sabato 31 gennaio 2015

L'autunno del linguaggio e il "bi-sogno" della parola nuova nel progetto poetico-sperimentale di Anna Maria Guidi

di Guglielmo Peralta
 
 
Cosa diversa del linguaggio orale è la scrittura, la quale può prendersi qualche "licenza poetica" e così inventarsi dei neologismi "giocando" con le parole, suddividendole in parti, in misure (aggiunzioni, sottrazioni, sinalefe, sineresi) o praticandovi degli innesti per ottenere nuovi "frutti", per imprimere ai vocaboli significati inediti. Senz'alfabeto, di Anna Maria Guidi, è, innanzitutto, questa libertà della scrittura, che qui assume il carattere della necessità. Neologismi e metalogismi creano l'originalità delle relazioni tra i vari elementi del testo permettendo di oltrepassare le restrizioni linguistiche. Le figure retoriche del suono (allitterazione, assonanza, consonanza, paranomasia) abbondano costituendo un corpus "sin-fonico" che conferisce al testo e all'intera silloge un particolare e gradevole andamento ritmico, quella vivacità, quell' "andante con brio", tipico di una composizione musicale, che sopperisce all'assenza, spesso, di quella "musica" interna, di intima appartenenza e convenienza alla creazione poetica, che si dà per mistero e per miracolo prima delle parole che essa stessa sceglie, compone e dispone. Qui, al contrario, a suonare, in maniera diretta, sono le parole, che si caricano di più sensi creando particolari paesaggi e atmosfere, ("il giallore smunto dell'autunno"; "il mare/rame d'un golgota di vigne/crocifisse alla vendemmia"; "scervella il sole/nell'agostano avvampo/febbra salini afrori/spolpa sfranti sapori/fuoca erbali umidori"...) o assumono un tono granguignolesco aderendo agli aspetti violenti della vita umana e della natura, all'"esistere mortale", al "marasmo carnale dell'esistere", al "cruore", alla lotta per la sopravvivenza, e cogliendo, fotografando, bloccando, nei loro momenti più crudi e cruenti, alcune specie animali e una umanità, di cui la Guidi si fa specchio rappresentandone l'anima dolente e la carne mortale, la quale, in sé unendo eros e thanatos: le pulsioni di vita e di morte, cerca invano di dissimulare la propria caducità sotto la maschera carnascialesca di un'esistenza solo apparentemente felice:
"nugola un carniere di storni/ piume di sangue alla postrema siepe (...) s'appunta al vetro/ la coccinella novembrina/e nell'impari efforzo/vermigliando precipiti discrepa/le ali della vita"; "fuco la vita/feconda e regge/la morte ape regina"; "lombrica il beccaccino/l'umorale turgore/della sapida preda disterrata (...) uccella l'astuto astore/ la sua funèbre ronda/ frecciando la pernice/in un rostro di sangue"; "ferita a morte/s'appiomba l'atra fuliga/alle farnetiche fauci/della canina foia/guizza / (..) l'aspidica erezione/ammorsando il vindice veleno/la gola armata del cacciator proteso:/ingravidato a morte"; "rutilo poltriglio d'agonia/si spasma il rospo/sul ruvido grigiume dell'asfalto:/dopo la curva/beffardi freni istride/il motore assassino"; "cedua rampica il monte/la solenne baldanza della quercia/così l'obliquo struscio/della carne mortale:/materia in maschera/a corto passo a spasso/sull'inteschiato corso/del serotino carnevale"; "rosicando misuro le falcate del tempo/che sulle punte capillare pulsa/il c(r)uore arterioso dell'esistere"; "e qual farnetico segugio senza fiuto/arrancando e annaspando rincorro/il sogno del per ché e per chi corro/seppur di certo so che non distorno/le saturnine voglie/pertuse nelle matrigne doglie/di nostra mortal sorte: cùpida iena che partorisce e cresce/ed al macello pasce ogni carcassa/ben frolla divorata/e indigesta ri-gettata/nell'orbitante vuota ove smalto collassa/il marasmo carnale dell'esistere"
      In questo marasma, anche il sesso diventa una lotta, un "corpo a corpo" che sfinisce gli amanti vinti dal piacere erotico che la volontà di vivere, cieca, irrazionale e, tuttavia, necessaria per la nostra stessa esistenza, richiede, secondo la lezione di Schopenhauer. Vivere è così un "rito" che accomuna "l'umanide ciurma" agli animali ed è un "miraggio", un'illusione di eternità che perpetua il dolore attraverso l'eros privando l'uomo della libertà (pp. 25, 26). Se in questo marasma, se in questo male di vivere c'è un palese richiamo a Leopardi e al "giardino della souffrance", tuttavia, la presenza di Artaud è qui "dichiarata" attraverso i versi di questo autore, tratti dalle Poesie della crudeltà, che Anna Maria Guidi riporta nella sua silloge e che sembrano messi lì a segnare delle sezioni, a fare da introduzione, o meglio, da segnavia ai testi, quasi a indicarne, ad anticiparne il percorso, a tracciare i passaggi decisivi del cammino poetico-linguistico-sperimentale della nostra poetessa. Qui, le parole si fanno corpo e scena della realtà, rappresentata con grande impatto emotivo nei suoi aspetti oscuri e conflittuali, espressa a forti tinte, come nel "teatro della crudeltà" artaudiano, con una partitura linguistica non convenzionale che, se da un lato, tende a provocare la reazione del lettore abituato al linguaggio ufficiale, in cui viene mantenuta la distanza tra segno e realtà, tra parola e pensiero, tra scrittura e vita, anche quando la parola si volge alla poesia e cerca di agguantarla, dall'altro lato, si propone come una lingua nuova, in grado di pro-gettarsi, di andare oltre la semplice funzione comunicativa, oltre l'uso tradizionale del linguaggio per colmare quella distanza e dare all'essere, muto e senza dimora, la sua casa ideale nel linguaggio della poesia, dove lo pensa e lo vuole Heidegger, e verso cui la scrittura della Guidi aspira ad avvicinarsi mettendosi "in gioco", quasi a costituire un sistema di segni, un nuovo "codice" linguistico sopra l'us(ur)ata lingua, raschiata e destinata a scomparire nel palinsesto. L'intenzione della Guidi, allora, non è tanto di creare un nuovo stile e una nuova forma, quanto di investire la scrittura della funzione liberatrice del linguaggio, che è quella di svincolarlo dalla tradizione e, dunque, dal già detto, dalle forme del parlato e letterarie, di "azzerarlo" portando la scrittura oltre di esso, a quel «grado zero», teorizzato da R. Barthes, a partire dal quale essa può ricominciare a "parlare" in una dimensione più autentica e vera.  
      La genesi della parola nuova (o della nuova scrittura) non è facile, perché la scrittura non può ricominciare se non a partire dal "ver(b)o" che la costituisce. Il nuovo corso è un calvario, una passione, un andare "acrobatico" della mente tra "giunchi di parole", a ridosso del silenzio che non riesce a parlare, a ri-trovare il "ver(s)o", il "ver(b)o"; a ridare senso e significato al linguaggio, in cui la verità si dà solo nascondendosi e che solo il sogno intra-vede nell'assenza delle parole, al di là di ogni alfabeto. Tra "ustioni" e "algori", tra "preci" e "croci": tra tensioni ardenti e algidi esiti espressivi, tra sacri tremori e patimenti tarda a fiorire la primavera della nuova scrittura. E quel sogno, allora, è un "bi-sogno" necessario che richiede un lungo cammino - "(t)orme di passi" - attraverso "valanghe" di inutili, vuote parole, in cui quella verità è violata, frammentata, dispersa, per sempre dissipata, ma della quale, tuttavia, è possibile intravedere le orme - quasi un principio, un riflesso della sua luce ("il primo vèr del ver(b)o") -  che la "neve" del silenzio è capace di rilasciare, di riverberare se sappiamo ascoltarlo. Ed ecco!... In virtù del sogno le orme di luce si tramutano in parole: "particole d'aurora" dentro cui "lievita" la celeste ambrosia della poesia: cibo e bevanda di cui si nutre la nostra Ricercatrice, senza mai saziarsene. Perché queste "particole", che rifulgono della sacra luce del "ver(b)o", sono come le ostie, che Anna Maria riceve in comunione. Per cui sempre si rinnova il "bi-sogno" di questo "pane" celeste necessario all'esistenza. (pp. 15, 77, 81).  L' im-pasto linguistico è, dunque, questo atto di comunione mediante cui le parole diventano il nostro corpo e il nostro sangue, ed è noi stessi che offriamo nella comuni(cazi)one che  annuncia e ripete il sacrificio del Cristo. Senz'alfabeto diventa così, ossimoricamente, un laboratorio di parole, dove la parola è "un frullo di poesia" che s'invola come un passero per ritornare al nido e risplendere della luce della verità. (p. 75) E in questa luce, dove le parole ricevono il nuovo battesimo, la nostra poetessa, con atto quasi sacrificale, assume su di sé "la vertigine" del vuoto assoluto del linguaggio che, senza limite, volge al crepuscolo e sbiadisce dissolvendosi nell'albeggiare del verso/verità, che, nel silenzio, "il sogno dice" nell'azzeramento della scrittura, che può così ricominciare a parlare. (pag. 81)

