ammutolita, ip­notizzata, formalmente scandalizzata ma che continua a considerarla un sogno ideale, dal quale però rischia di non svegliarsi mai.
Quindi ben venga il volume di Vito Mauro su Tommaso Romano, - anzi sulla “bibliografia di e su” - figura morale e intellet­tuale di un siciliano puro, assurto a livello cosmologico, perché usci­to dai confini di quell'affascinante isola mediterranea, si è fatto voce, non di “colui che grida nel deserto” di una modernità compiacente, soggiacente, anestetizzata, permissiva di un libertinismo (forse anche più libertinaggio), scambiato per libertà; diventata ancora più for­ma di schiavitù nuova, ammirata, vissuta incondizionatamente, ma elevatasi a richiamo, avvertimento, monito del quale le generazioni future dovrebbero farne approdo sicuro.
Potrebbe sembrare scontato recensire un lavoro di questa autore­vole portata ma sono certo che qualunque appassionato di cultura, testi e di ricerca intellettuale saprà apprezzarne il valore altamente utile e necessario; oltre che a scoprirne la granitica personalità di Tommaso Romano, non solamente personaggio costantemente im­pegnato, ma fortemente motivato ad essere ancora, lungamente, par­te attiva di questa nostra, sempre più, svagata società.

da: “L’Eracliano”, Scandicci n°7-9, 2015

sabato 24 ottobre 2015

Maria Patrizia Allotta, "Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore" (Ed. Limina Mentis)

di Marcello Falletti di Villafalletto

L’Autore non vuole tracciare una biografìa, alquanto inopportuna, del noto personaggio palermitano, ampia­mente conosciuto non solamente nel circostanziato spazio isolano; altrettan­to a livello nazionale ed europeo, ma riassumere alcuni aspetti del suo pensiero e del coerente operare che lo hanno da sempre contrad­distinto. Certamente non si potrà neanche condensare in poche pa­gine l’intensa poliedrica attività di un personaggio, come Tommaso Romano, che ha ancora tanto da dare, fare e proporre.
A riguardo, la curatrice, nel Proemio, “Tommaso Romano: la scrittura della vita” scrive: «Trovare le parole esatte per definire e ben rappresentare l’unicità di una qualsivoglia creatura è già compito delicato e difficile. Se si desidera poi cogliere l’essenza e catturare la sostanza di un uomo dalle forme volubili, riluttante ad ogni pri­gionia, ribelle a qualsiasi classificazione, sempre in divenire anche se fortemente ancorato alla sua radicale coerenza, allora l’opera diviene ancora più complessa». Già: “eterogenea, articolata” potrebbero esse­re definizioni sostanzialmente riduttive e costrittive per la multifor­me attività che diviene fondamentalmente vitale per l’impegno che Tommaso prosegue, persegue e continua a sviluppare con indomita energia, quasi adolescenziale. Dove altri si arresterebbero, lui ripren­de, prosegue, saldamente ancorato, verso un futuro che sembra aver sempre più bisogno di energie di questo tipo: come le sue.
«Volere, inoltre, riassumere le qualità esistenziali attraverso con­sueti termini, soliti aggettivi e luoghi comuni di chi, per natura, consueto, solito e comune non lo è affatto, l’impresa diventa laboriosa - prosegue l’Allotta -. In tal senso, allora, raccontare Tommaso Romano, facile certamente non è.
La prima difficoltà nasce dalla scelta delle parole per restitui­re un ritratto che ben lo rappresenti. Infatti, utilizzando un lessico semplice e ordinario si potrebbe mortificare la complessa formazione culturale, il suo ampio sapere e le sue astruse conoscenze; di contro, l’adozione di un linguaggio altisonante sminuirebbe certamente la sua innata semplicità e naturalezza, spesso però mascherata -inspie­gabilmente - da un atteggiamento altezzoso e schivo, in taluni casi arrogante e superbo, alieno, comunque, da ogni volgarità, banale esteriorità e mondanità.
La seconda difficoltà è data, invece, da un ostacolo sicuramente più insidioso: sintetizzare chiaramente il suo operato considerando il dove, il quando e il perché della sua “contemplattività”.
Ecco allora che ogni etichettatura non rende, ogni classificazione appare impropria, ogni recinto vincolante; così come le stesse coor­dinate spazio-temporali non reggono data la simultaneità plurima del suo agire.
Ricapitolare, dunque, il profilo sinuoso di Tommaso Romano, che si esprime a cascata, per cicli e in diverse direzioni, ma soprattut­to, ricostruire la foga e l’impeto del suo fare, la volontà di realizzare, la capacità di progettare e la passione per il contemplare, lievemente smarrisce».
Riassumere in poche pagine un percorso di vita, per quanto avanzato, tutto ancora in divenire, non sarebbe facile, tanto meno delinearlo con semplici e mortificanti parole. Quindi, ha fatto otti­mamente Maria Patrizia Allotta, a presentare questi orientamenti di speranza, che non possono morire mai, dai quali emerge l’anima, più profonda dell’uomo, del poeta, dello scrittore, del critico, saggista, bibliografo, storico, politico e altro ancora che esorta: “Viviamo nella e per la Verità”. Facendo di questo assunto un programma esisten­ziale, eternamente durevole; tanto da farsi universalmente pedagogo non solamente di pensiero ma di vita stessa; vivendola intensamen­te, profondamente, attivamente come ha da sempre fatto Tommaso Romano. E oggi, più che mai, la sua sollecitazione a certi uomini di potere, comando, amministrazione, organizzazione, dovrebbe diven­tare monito nella mente, programma del cuore, affinché realmente quella “politica che ha bisogno dell’anima”, diventi espressione in­cessante di più elevate considerazioni: quelle che scaturiscono chia­ramente dall’insegnamento evangelico e cristiano.
Fin dal primo capitolo: L’essenzialità della parola viva, delinea, energicamente un percorso vitale che ripercorre quel “mosaicosmo”, (personale suo neologismo), presentandocelo: unico e irripetibile che attraversa un’intera esperienza umana che possiamo, dovendolo riscoprire, non solamente irripetibile ma cosmologico nella sua in­controvertibile unicità.
Argomenti filosofici, pensieri pedagogici, maturati in queirin­tima contemplazione che ardiscono verso un’attività sinergicamen­te produttiva, ben articolata, tanto da poter essere presentati come mimési che diventa via via esegesi di un’escatologia tanto necessaria all’umanità, che oggi ne ha smarrito il vero e autentico significato.
«Occorre riscoprire il legame vero, quella “consanguineità” col Mistero - scrive Tommaso Romano, verso la fine del settimo capitolo (Dalla morte di Dio al Dio vivo) - quell’amicizia che non tradisce e che vigilando ci libera, quel magistero che risiede nel prezioso dono dei sacramenti e dei comandamenti. Vivere Cristo è il più alto degli atti e degli esempi cui lo sforzo della nostra vita può tendere»; non più mera filosofia ma elevata teologia che proietta ad una elevata co­noscenza, verso la quale dovrebbe, deve tendere ogni essere umano. Ciò significa vivere “nella e per la Verità”, cominciando da quaggiù quel percorso, a volte scabroso, difficile, per proseguirvi, da ora in poi, eternamente.

