venerdì 13 gennaio 2017

Pubblichiamo la prefazione di Annamaria Amitrano al libro di Angelo Lo Piccolo, "Origini e sviluppo delle Balestrate palermitane nel Golfo di Castellamare" (Ed. Thule)

Questo volume, Origine e sviluppo delle balestrate palermitane, è un viaggio attraverso la storia di Balestrate. Un vero e proprio omaggio che Angelo Lo Piccolo rende alla sua città natale ricercando uno specioso articolato di trame tra toponimi, documenti, testimonianze, per entrare nel “vivo” del territorio. L’intento è quello di sfatare l'idolum di un paese, Balestrate, storicamente recente, venuto su un po’ casualmente, per evoluzione, ma privo di radici.
Insediamento “di flusso”, senza profilo, che segue un codice di sopravvivenza in relazione alle risorse di contesto; e così nel ritmo delle dominazioni che hanno calcato il suolo dell’Isola.
Peraltro i documenti di Archivio che attestano la Storia del Paese si annodano interno alla data del 1307, allorché il re Federico di Aragona con editto decreta che «quantum a litore maris infra terram jactum balistae protenderit...» debba ricadere sotto la sua sovranità, decreta cioè che sia definito sotto il suo potere tutto il territorio costiero compreso da un immaginario tiro di balestra scoccato dal bagnasciuga.
È la nascita delle “terre delle balestrate” anche se va detto che, con il passare del tempo, tale denominazione si riduce ad indicare solamente il tratto di costa chiuso tra i torrenti San Cataldo e Calatubo, quest’ultimo al limite occidentale dell’attuale provincia di Palermo.
Dicono i documenti che queste “terre” furono di diritto regale fino al 1456 allorché, con un altro decreto, Re Alfonso il Magnanimo ne fece dono al suo camerlengo Nicolò Leonfante.
Quindi sono passati di mano in mano, di famiglia in famiglia: in possesso di un ceto benestante potente e talvolta strapotente, in grado di assicurare al territorio sviluppo economico, progresso e crescita demografica.
Nel 1800 Balestrate conta già numerosi abitanti. Famiglie emergenti in quel tempo erano quelle dei Graffeo e dei Gesugrande; e sarà proprio un componente di quest’ultima famiglia, Don Paolino Gesugrande, che nel contesto di un paese divenuto sempre più prospero, si farà primo portatore di una esigenza autonomistica: liberarsi della “soggezione” ecclesiastica e civile della vicina Partinico, il cui clero peraltro, imponeva la consegna delle “primizie”.
Il 29 marzo 1820 il re Ferdinando I di Borbone delibera che le due borgate di Sicciara e Trappeto siano riunite in un solo Comune con la denominazione di Balestrate.
Dacché la sua ascesa fino all’oggi: cittadina ridente con buone risorse in agricoltura (in specie vinicola); con una flotta peschereccia di piccolo cabotaggio (in specie per il pesce azzurro); e una recente vocazione turistica, in continua crescita, legata al suo magnifico litorale.
Fin qui in sintesi, il tracciato della Storia ufficiale.
Ma prima del 1307?
Non bisogna dimenticare che Angelo Lo Piccolo affronta questa “immane fatica” proprio per colmare un vuoto; e, in un certo senso, per destabilizzare una annotazione - per lui infondata - che Sicciara, la borgata da cui, per tradizione, discende Balestrate, debba la sua denominazione alla cospicua presenza nel suo mare di “sicce” cioè a dire di seppie. Una interpretazione, peraltro, dovuta proprio all’eminenza grigia del territorio balestratese, quel Filippo Evola, Rettore, uomo di chiesa e di lettere, che ha fatto di tutto per dare adeguata fama al suo paese di nascita.
Orbene: Lo Piccolo fa discendere Sicciara dal termine “Secchiaria”; denominazione riferita - come del resto conferma la sua diffusione nell’area culturale di riferimento - ad una architettura idraulica finalizzata al sollevamento delle acque per l'irrigazione ideata e realizzata dagli arabi.
Dunque un nomen, segno antropologico, che riporta inequivocabilmente, alla certezza di un insediamento; ma fatto, ancora più importante, che storicizza una tappa del suo divenire.