“L’arcobaleno” di Adalpina Fabra Bignardelli

Di Rita Elia

Abbiamo abbandonato per un paio d’ore i nostri ritmi frenetici, il nostro cellulare, la Tv, il computer, tutti quegli strumenti tecnologici che oggi “educano” il mondo e che credo abbiano provocato quel distacco dal nostro profondo dove alberga la spiritualità dell’individuo. Si preferisce cercare al di fuori di sé il senso della vita e ci si rende conto che si rischia di perdere il senso di se stessi, la sintonia tra il cuore e la mente. Nella nostra società, l’individualismo è dilagante, si vanno perdendo i valori della solidarietà ed è proprio in questo momento storico di crisi in tutti i sensi, che l’umanità ha bisogno di poesia,una poesia che abbia funzione pedagogica, che crei occasione di incontrarsi ed incontrarci e credo che meriti il nostro grazie la nostra autrice che oggi presenta la sua terza silloge poetica dal titolo “L’Arcobaleno”. Un titolo felice per indicare la pluralità dei colori della vita e  dei sentimenti umani, la promessa di Dio all’uomo inserito tra cielo e terra.    E a questo proposito voglio leggervi una leggenda legata all’Arcobaleno che ha tanto da dirci e da darci, come la poesia di Adalpina, racchiusa tra le pagine del libro.
“Tanto tempo fa i colori fecero una lite furibonda. Tutti si proclamavano il migliore in assoluto, il più importante, il più utile, il favorito.      
                           
Il VERDE disse: " Chiaramente sono io il più importante. Io sono il segno della vita e della speranza. Io sono stato scelto dall'erba, dagli alberi, dalle piante. Senza di me tutti gli animali morirebbero. Guardatevi intorno nella campagna e vedrete che io sono in maggioranza...”
                                          
 Il BLU lo interruppe: "Tu pensi solo alla terra, ma non consideri il cielo ed il mare!!E' l'acqua la base della vita che viene giù dalle nuvole nel profondo del mare. Il cielo dà spazio, pace e serenità. Senza di me voi non sareste niente...                                                                                                                 " Il GIALLO rilanciò: "Voi siete tutti così seri! Io porto sorriso, gioia e caldo nel mondo. Il sole è giallo, la luna è gialla, le stelle sono gialle. Quando fioriscono i girasoli, il mondo intero sembra sorridere. Senza di me non ci sarebbe allegria... 
                                                                                             
 L'ARANCIONE si fece largo: " Io sono il colore della salute e della forza. Posso essere scarso, ma prezioso perché io servo per il bisogno della vita umana. Io porto con me le più importanti vitamine. Pensate alle carote, zucche, arance, mango e papaia. Io non sono presente tutto il tempo, ma quando riempio il cielo nell'alba e nel tramonto,la mia bellezza è così impressionante che nessuno pensa più ad uno solo di voi..."  
                                           
Il ROSSO poco distante urlò: "Io sono il re di tutti voi. Io sono il colore del sangue ed il sangue è vita, è il colore del pericolo e del coraggio. Io sono pronto a combattere per una causa, io metto il fuoco nel sangue,senza di me la terra sarebbe vuota come la luna. Io sono il colore della passione, dell'amore, la rosa rossa, il papavero.."      
                                                            