da: “L’Eracliano”, Scandicci n°7-9, 2015

venerdì 23 ottobre 2015

Luca Fumagalli, "L'ombra delle mosche. Introduzione alla narrativa di William Golding (Ed. Il Cerchio)

William Golding (1911-1993), premio Nobel per la letteratura nel 1983, è ancora oggi ricordato quasi esclusivamente per il romanzo d’esordio, Il Signore delle Mosche, l’indiscusso capolavoro che, oltre a garantire fama e notorietà al suo autore, ha segnato indelebilmente la cultura anglosassone dell’immediato dopoguerra. La Critica dello scrittore inglese all’ingenuo ottimismo moderno si sostanzia in una drammatica riflessione circa la natura irrimediabilmente malvagia dell’uomo.
Da questa costatazione prende le mosse una poetica graffiante e contraddittoria che, romanzo dopo romanzo, trova la via per approdare a un’isperata ipotesi di redenzione universale.
L’opera di Golding è quindi un’appassionante avventura, gravida di ansie e desideri, alla ricerca della perduta umanità. Il saggio di Luca Fumagalli invita per la prima volta il lettore italiano a scoprire l’intelligenza provocatoria di una delle più brillanti del XX secolo.

LUCA FUMAGALLI è nato a Lecco nel 1985. Laureato in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi in Drammaturgia, è insegnante di scuola media. Appassionato di Letteratura e Storia, da alcuni anni si occupa in particolare dello studio e della promozione delle figure più significative del cattolicesimo britannico degli ultimi due secoli. Tra i suoi lavori si ricorda il saggio biografico Robert Hugh Benson. Sacerdote, scrittore, apologeta (Fede & Cultura, 2014) e la curatela de La storia dell’eremita Richard Raynal di Robert Hugh Benson (Edizioni Radio Spada, 2013)