Quale? Quando?
Sicciara ci dice Angelo Lo Piccolo, sorge a sinistra di Calatacupone toponimo di un promontorio in cui era un torrione di difesa militare bizantina.
Orbene nella sua ricostruzione storica, ampiamente circostanziata, Calatacupone diviene, il centro da cui parte un sito abitativo, in espansione, grazie alla presenza delle famiglie dei soldati. Si costituisce, così, interno ad esso uma comunità siculo-bizantina; e successivamente, in seguito all’immigrazione arabo- musulmana e al meticciato inevitabile, tale comunità darà vita ad un ceppo autoctono siculo-arabo territorialmente definibile nella sua novità; tanto più che, grazie al conseguente sincretismo culturale, si profilerà un momento aureo per la tecnica, l'economia, i prodotti, cioè per l’insieme delle risorse di terra e di mare, presenti nel territorio, sottoposto alla dominazione araba della Sicilia.
In sintesi, dunque, - secondo Fautore - la matrice identitaria della antica Balestrate trova seme in Calatacupone: una antichità che - come egli scrive nella prefazione - accanto al Castello, scopre il Casale e il modesto cauponhim; e scopre una comunità fatta da “povera gente”, invisibile per la Storia ufficiale, che però, diviene e si trasforma dando continuità alla catena generazionale e spessore al suo percorso individuante.
È la Storia di Angelo Lo Piccolo “nuova” che permette di indicare come da un “non luogo” quale l'apparecchiata improduttiva si sia potuto generare un habitat. E dal momento che da storico egli non vuole rimanere chiuso nel recinto minimalista della storia locale, con sapienza, ecco che dà ampio respiro alla sua stesura critica, legando la Storia del popolo di Calatacupone e della Sicchieria, vuoi a quella di Palermo nel cui contesto prevalentemente si esprime, vuoi a quella della Sicilia tutta, nel transito di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, e così via... attraverso il Feudalesimo dei Grandi: la chiesa e il Regno; sicché poco importa se Calatacupone sparirà dispersa dalla crisi che tra trecento e quattrocento investirà la Val di Mazara. Le “terre delle balestrate” grazie al lavoro di Angelo Lo Piccolo hanno ritrovato quel precedente storico fino a questo momento sotteso ma non dimostrato.
Infine qualche notazione sul metodo con cui è stata improntata la ricerca. Quel metodo etnostorico codificato dalla sperimentazione di Aurelio Rigoli senza il quale non si sarebbe potuto dare qualità scientifica ad una analisi fondata, in mancanza dei riscontri di archivio, principalmente sulle etnofonti: cioè a dire sia le fonti storiografiche orali, sia le altre fonti codificate dalla tradizione.
Quindi una molteplicità complessa e articolata di fonti e etnofonti dallo storico e storiografico scovate, ricercate e, laddove è stato possibile, comparata con la certezza delle Fonti d’archivio: lavoro quest’ultimo non certo facile dovendosi operare - nota l'autore - all’archivio Diocesano mazarese!
Dunque Origine e Sviluppo delle Balestrate palermitane è un opera etnostorica che ha saputo intrecciare nell’obbiettivo di una sintesi tra Storia e Cultura, la Storia Regia con la Storia locale dando, anche, giusta eco ai fatti che la Storia ufficiale giudica insignificanti e che invece sono assolutamente importanti se il registro è quello delle trasformazioni del territorio e delle dinamiche sociali.
In conclusione un volume denso, corposo, puntiglioso che se dà fisionomia agli “uomini di lusso” che nel tempo hanno determinato l’assetto politico sociale ed economico di Balestrate ha saputo dare voce anche ai “senza potere”. Una stretta trama narrativa che per completezza profondità lungimiranza critica sembra quasi tradurre una volontà risarcitoria: da parte dello storico Lo Piccolo nei confronti degli abitanti di Balestrate, forse “nati” ufficialmente tardi ma che grazie a lui e alla sua ricerca, (davvero lunga una vita) possono finalmente attestare la loro longeva dignità culturale.
Palermo 9 maggio 2016