Il PORPORA si alzò in tutta la sua altezza. Era molto alto e parlò con voce in pompa magna: " Io sono il colore dei regnanti e del potere. Re, capi e prelati hanno sempre scelto me perché sono il segno dell'autorità e della sapienza. Le persone non domandano... a me essi ascoltano ed obbediscono!..."          
Infine parlò l'INDACO molto serenamente, ma con determinazione:" Pensate a me, io sono il colore del silenzio, voi difficilmente mi notate, ma senza di me diventate tutti superficiali. Io rappresento il pensiero e la riflessione, il crepuscolo e le acque profonde... Voi tutti avete bisogno di me per bilanciare e contrastare, per pregare ed inneggiare alla pace...
"E così i colori continuarono a discutere ognuno convinto di essere superiore agli altri. Litigarono sempre più violentemente senza sentire ragioni. Improvvisamente un lampo squarciò il cielo seguito da un rumore fortissimo. Il tuono e la pioggia che seguì violenta li impaurì a tal punto che si strinsero tutti insieme per confortarsi... Nel mezzo del clamore la PIOGGIA iniziò a parlare:" Voi sciocchi colori litigate tra di voi e ognuno cerca di dominare gli altri...Non sapete che ognuno di voi è stato fatto per un preciso scopo unico e differente? Tenetevi per mano e venite con me". Dopo che ebbero fatto pace, essi si presero tutti per mano. La PIOGGIA continuò: "D'ora in poi, quando pioverà ognuno di voi si distenderà attraverso il cielo in un grande arco di colori per ricordare che voi vivete tutti in pace. L'arcobaleno è un segno di speranza e di Pace per il Domani.....
La Poesia di Adalpina Fabra Bignardelli è un panorama di colori in perfetta armonia, che scivola tra profumi ed essenze, che offre al lettore la bellezza delle parole, il significato della vita, i motivi più alti del linguaggio terreno per una società sempre più bisognosa di trovare nella poesia il proprio habitat delle verità. Una lettura rilassante, omogenea che induce a riflettere, a pensare per sapere guardare la vita con occhi nuovi; un’ossigenante farmaco per il cuore dell’umanità, saggezza di vita che la nostra poetessa ci offre attraverso il suo tessuto di emozioni.
Nel mondo di Seb l’Autrice fa una dedica ad un amico pittore dicendo che egli attraverso i colori, da alle cose le ali dei sogni…d’altronte l’arcobaleno ha sempre affascinato gli uomini per la sua bellezza e la natura misteriosa, ma anche la nostra poetessa crea immagini di vita in “Stella mattutina. Credo che un pittore per lasciarsi ispirare, basterebbe  che entrasse nel tuo mondo, cara Adalpina, in queste pagine del tuo Arcobaleno che abbraccia l’Universo, ponte tra cielo e terra, attraverso la tua spiritualità, profondità, fede e amore per le grandi e le piccole cose… che sai osservare e dipingere attraverso la tua anima.
Chiudo con 5 versi della nostra Autrice della poesia “Ricerca” a pag. 68, che racchiudono il perenne interrogativo dell’uomo in cammino su questa terra
“Ognuno ha il suo cammino
amaro o pur felice
girovagando intorno
cerchiamo in fondo tutti
Il senso della vita”.
                                                                            

venerdì 30 gennaio 2015

Rosita Boschetti, Omicidio Pascoli. Il complotto, Mimesis Roma 2014, p. 160

di Gianandrea de Antonellis

«O cavallina, cavallina storna / che portavi colui che non ritorna!» Questi versi di Giovanni Pascoli, un tempo patrimonio mnemonico di tutti gli allievi delle scuole elementari, si riferiscono al delitto, rimasto impunito, del padre del poeta, Ruggero, amministratore di una tenuta romagnola dei principi Torlonia, che nella sera del 10 agosto 1867 venne assassinato mentre tornava a casa sul proprio calesse. La tragica vicenda di Ruggero e della sua famiglia influì pesantemente sulla psicologia del futuro poeta e nelle menti dei bambini che imparavano i suoi struggenti versi rimaneva stampato il ricordo del nitrito della cavalla, lanciato dalla fedele giumenta quando la madre del giovane Giovanni (non aveva ancora dodici anni al momento del delitto) le sussurrò nell’orecchio il nome dell’assassino («Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome… Sonò alto un nitrito». Ricordato costantemente a scuola, il caso fu invece archiviato in tribunale, in quanto il criminale fu protetto dalla rete omertosa che – in Romagna come in Sicilia – fece scendere l’oblio sull’omicidio.
Ora Rosita Boschetti, direttrice del Museo Casa Pascoli di San Mauro, avvalendosi di inedito materiale archivistico, ha ripercorso le vicende del tempo, spostando l’attenzione dal punto di vista della criminalità comune (vendette di contrabbandieri? offese personali? minacce di licenziamenti in seguito a ruberie scoperte dall’amministratore?) a quello di un delitto attentamente premeditato, su un agghiacciante sfondo politico. La Romagna infatti era (e lo sarebbe ancora stata a lungo) terra di torbidi politici (non a caso da queste parti è ambientato Una tempesta di E. A. Butti, del 1903, unico dramma campestre di un autore settentrionale, che culmina con l’omicidio politico di un proprietario da parte di un agitatore comunista).
Basti pensare che «all’indomani del delitto, i giornali riferirono la notizia laconicamente e senza rilievo poiché né la personalità della vittima, né l’ambiente in cui era stato perpetrato il delitto, e neppure le circostanze, abbastanza consuete, presentavano elementi sensazionali» (p. 69, corsivo nostro). Una consuetudine al delitto che insanguinava una regione, la Romagna, dove esistevano gruppi di mazziniani, eredi delle vendite carbonare, i cui adepti erano vincolati da stretti patti di omertà e di obbligo al delitto.
«Gli anni immediatamente successivi all’annessione al Regno saranno caratterizzati da continui disordini, rivolte, da innumerevoli grassazioni e delitti che resteranno in gran parte impuniti. Nel delicatissimo periodo successivo all’unificazione, l’autorità politica e quella di polizia non saranno in grado di controllare questi fenomeni, per la presenza capillare, specie in Romagna, di vere e proprie sette repubblicane che si ribellavano al nuovo governo di impronta monarchica» (p. 40). A ciò si aggiunse il rincaro del grano,  causato della politica di liberalizzazione dei Savoia.
Ruggero Pascoli, checché ne pensassero i giornali, era un uomo in vista, tutt’altro che ignoto, essendo sindaco del suo paese e consigliere comunale in carica al momento dell’omicidio. Esso rimasto senza colpevoli perché, fin da subito, una rete omertosa evitò qualsiasi testimonianza: la prima deposizione scritta che indicava i colpevoli sparì nottetempo dal tavolo del giudice istruttore, subito rimpiazzato da un collega che ricominciò da capo le indagini, scontrandosi con un muro di silenzio,
Giovanni Pascoli, il poeta, si lamentò per l’intera esistenza che il processo fosse stato bloccato dalla ricerca immediata di un possibile mandante, facendo brancolare nel buio le forze dell’ordine, anziché cercare prima gli esecutori, che la gente del luogo aveva individuato, e da questi risalire a chi li aveva inviati.
Ad oltre centocinquant’anni dal caso la Boschetti è pressoché sicura: si trattò di tal Pietro Cacciaguerra, colui che prese il posto di Ruggero Pascoli quale amministratore dei Torlonia, famiglia francese trapiantata nel Settecento a Roma e divenuta in breve ricchissima e potentissima anche per la bonifica della piana del Fucino (si veda il romanzo Fontamara di Ignazio Silone, che dipinge i recenti principi come particolarmente attenti al denaro, da commercianti e banchieri da poco nobilitati quali erano). Questi si fece aiutare da un certo Achille Petri, che vivendo alla Torre, dove abitavano i Pascoli, ebbe agio di chiedere a Ruggero di farsi venire a prendere alla stazione di Cesena, quel lontano 10 agosto, ma non si fece trovare all’appuntamento. Ecco perché Pascoli padre tornò – da solo – alla masseria, esponendosi al fuoco omicida.
Lo studio della vicenda porta alla luce una serie di collusioni che giustificano l’omertà: dal faccendiere Cacciaguerra al suo primo datore di lavoro, il marchese Guiccioli, già Ministro della Repubblica Romana ed eletto, grazie a brogli del suo dipendente, proprio nello stesso 1867 al Parlamento (dove però si schierò con la vincente Destra storica), che vedeva di buon grado un suo uomo entrare nell’amministrazione Torlonia, per mettersi in affari con il Principe.
Solo con aderenze sociali e politiche di questo tipo e con un settarismo mazziniano che ha i tratti della mafia («sette pseudo politiche, in realtà di grassatori e assassini, della Romagna», p. 53) si possono giustificare continua omertà, carte sottratte ai giudici, indagini sviate o addirittura testimoni chiave uccisi fin dentro il carcere il giorno prima di essere ascoltati in tribunale… Non a caso Giovanni Pascoli disse che si poteva parlare “non di semplice trascuratezza, bensì di vera e propria connivenza” della polizia.
Quindi, se il maggior colpevole risulta Pietro Cacciaguerra, «l’unico a possedere tutti gli strumenti indispensabili al piano delittuoso: la ricchezza, le conoscenze politiche, l’assidua frequentazione dell’ambiente repubblicano, l’ambizione economica, la tenacia e determinazione» (p. 103), l’intero ambiente che gli gira intorno (repubblicani, mazziniani, criminalità comune travestita da politica, deputati, possidenti) viene realisticamente dipinto con tinte fosche dallo studio della Boschetti. Questa era la nuova Italia sabauda, l’Italia liberale, l’Italietta che si apprestava ad attendere la sconfitta di Sedan per aggredire Roma e farne la sua capitale.

