venerdì 8 gennaio 2016

Giulio Alfano, "Falangismo e Fascismo" (Ed. Solfanelli)

RAFFRONTO FRA DUE REGIMI
di Lino Di Stefano

   In un saggio di non grandi dimensioni, ma denso e significativo – ‘Falangismo e Fascismo’ (Solfanelli, Chieti, 2015) – lo studioso romano Giulio Alfano, cattedratico di Filosofia politica ed Etica politica presso la Facoltà di Filosofia alla Pontificia Università Lateranense – ci fa dono di una bella ricerca mettendo a confronto due note esperienze politiche del Novecento e vale a dire il regime impostosi in Italia nella prima metà del Novecento e quello affermatosi in Spagna più o meno nello stesso periodo, ma di più lunga durata.
   Il sistema iberico, prima dell’avvento di Francisco Franco, fu iniziato, com’è noto, da José Antonio Primo de Rivera come reazione alla vittoria del Fronte popolare nel 1936; a seguito dei gravi disordini, uno dei quali portò alla morte di un esponente del Fronte, per mano di un seguace della Falange, quest’ultima fu messa al bando e il suo capo fu fucilato. Da qui, lo scoppio della guerra civile che vide la vittoria del generale Franco.
   Il quale unificò, organicamente, in una sola formazione, il proprio movimento - la Falange ufficiale – ed altri gruppi minori mercé un programma ricalcante le posizioni più conservatrici del Fascismo di Mussolini e del Cattolicesimo più tradizionalista. In questa maniera, ‘El Movimiento Nacional, osserva Alfano, rimase “l’unico partito politico permesso in Spagna e anche l’unico canale di partecipazione alla vita pubblica di quel paese.
 A questo punto, mentre la Falange basava il proprio progetto sul Sindacalismo popolare, sull’autogestione, sulla nazionalizzazione delle banche, sullo Stato laico - che riconosceva l’importanza del Cattolicesimo - sull’anticomunismo nonché su alcuni rilievi al Corporativismo, il Fascismo italiano, dal suo canto, adottò tali princìpi solo durante il breve periodo della Repubblica sociale.
   L’Italia fascista, comunque, nel 1936, conquistò il suo Impero coloniale, ma l’entrata in guerra, nel ’40, di fianco alla Germania, vanificò, a seguito della sconfitta militare, tutte le conquiste tradotte in realtà, subendo, altresì, molti tagli territoriali; Franco, da parte sua, non facendosi sedurre dalla seconda guerra mondiale, restò al potere fino alla morte avvenuta nel 1975 anche perché appena uscito dalla cruenta guerra civile.
   Chiarisce, al riguardo, Giulio Alfano, d’accordo con altri storici, sottolineando, giustamente, a nostro giudizio, che, in sostanza, il Falangismo non fu altro che franchismo, nel senso, cioè, che esso, parole dell’Autore del libro, “non fu una vera dittatura bensì un regime autoritario e non già totalitario, come invece nel caso del Fascismo italiano. Da qui, la profonda differenza fra i due sistemi politici.
   Nell’ultima parte del suo lavoro, Giulio Alfano ricostruisce le laboriose e complicate vicende che sfociarono nel colpo di Stato del 25 luglio 1943, allorquando, cioè, il Re, terminata la seduta del Gran Consiglio, nominò Capo del Governo il Maresciallo Pietro Badoglio il quale agì pure, in senso contrario allo Statuto.
 Va, inoltre, ricordato che quest’ultimo, scrive lo studioso romano, “ancora nel 1944 (…) era formalmente in vigore e costituiva principio dell’ordinamento giuridico la dichiarazione secondo la quale ‘la Nazione italiana si realizza integralmente nello Stato Fascista’”, senza parlare di altre colossali violazioni messe in atto dal Re e dal suo Primo Ministro.
   Chi intende conoscere i retroscena politici del Fascismo e del Falangismo, non può prescindere dalla breve, ma succosa ricostruzione operata, con precisione, chiarezza e serenità dallo studioso Giulio Alfano.
  
  

   

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