Annamaria Amitrano

giovedì 12 gennaio 2017

Antistoria del Risorgimento e del Brigantaggio

di Domenico Bonvegna


A che serve a distanza di oltre un secolo conoscere come i Piemontesi hanno “liberato” il Meridione d'Italia? Forse per capire il perchè è nata la cosiddetta “questione meridionale”? Oppure soltanto per conoscere la vera Storia del Sud e del sistema che lo governava, cioè il Regno delle due Sicilie dei Borboni.
Tempo fa un parente, conoscendo la mia predilezione allo studio della storia del Risorgimento e del Brigantaggio, mi diceva che dopo aver letto una recensione dell'ultimo libro di Pino Aprile, si interrogava se le notizie riportate da Aprile erano vere o montature. Pazientemente ho risposto che ormai è da tempo, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, che esistono fior fiore di testi, di studi, che hanno raccontato dettagliatamente come è stato conquistato il Sud dopo la cavalcata liberatoria di Garibaldi. Aprile non fa altro che raccontare giornalisticamente come sono andati i fatti.
Per non perdere l'abitudine dei miei studi in queste fredde serate di dicembre ho letto uno dopo l'altro i testi di Giordano Bruno Guerri, “Il sangue del Sud. Antistoria del risorgimento e del brigantaggio”e“Il Bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud”, entrambi pubblicati da Mondadori, il primo nel 2010, il secondo nel 2011, collezione“Le Scie”.
I testi di Guerri si occupano“dei modi e dello spirito con cui fu compiuta l'impresa  (la conquista del sud) e delle sue conseguenze”. Pertanto si pone alcune domande“Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?”. Si è fatto di tutto per integrare davvero le identità, le culture, le tradizioni, persino le lingue diverse? Oppure si era fatta l'Italia, ma non si sono fatti gli italiani, come diceva Massimo D'Azeglio, che peraltro, temeva la fusione coi napoletani.
Giordano Bruno Guerri sicuramente non è un nostalgico del Regno delle Due Sicilie, è uno storico liberale che coraggiosamente racconta gli avvenimenti con serietà e imparzialità, utilizzando le numerosi fonti e documenti che ormai da tempo sono a disposizione di chiunque voglia fare storia seria. Peraltro nei suoi testi troviamo una bibliografia essenziale che fa riferimento a tanti storici che hanno ben studiato quegli anni tanto tormentati.
Guerri non disdegna di polemizzare con la storia ufficiale raccontata dai vincitori, ironizzando sui “liberatori” piemontesi, che secondo la vulgata, dovrebbero rappresentare “i civilizzatori”, i portatori di giustizia  e legalità, mentre gli altri, i meridionali, sono briganti. Questi ultimi fin dalla Rivoluzione Francese, sono stati  screditati dagli intellettuali, dai politici. La loro opposizione veniva rappresentata come “viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali”, mentre si trattava, “di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale”. Ma per liquidarla gli illuminati giacobini, collegavano la rivolta popolare“al delitto comune”. Così accadde anche in Italia dove per i nostri intellettuali benpensanti“la ribellione di reazionari, contadini e clericali, contro lo Stato appena costituito fu etichettata 'brigantaggio'”. Pertanto Guerri può scrivere che al Sud, tutti erano briganti, banditi, criminali comuni, mentre gli altri che venivano dal Nord erano i liberatori.“Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l'uno venisse a patti con l'altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale. Invece scrive Guerri, “si preferì l'azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele”.
Come quella che si è manifestata in una notte d'agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano, l'esercito piemontese per vendicare i suoi uomini, non esitò di massacrare quasi un migliaio di uomini e donne di questi paesi.
I meridionali dagli ufficiali e soldati italiani furono percepiti come una razza inferiore, ma nello stesso tempo, Guerri considera questi soldati che andarono a combattere una sporca guerra, furono forse i meno colpevoli, “furono l'ultimo anello di una catena di errori e orrori[...] furono vittime, come i loro nemici, di una carneficina che poteva essere evitata”. Le colpe maggiori sono di chi dirigeva il Regno sabaudo, con la legge Pica del 1863, il governo di Torino,“in pieno accordo con il Parlamento, impose lo stato d',assedio annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adotta la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri”. Per i Savoia,“i briganti erano l'emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato”, non solo, secondo Guerri, forse, già a Torino si erano pentiti: “chi ce l'ha fatto fare?”.