TOMMASO ROMANO, Contro la rivoluzione la fedeltà. Il marchese Vincenzo Mortillaro cattolico e tradizionalista intransigente (1806-1888), Isspe, Palermo 2012

di Melo Freni
 
Chi era Vincenzo Mortillaro? Pochi ri- corderanno l’autore dello storico dizio- nario della lingua siciliana pubblicato a Palermo in tre edizioni, fra il 1838 ed il 1876. Ma la figura dell’uomo è molto più complessa ed accanto all’intellettuale (ara- bista, astronomo, matematico, docente universitario, retore, prolifico scrittore di letteratura e di scienza) sono da tenere in conto le attività dell’ideologo, dello sta- tista e del politico (nel 1848 venne elet- to alla Nuova Camera dei Pari dal ceto nobile ed ecclesiastico) che lo distinsero contro l’andazzo dei tempi, quindi con- tro Garibaldi, contro il Risorgimento, contro l’unità (frutto utopico della inna- turale unificazione), da borbonico ed in- dipendentista convinto, tutt’altro che cor- rivo ma aperto all’idea di un assetto con- federale garante delle autonomie ed in questo, con evidenza, modernissimo. A ridargli luce e visibilità è adesso un bel saggio dello studioso palermitano Tommaso Romano, edito dall’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici, il cui sottotitolo è già rivelatore: Contro la rivoluzione, la fede. Il marchese Vincenzo Mortillaro cattolico e tradizionalista intran- sigente   (1806-1888).
Come sottolinea Paolo Pastori nella sua Introduzione: «La rilettura della nostra storia nazionale va al di là di antichi e re- centi manierismi celebrativi: l’importan- za del libro di Romano sta, infatti, nella novità di presentare, con dovizia di rife- rimenti e scritti originali, l’interprete di un dissenso che la storia, altrimenti uniformata alle ufficiali celebrazioni, ha del tutto oscurato». E per farlo, l’autore ripropone un ricco compendio storico- ideologico del tempo, del pensiero libe- rale dei legittimisti di parte borbonica a partire dalla Costituzione del 1812, de- gli antirivoluzionari del 1840 e del 1860, dei difensori di un assetto che poneva la Sicilia alla pari nella diplomazia europea, personaggi di un’opposizione colta, atti- va e responsabile, che corrispondeva a quella romana ed europea posta a difesa della fede e di una ragione diversa da quella dei sofisti e degli empi, animati da una “smania selvaggia”: è chiaro il ri- ferimento agli Enciclopedisti, come una sfida. E fa bene Tommaso Romano a so- stenere l’autorevolezza del nostro ricor- dando i rapporti personali ed epistolari che intrattenne, fra gli altri, con Leopardi, con Angelo Mai, con Massimo D’Azeglio e Domenico Guerrazzi, col Tommaseo e con Gregorovius, con Carlo Botta e Cesare Cantù, col grande amico e suo strenuo so- stenitore Lionardo Vigo. È lecito chie- dersi: come mai la storia ufficiale, scrit- ta sempre dai vincitori, può arrivare a tan- to discrimine? E il monito valga per sem- pre, anche per oggi, e vada a Tommaso Romano il merito per quanto, riaprendo alla figura di un protagonista “contro” restituisce alla completezza della storia. Il libro contiene anche un’antologia de- gli scritti di Vincenzo Mortillaro con profonde riflessione sui primi decenni dell’unità d’Italia. Detta antologia, sot- tolinea ancora Pastori: «è il recupero di un ciclo dentro il grande ciclo della no- stra storia, a partire dalla crisi dello Stato unitario, da quella Belle époque nelle cui pieghe dietro feste, cortei, celebrazioni e monumenti si ignorava la questione so- ciale, il crescere di un o scontento di mas- sa, sintomo peraltro di un’anteriore e pre- gressa perdita di contatto con i valori fon- danti della politica. C’è una diseducazio- ne di massa – che Mortillaro già ricono- sceva nello Stato unitario – oggi divenu- ta planetaria. Una diseducazione camuf- fata da cultura avanzata, un tremendo in- sieme di démi-lumières arroccato dietro e muraglie di carta, di diplomi di vario livello, di “eccellenze culturali” Tanto più scadenti di significato e valore quanto più altisonante è il titolo che si pretende di legittimare».

Pochi libri lasciano un segno profondo fra la narrativa odierna (Recensione di Tommaso Romano)

di Tommaso Romano

Il crollo della grande capacità di narrare dell’uomo, del mondo e dell’eterno, di indagare ragioni, di abbandonarsi all’immaginazione, di metastorizzare gli eventi, di fornire motivazioni, segni, punti di riflessione.
Certamente il romanzo di Piero Vassallo Un treno nella notte filosofante (Solfanelli, Chieti, 2013) è in totale controtendenza, in positivo stupore l’esito letterario che ci propone, in convincente sintesi l’architettura che regge tutto l’assunto.
Diciamolo subito, il romanzo filosofico di Vassallo non è adatto ai più, sconsigliabile per spiriti belli, ecumenici pacifisti e mistificatori di verità. Come una somma letteraria Vassallo – ormai consapevole della stazione alla grande Opera, dall’alto del notevole lavoro dottrinale, filosofico e di implacabile e acido polemista indomito – sciorina le sue certezze in un mondo che sospetta dominato da un leviatano abile, mellifluo e implacabile, un grande fratello che ci richiama ad Orwell ma anche alla Città del Sole di Tommaso Campanella, che di totalitarismi e controlli ne teorizzava non pochi.
La vicenda si snoda fra l’arresto di un treno che nella notte smette di correre verso una meta definita arenandosi nel neoparadiso delle schiavitù imposte dall’alto, da abili nuovi – vecchi filosofanti appunto, che gnosticamente imperano, imponendo a pochi prescelti le nuove iniziazioni a sfondo sessuale-orgiastico, per “illuminazioni” che conducono al sottosuolo dell’anima.
Un pugno di resistenti prima in modo volontaristico poi prendendo coscienza per una liberazione possibile, si fa guidare dalla determinazione di uno di essi, cosciente fino all’inizio del baratro e dell’inganno.
Vassallo sfodera gli artigli, come sempre sa fare, mostrando una fluente e accattivante affabulazione anche nel rischioso tessuto narrativo, ma appunto non rinunciando alle sue profonde convinzioni etiche, al travaglio metafisico che porta certezze nella trascendenza.
Smaschera gli inganni che trova nella realtà attuale trasfigurando i suoi personaggi, aguzzini e nuovi Rasputin compresi nell’avventura distruttiva del nichilismo senza orizzonti vitali.
Una risposta autorevole, forte, alla morte annunciata del romanzo schiavo adesso del pensiero debole e delle trame mortifere.
Opera di estremo rilievo, pietra miliare per ricomporre un tessuto slabbrato e in piena decadenza, Vassallo ci consegna un romanzo di lunga durata, paradigmatico, capace di suscitare vertigini e meditazioni metafisiche senza sfuggire alle urgenze e alle sfide terribili che la storia ci pone.

mercoledì 28 gennaio 2015

La mostra fotografica di Nino Bellia a Bagheria

Mostra fotografica personale di Nino Bellia presso il Pub Public di Bagheria (Via Quattrociocchi n. 24) . La mostra , dal Titolo “Nei Luoghi della solitudine”si compone di n. 22 foto in BN e si potrà visitare tutti i giorni, dal 29 gennaio 2015, dalle ore 18.00 alle 24.00 con ingresso libero. La mostra è patrocinata dalla Unione Italiana Fotoamatori.

Pubblichiamo un testo d Francesco Federico



Il Verismo fotografico di Nino Bellia
di Francesco Federico


Al “Pub Public” di Bagheria, al numero 24 di via Quattrociocchi, è in corso di svolgimento dal 29  gennaio fino all’11 febbraio la mostra d’Arte fotografica del Maestro Nino Bellia, nato a Motta S.Anastasia-Catania e residente a Santa Flavia, attivo Presidente Nazionale UIF (Unione Italiana Fotoamatori) dal 2007. Il titolo dell’antologica: “Nei luoghi della solitudine” (1990-2014) presenta 22 fotografie in bianco/nero, stampate in bagno chimico senza ulteriori manipolazioni informatiche, sintesi qualificante del suo notevole lavoro creativo che, con assidua ricerca tematica e tecnica, si svolge da oltre cinquant’anni.
I suoi fotogrammi, misurati e incisivi, mostrano i volti di donne e di uomini coinvolti dalla temporalità e dalla corrosione del tempo, e invitano a riflettere sulle difficoltà del vivere, soprattutto nei campi assolati e nei territori dell’universo siciliano. Ed è dai loro volti scarni; dai loro sguardi pensanti; dalle loro mani tormentate dai disastri di linee venose in tensione; dalle loro immagini piegate sulla terra argillosa; che trasudano le loro sofferenze e i loro silenti sacrifici, ovvero le loro storie umane percepite e sapientemente recuperate dall’oblio, che Bellia non esclude dalla nostra memoria storica e dal nostro presente. Ma Nino Bellia, come pochissimi artisti che colgono l’essenza spirituale universale dalla espressione dei particolari viventi, canta la vita e pone all’attenzione e alla nostra comprensione “il disagio” che diviene documento senza enfasi alcuna, capace di donarci ulteriori riflessioni, ma anche per ammonirci sulla esuberante effimera civiltà consumistica, che esclude “i vinti” direi “ i non protagonisti” del duro quotidiano lavoro.
In questi freddi e piovosi giorni di gennaio, Nino Bellia mi accoglie nel suo gradevole studio con la solita cortesia, e mi parla dei grandi fotografi italiani che ha conosciuto nei loro “workshop” tenuti in Sicilia sul finire degli anni Ottanta: Gianni Berengo Gardin, Mauro Vallinotto, Ernesto Bazan, Franco Villani e Maurizio Ascoli; del suo lavoro e delle tantissime iniziative dove ha esposto ed espone le proprie immagini, in Italia e all’estero: Austria, Polonia, Brasile; al Centro Culturale italiano di Stone Park (Chicago, Illinois-USA negli anni 2005, 2006 e 2008); al Museo Guttuso di Villa Cattolica di Bagheria, prestigioso luogo d’Arte dove sono già esposte alcune fotografie di questa significativa antologica; a La Plata (Argentina), ma soprattutto mi sussurra a bassa voce, e con grande emozione: “Queste immagini sono il mio migliore testamento, questa è una selezione di circa 50 foto scattate nella nostra Sicilia. Sono queste figure anonime che ci donano tutta la loro umiltà, tutto il loro muto eroismo”.   