Lo storico è convinto che ancora molto bisogna fare per far conoscere la vera storia del Risorgimento italiano, anche per Guerri è necessaria una “profonda opera di revisione storiografica”, specialmente sul brigantaggio. Pertanto scrive Guerri: “come ogni guerra civile, anche quella tra piemontesi e briganti è stata raccontata dal vincitore. Che però, a differenza del solito, non ha potuto vantarsene: si preferì nascondere o addirittura distruggere i documenti, perchè non fossero accessibili neppure agli storici”. Il brigantaggio postunitario, per la nostra storia fu “quasi un incubo da rimuovere o censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della dannatio memoria. A loro, non spetta l'onore delle armi”. Per i padri della patria rappresenta una specie di zona d'ombra, “una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia”.
Ironicamente Guerri scrive che per i vincitori,“le pagine luminose, da consegnare agli archivi della memoria, sono altre: con tricolori sventolanti, imprese da trasmettere alle future generazioni nei manuali di scuola[...]”. Tuttavia lo storico senese auspicava che per le imminenti celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità nazionale, si rinunciava al“conformismo retorico e patriottardo”, alle“tentazioni oleografiche”, non tanto per “denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e di domani[...]”. Nello stesso tempo però dall'altra parte si doveva rinunciare alle “ossessioni separatiste o secessionistiche che di tanto in tanto si trasferiscono dal Sud al Nord e ritorno”. Infatti, riferendosi a quest'ultimi, Giordano Bruno Guerri, sottolinea con forza, nell'introduzione al suo libro che “conoscere e rivedere il Risorgimento non significherà rimpiangere Radetzky o Francesco II, a seconda che il nostalgico si trovi a Milano o a Palermo”.
Da quello che ho visto e letto nel 2011, non mi sembra che sia andata così, sia per i risorgimentisti duri e puri, che per i nostalgici dei borboni. Forse gli unici a mantenere un certo equilibrio e non scadere in leggende nere o rosa sono stati quelli di Alleanza Cattolica, che sensibili agli avvenimenti storici del nostro paese, hanno voluto ricordare il 150° dell'unità d'Italia con una serie di conferenze all'insegna dello slogan: “1861-2011”. Unità Si, Risorgimento No”. Sostanzialmente si rifiuta l'ideologia risorgimentale che ha cercato di cancellare l'identità del nostro Paese, ma si accetta l'unità politica.
A questo proposito invito la lettura del “manifesto-appello”, che si può trovare nel sito, www.alleanzacattolica.org”.
“Il Sangue del Sud”, è composto di 17 capitoli. L'autore tratta in particolare la guerra del nuovo Regno d'Italia contro il brigantaggio, anche se troviamo delle pagine che raccontano le vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie, come si sono comportati i vari protagonisti di  questa conquista.
Guerri è abbastanza super partes, riconosce per esempio che i giovani sovrani, napoletani, Francesco II e Maria Sofia sono stati derubati del loro legittimo regno. Ricorda tutti i vari tradimenti dei nobili e dei generali borbonici, che hanno fatto a gara per abbandonare la “nave”, il prima possibile. Evidenzia un certo “gattopardismo”, nel sistema politico meridionale. Riconosce inoltre una certa stabilità e prosperità economica del regno napoletano, anche se evidenzia delle deficienze nello Stato meridionale. Certamente lo storico non si presta a una “leggenda aurea”, rappresentando un Regno di Napoli come il bengodi d'Europa.
Guerri, entra nel vivo del brigantaggio a partire dal VI capitolo:“Come nasce una guerra civile”. Anche Guerri come lo studioso cattolico, Francesco Pappalardo, è consapevole che il fenomeno del banditismo è sempre esistito. Ma il brigantaggio  un'altra cosa, anche se ci sono elementi banditeschi. Si contano almeno 216 bande, tra Abruzzo, Molise, Sannio, entroterra irpino, nel salernitano, Puglia e Calabria. Le campagne erano una polveriera, bastava la presenza di qualche brigante, di qualche manutengolo, che iniziava la repressione, con saccheggi e incendi. “A farne le spese furono spesso uomini e donne inermi, messi al muro per aver gridato 'Viva Francesco II' in qualche stamberga dai muri troppo sottili, cafoni che si erano limitati a dare da mangiare ai ribelli, contadini e galantuomini che avevano abbracciato da subito la fede liberale”. Bisogna scrivere che soltanto la regina Maria Sofia, era abbastanza attiva nel sostenere la resistenza del popolo meridionale, mentre Francesco II, chiuso nello sconforto e nel fatalismo, faceva ben poco. Mentre i vertici della Chiesa ufficialmente non appoggiavano il brigantaggio, qualche vescovo e soprattutto i preti e i religiosi si sono resi complici.