LE SINGLOSSIE SENZA IMMAGINI DI APOLLONI NARRATORE-SAGGISTA

di  Matteo Veronesi

Si dovrà, un giorno, pienamente riconoscere (come del resto è in parte già stato fatto) l'importanza storica dell'Antigruppo Siciliano, di cui Ignazio Apolloni fu uno dei principali esponenti, e certo (grazie anche al sodalizio intellettuale con Vira Fabra, vera coscienza teorica del movimento, e pensatrice, in sé, di spessore assoluto) quello più culturalmente consapevole, e attento alle interazioni e alle contaminazioni fra linguaggi diversi.
Chi riapra, oggi, i corposi volumi delle antologie dell'Antigruppo si troverà di fronte alle testimonianze (programmaticamente eterogenee, fra movenze tardo-ermetiche, istanze neo-realistiche, influssi della beat generation d'oltre oceano e, più raramente, sperimentalismo formale riconducibile alla lezione delle avanguardie storiche) di un movimento autenticamente d'avanguardia, autenticamente mosso da una volontà di rinnovamento e di rottura degli schemi, e che, proprio per questo, tendeva ad abbattere, secondo una logica dell'inclusione e della fusione corale, le rigide barriere tra correnti, indirizzi, scale di valori (anche a costo di correre, consapevolmente e provocatoriamente, il rischio, segnalato da Giuseppe Zagarrio, di scivolare nell'anarchismo culturale, di legittimare un sottobosco di spontanea ed irriflessa creatività popolare).
Fin dalle pagine iniziali dell'antologia Antigruppo 73 venivano elogiate, per opera di Santo Calì, «le astromalie / d'Ignazio Apolloni distillate alla fiamma / del verbo equivoco/inequivoco»: il Verbo era rivelazione e insieme stridio fonosimbolico, discorso e insieme azzardo dell'annientamento del senso: «Christus-Shyryn-Ipotesi a dare un senso al nonsenso / dell'esistere a giustificare la nostra / alcaica “stasis” [inerzia=rivoluzione] / questo affaticarci infruttuoso al riparo / del fragile scudo della parola ambigua» (stasis è, in greco, conflitto e insieme presa di posizione, dunque immobilità e sfumatura, punto fermo e scontro, fissità del segno e dialettica diveniente del discorso).
In quel volume, versi dello stesso Apolloni raffiguravano la medesima ambivalenza, la medesima compenetrazione o circolarità degli opposti, Essere e Nulla, Tutto e Niente: «NEL TEMPO / ogni storia ha la sua morte, la sua vita, il suo inizio / l'inizio del tempo / la vita / la morte / la». Quel Tempo assoluto e insieme relativo è quello della poesia che fonde parola ed immagine, che sopprime il prima e il poi, che fonde e confonde e fa implodere le dimensioni dell'esperienza e del vissuto.
E si nota, analogamente, scorrendo le pagine di quelle antologie, un duplice senso, da un lato di stasi, dall'altro di moto e di rinnovamento, da un lato di angoscioso ripetersi, dall'altro di volontà di frattura e palingenesi. Il paesaggio siciliano, così arido, aspro, ostile, quasi allegoria dell'immutabilità e dell'inamovibilità di un destino («Bruceremo / così sognando il fuoco alla vittoria / dentro la grande notte, anche se insonni / vigileranno gli astri la memoria / della vicenda alterna che s'eterna / sopra l'antico rito del dolore», scrive Zagarrio in versi di tono montaliano), sembra contrastare, e nello stesso tempo rendere, per opposizione, più vivi, quei moti di colore, d'insofferenza e di rivolta che trovavano espressione nelle variopinte e dinamiche provocazioni creative dell'Antigruppo.
Gli astri, che ad Apolloni ispirano le sue analogiche ed immaginose astromalie, in Zagarrio vigilano, invece, nel loro assiduo, dantesco o leopardiano, ripetersi di «eterni giri», i cerchi e le fasi di un'immutabile e fatale vicenda storica e cosmica, la «vicenda alterna che s'eterna». Su tutto, l'immaginario mallarmeano degli astri, quasi, come costellazione luminosa di significati, come configurazione di segni luminescenti e balenanti, che l'occhio dell'interprete cerca, forse invano, d'inseguire e tracciare. Il poeta è preso, per citare il Valéry discepolo di Mallarmé, «dans le texte même de l’univers silencieux», ed innalza «une page à la puissance du ciel étoilé», diviso come l'uomo di Pascal fra il Tutto e il Nulla, sospeso e come lacerato «tra due infiniti».
In questa duplicità, del resto, incardinata saldamente nello specifico della realtà siciliana, si riflette la stessa ambivalenza ontologica di ogni arte d'avanguardia: da un lato, in quanto avanguardia, volta alla consumazione del passato, quasi al rogo purificatore, allo strappo, alla lacerazione; dall'altro, in quanto arte, in quanto segno tratto ritmo forma inscritti in qualche modo in una umana o fenomenica natura, l'avanguardia stessa è inevitabilmente legata ad un orizzonte di eventi e di significati che la trascende, ad una misura tendente ad una qualche possibilità di permanenza e di reiterazione.
Tutti questi chiaroscuri e queste tensioni riaffiorano nelle “singlossie senza immagini” di Apolloni prosatore. Singlossie senza immagini perché, se da un lato nel romanziere manca l'aspetto verbo-visivo in senso proprio, ossia la materiale compresenza e l'interazione della parola e dell'immagine sulla pagina, dall'altro la parola racchiude in sé una ricchissima potenzialità di evocazione visiva, di associazione analogica, che si spinge fino ad un vero e proprio pensiero per immagini, ad una sorta di postmoderna rivisitazione della tradizione manieristica e barocca degli “emblemi” e delle “imprese”.
Nei Racconti cinematici e cinematografici, l'autore chiarisce, e insieme problematizza, quasi a voler depistare, com'è sua consuetudine, il lettore ed il critico, fin dalle pagine introduttive, la propria concezione dell'accadere storico e insieme della narrazione. Nell'epoca della fluidità, della mutevolezza, della «modernità liquida», della «fine delle grandi narrazioni», come sono state definite, sembra che ogni codice, ogni canone o criterio per l'ordinamento e l'interpretazione degli eventi siano venuti a mancare.
Ecco allora che la forma forse più consona diviene quella del racconto frammentario, paradossale, surreale, che gioca con la fragile e rarefatta coerenza interna del meccanismo narrativo per far sfumare gli eventi narrati o sognati in un limbo versicolore e duttile, diviso fra la realtà e l'illusione.
Emblematica la figura del protagonista di Alpenschaft, che in un contesto mitteleuroopeo, vagamente manniano, diviene, paradossalmente (con una originale variazione su un tema antico, che risale almeno a Plauto, quello del doppio), un sosia di se stesso, fino a confondere in sé, e nello sguardo dell'altro, e dunque di noi lettori, identità e alterità, e a proiettare come un'ombra questa duplicità inquietante e perturbante anche su ciò che entra in contatto con lui, che si avvicina alla sua ambivalente ed indefinibile sfera ontologica e conoscitiva, sugli oggetti uni o multipli della sua conoscenza e del suo amore: quasi un Monsieur Teste di Valéry in cui però il cristallo della visione razionale e della lucida riflessione si sia increspato e sdoppiato fino a divenire un prisma indecifrabile.
Dalla letteratura d'avanguardia, e forse anche dalla psicanalisi, deriva il gusto paradossale delle associazioni di parole veicolate da affinità di significato, e che, in virtù del pensiero per immagini, si traducono in accostamenti repentini ed imprevedibili di situazioni, luoghi, figure, movimenti, con sequenze e catene associative che paiono, a volte, come nella stagione dell'Antigruppo, evocare, e insieme esorcizzare attraverso l'ironia, un ultimo, definitivo nonsenso di ogni cosa, un Tutto-Nulla originario ed ultimativo, datore e negatore di significato.
«Alla fine la facemmo franca: e infatti finimmo in una zona franca. Da lì passammo in Francia. (...) Il resto fu cosa da nulla». «Finisce che il finito finisce e ora si tratta di forare l'infinito», anche a costo dell'annientamento, come nel caso di un personaggio che (come in Poe, o come in alcuni Poemetti di Pascoli) si avvia, in cerca d'assoluto, verso l'estrema rarefazione del mondo iperboreo.
Il narratore-personaggio, anzi l'autore-personaggio stesso, parlando di sé o del suo doppio, in terza persona, si immerge e si addentra «in un fiume di parole popolato da pesci guizzanti»: qualcosa di simile, forse, al riverrun e al meandertale, al fiumetrascorrente e al primordiale-racconto-labirinto, del Joyce di Finnegans Wake, anche se in modo più sorvegliato, senza che il senso primario sia mai totalmente annientato, né le strutture narrative completamente sovvertite.
I Racconti patafisici e pantagruelici confermano quanto il racconto sia, come genere, particolarmente consono alla vena surreale e spiazzante dell'autore. Fin dal titolo, essi rinviano da un lato alla bizzarria, alla trasgressione, alla provocazione concettuale (rappresentate emblematicamente da Ubu Roi di Jarry, crocevia di décadence ed avanguardia), dall'altro all'abbondanza, all'esuberanza, al tumulto e al turgore (ma sempre, ad un dato momento, sorvegliati e frenati dalla consapevolezza critica) dei temi e delle voci.
Il fiume del tempo di classica memoria è divenuto ormai una «piscina per i tuffi nel passato», in cui (quasi come nella rappresentazione albertiana ed ariostesca del mondo della luna, in cui finiscono, e vanno forse perse una seconda volta, e per sempre, per poter essere recuperate solo con la fantasia e l'illusione, tutte le cose perse sulla terra) i ricordi i volti gli eventi hanno forma di bolle evanescenti, gonfie di «fiato caldo» o di «parole senza senso», nullificazioni l'uno e le altre, rispettivamente, dell'essenza vitale e dell'espressione del significato. Inutile, in quell'ammasso, «decifrare i conati di pensiero». Meglio cercare di scinderne e disvilupparne, a fatica, qualche singolo frammento, qualche particolare prospettiva.
La stessa nobile concezione agostiniana e poi bergsoniana del tempo interiore, del tempo distentio animae, che scorre e fluisce e viene percepito e conosciuto in interiore homine, finisce per perdersi in una mise en abŷme degna di Borges. «Se si nega il tempo (e valenza di verità alla Storia) si può collocare in un qualsiasi momento una storia tutta inventata». «Non si potrà colmare il vuoto del passato se non affidandosi alla fantasia».
Ed è stata proprio la fantasia, colmando il vuoto del tempo, a collocare nel tempo l'incontro immaginario che ha offerto l'occasione per questa straniata riflessione sul tempo. Il tempo cresce e si svolge su se stesso, di se stesso si nutre, se stesso chiarifica ed offusca.
I Caldei, nei loro sconfinati deserti (ed emerge, qui, la fascinazione dell'autore per le civiltà antiche, rievocate in modo libero ed immaginoso), contemplarono i cieli, e diedero un nome e un ordine agli astri. Fu proprio quel vuoto a permettere loro di costruire immensi templi di pensiero. In ogni caso, non avrebbero impiegato «i tempi morti a tentare di vincere la morte». L'otium dei classici è ormai il moderno «tempo morto»; ed è vano impiegarlo per costruire una presunta eternità di pietra. Meglio perdersi nel cosmo, affidarsi a quella contemplazione del Tutto la quale coincide con un abbandono al Nulla; meglio afferrare l'istante eterno che è manifestazione mobile, epifania transeunte, immobile e pura, dell'eterno.
Per inciso, un altro scrittore legato all'avanguardia meridionale, (se questa etichetta ha un qualche significato: ad un'avanguardia che sa fondere la solarità e l'accesa intensità sensoriale del Mediterraneo, il «vento del Sud forte di zagare», come diceva Quasimodo, con il raccoglimento e il travaglio del lavorio stilistico), Antonio Spagnuolo, ha saputo, con La mia amica Morel e altri racconti, trasfondere nella forma della narrazione breve una stessa vena, uno stesso sguardo – più melanconici, però, che estrosi, più sofferti che ironici – surreali, stranianti, e insieme lirici, fra distorsione temporale, contaminazione abissale di cronotopi, intreccio e confusione delle coordinate, da un lato; e, dall'altro, persistente ricerca di un'armonia e di una bellezza perenni, classiche, in cui placare ad un tempo il senso estetico e l'estasi carnale. «Chi scrive etrusco stabilisce la sua dimora in transistenza e indugia per osservatori al rituale malcelato libito esclusivo ... un vera storia di diritto e fondazione, innanzi tutto procedere fra la conversazione del significabile e il parricidio incommensurabile». E, alla violenza sacrificale del mito fondatore, del racconto originario, del Verbo rivelato, si giustappone la paziente, interiore, lirica creazione, attraverso il filtro memoriale, del mito individuale, del vissuto soggettivo: «Tavolta il nostro pensiero, le coincidenze disseminate nella vita quotidiana, le incredibili distorsioni del tempo sprofondano in noi stessi e sono sufficienti a costruire una favola»).
Prendono forma ed espressione, sulla pagina di Apolloni, un cronòtopo, uno spazio-tempo, affini a quelli della fisica quantistica e delle cosmologie ed epistemologie relativistiche. Proprio i rapporti fra quella visione del cosmo, e dello stesso operare scientifico, e alcune forme particolarmente stranianti, disorientanti, ed apparentemente aleatorie, dell'arte e della poesia contemporanee erano stati evidenziati da Vira Fabra nelle sue densissime pagine teoriche, spesso veri e propri poèmes critiques nel senso di Mallarmé, di una genialità assoluta, di un repentino e densissimo valore rivelativo. «Il vagare della forma nello spazio che ha assimilato la turbolenza dell'avanguardia, per trasporne i sintomi più eccitanti nel magma temporale di sedimentate formazioni geologiche esplosive», per citare proprio le parole di Vira Fabra, rappresenta la più alta e completa fusione di concezione e percezione del tempo da un lato, lavorio formale e rappresentazione dall'altro.
I romanzi, in particolare Gilberte e Lady Macbeth, rappresentano un ampliamento, una dilatazione e uno sviluppo, per successive aggiunte, per sovrapposti intarsi, per catene d'immagini che rampollano dalle immagini, parole che germinano dalle parole in riflessi e giochi d'eco, periodi che s'intrecciano ai periodi alimentandosi gli uni degli altri e chiarendosi o complicandosi, e coimpicandosi, gli uni gli altri, della cosmogonia, o cosmoagonia, della visione del mondo, o della provvisoria dissoluzione di ogni visione del mondo, di cui i racconti costituivano il preannuncio e lo specimen.
Come un'Erodiade di Mallarmé o una Giovane Parca di Valéry (ma certo meno algide, più briose ed ironiche, di quelle, eppure ugualmente intellettuali, ugualmente complesse ed inafferrabili), le due figure femminili sono, in definitiva, direbbe Borges lettore di Dante, «trame di parole», quasi impalpabili eppure vivissime, irreali eppure capaci di suscitare nel lettore un amore e un desiderio indefinibili: figure di donne che l'immaginazione e la penna dello scrittore paiono rincorrere ed inseguire nel momento stesso in cui le tratteggiano, e che egli sembra aver già trovato dentro di sé – come desideri idee concezioni fantasmi – pur essendone, nel contempo, perennemente in cerca; disincarnate incarnazioni di un'idea di poesia, di una visione, o di un'impossibilità di univoca visione, del mondo, di un paradigma conoscitivo (che può essere quello della cibernetica come della teoria dell'informazione – in particolare per la nozione di entropia, di informazione quale funzione, diretta o inversa, del disordine – o delle cosmologie relativistiche). Quasi come l'Orlando di Virginia Woolf, che insegue se stesso, o se stessa, attraverso le epoche, rincorre il proprio fantasma rovesciato, la traccia impossibile ed inafferrabile della propria incarnazione.
Con un artificio metanarrativo di sapore sterniano, giocando con l'atto stesso del costruire la trama e con l'intersezione, la sovrapposizione e l'interazione di tempo della storia e tempo del racconto, l'autore sembra condurre il meccanismo della narrazione allo stallo, alla reductio ad absurdum, così come al teatro non può che conseguire «l'implosione verso il silenzio», e l'immagine cinematografica tende a dissolversi nell'«opacità della memoria» e nell'«asfissia». Ma ecco che, proprio quando sembra essere destinata alla nullificazione, alla stasi, all'ammutolimento, la narrazione riparte, rinasce inesauribilmente da se stessa di se stessa sempre andando in cerca, e i personaggi i fatti i volti gli eventi i paesaggi le parole si affollano, come ha dichiarato lo stesso autore, a «popolare il vuoto» (cfr. S. LANUZZA, Dall'isola universale. Scrittura e voce di Ignazio Apolloni, Arianna, Geraci Siculo 2012, p. 84: ma il libro è utile, in generale, per un quadro d'insieme dell'autore, fra scrittura e arti figurative, fra estetica e società). La narrazione, del resto, nasce ed esiste per cercare di esorcizzare la morte, per rimuovere lo spettro del silenzio, per accendere ed animare la notte del ricordo, che resterebbe altrimenti spopolata e spenta. Anche di fronte all'abisso, allo smarrimento, all'orrore e all'errore, all'apparente non senso, lo scrittore non può che continuare ad agitare le armi innocenti dell'ironia, dell'intelligenza, della parola. Il romanzo Gilberte, forse l'opera dell'autore più equilibrata, meditata e sostanziale, è certo una grande costruzione letteraria, un vasto ingranaggio d'affabulazione. Eppure, essa evoca da lontano, con una sorta di malinconia pudica, di lieve e atroce distacco, la tragedia delle persecuzioni antiebraiche, che di per sé vanificherebbe, o parrebbe vanificare – pur nella prismatica evanescenza di ogni accadere storico, o forse proprio in virtù di essa – qualsiasi discorso narrativo, qualsiasi tentativo di riordinare o di elucidare gli eventi attraverso la scrittura. L'ambiguità, la polisemia, la polifonia – tutti elementi che di per sé si traducono in un effetto straniante e spiazzante – divengono invece, qui, in pari tempo, programmaticamente, segni e manifestazioni non dell'ingannevolezza o della mistificazione, ma della perenne vitalità, della continua creazione, del romantico genio, insiti nel linguaggio. Gilberte è, al suo nascere davanti all'immaginazione, alla vis imaginativa, dell'autore, secondo una simbologia ebraica che rimonta alla mistica de Liber Zohar, luce e miele, radiosità e dolcezza, ineffabile dissolversi di parvenze e ricomporsi di forme e di contorni. La costruzione di un personaggio, la rievocazione e l'intreccio delle sue memorie, sono un lungo viaggio, che presuppone, prima di partire, un «lasciare sedimentare la memoria», il recupero di una «purezza fantasmatica». Ma l'«olocausto delle memorie» potrebbe infine essere inutile; lo sbocco ultimo potrebbe essere il riconoscimento, anch'esso ebraico, della vanitas vanitatum, dell'«assoluta vanità della ricerca». Lo sguardo del narratore, proprio per questo, «indaga la superficie delle cose come se al fondo non ci fosse nulla». Questa profondeur de la surface, questo come se, questo quasi-nulla, questa «arte del nonostante» diceva Lukács, sono tutto ciò che la letteratura può opporre al nulla della storia e all'abisso dell'insensatezza. Pur “patafisico” e “pantagruelico”, pur ironico, antiretorico e straniante, Apolloni finisce dunque per affrontare, senza risposte univoche e definitive, senza «la formula che mondi possa aprirci» – lui «prigioniero delle parole», e per ciò stesso pronto ad immergersi nel «tempo senza tempo» della narrazione, nella mobile immobilità, nella fluente imago aeternitatis, del discorso – , il senso ultimo dell'esistenza, della storia e, di riflesso, della letteratura.