L'esercito italiano arrivò ad impiegare al sud, fino a 120 mila uomini, quasi la metà dell'intero esercito unitario. Secondo Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865 sarebbero stati uccisi, negli scontri o con le esecuzioni, 5212 briganti. Mentre Carlo Alianello, ne conta quasi il doppio (9860). “In entrambi i casi, si tratta di cifre approssimate per difetto”. Stessa cosa per i caduti da parte dell'esercito, qui spesso si taceva per non allarmare l'opinione pubblica, perchè la gente non doveva scoprire che si stava combattendo una vera e propria guerra. “Morirono più militari che nella somma delle tre guerre di Indipendenza, almeno 8.000”.
Mentre cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti fra i meridionali. “Cifre a parte, - scrive Guerri - il dato oggettivo non cambia: fu combattuta una guerra civile, con rappresaglie, saccheggi e fucilazioni sommarie. E' il lato terribile di ogni contrapposizione fratricida”. Per Guerri, “quella conquista comportò episodi da sterminio di massa”.
Nei capitoli successivi lo storico toscano si occupa entrando anche nei particolari delle gesta più o meno eroiche dei vari briganti. Tra quelli più conosciuti, Carmine Donatelli, detto Crocco è quello a cui si dedica più spazio, del resto fu definito il re dei briganti. Poi c'è Chiavone, il brigante che voleva essere Garibaldi e marciare su Torino. Il sergente Domenico Romano, che univa il fucile alla preghiera. Un impasto di spirito crociato e di devozione religiosa, come si può leggere nel giuramento, che imponeva ai nuovi adepti. Un capitolo particolare e suggestivo viene dedicato alle brigantesse, tema che sarà poi sviluppato ampiamente nel successivo libro, “Il Bosco nel cuore”. E' un argomento che ha attirato la curiosità di molti studiosi. Alcuni li consideravano delle sanguinarie, delle diaboliche messaline. “Naturalmente si trattava di esagerazioni - con un fondo di verità – a sostegno dell'immaginario collettivo”.
Il Guerri sottolinea come la presenza femminile “sia molto più numerosa nella storia violenta del brigantaggio che in quella romantica del Risorgimento: dove – oltre alla contessa di Castiglione, per i suoi meriti spionistici e amatori – l'unica eroina è Anita Garibaldi, sposa esemplare”.
Queste donne secondo Guerri,“sono partigiane ante litteram; o, in un salto temporale ancora più lungo, sono le antesignane di un femminismo istintivo e rabbioso, ribelli stanche di essere confinate – da sempre – al letto, al focolare e ai figli”. E qui emerge lo spirito anarcoide di Giordano Bruno Guerri.
Comunque sia queste donne, “sono certe di trovare tra i boschi la dignità e la considerazione che non avrebbero ottenuto vivendo da schiave o puttane di nobili e galantuomini”. Pertanto, “la loro fuga è al tempo stesso un viaggio verso la libertà e verso la fine”. Sono un esercito di nomi e di storie senza volto, un'escrescenza della storia, per decenni considerata ingiustamente marginale. Giuseppina Vitale, Chiara Di Nardo, Rosaria Rotunno, Mariannina Corfù, Maria Pelosi, Filomena di Pote, Maria Maddalena De Lellis, Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Oliverio. Solo alcuni nomi di donne“che capovolgono pregiudizi e luoghi comuni su sesso debole”. Donne che “nascondono le chiome fluenti sotto le larghe falde di cappellacci maschili, occultano ciò che resta della loro femminilità con l'audacia”. Un altro dato che va sottolineato che si tratta per la maggior parte di ragazze abbastanza giovane, pronte a tutto, rispetto alle ragazze di oggi.
Finora era stato dedicato poco spazio al tema delle brigantesse, il lavoro ben documentato di Giordano Bruno Guerri colma questa lacuna. “Il Bosco nel cuore” , è la storia delle donne in guerra contro l'unità; la storia di madri, mogli, ragazze giovanissime, rivendicare il diritto di vivere la propria vita assumendo su di sé il potere e la libertà di decidere.



mercoledì 11 gennaio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Lydia Gaziano

Come il naufrago Ulisse che, abbarbi­cato allo scoglio, ferito e pur vivo, resi­ste alle onde che su di lui si abbattono incessanti e rabbiose, sono i pochi che tuttora, all’avanzare del brutto e del vile, rialzano la testa per dire no, no e ancora no. Alziamo un argine al ba­ratro incalzante. Ma, per fortuna, avan­za piano, ma deciso, il drappello dei dissidenti, degli anticonformisti, di chi al facile plauso preferisce il consenso intelligente dei pochi e Tommaso Ro­mano ne raccoglie i pensieri, le cita­zioni, le massime. “Io son Cavaliere.
Tale io verrò e morrò, se a Dio piacerà. Io cammino nell’aspro sentiero della Cavalleria errante e disprezzo le ricchezze, ma tengo in gran con­to l’onore. Ho vendicato ingiurie, ho raddrizzato torti, ho castigato in­solenze. Non ho intenzione che non sia retta, e penso soltanto a fare a tutti del bene (Miguel de Cervantes)”. “La generosità non è altro che la pietà delle anime nobili (Nicolas de Chamfort). “Un gentiluomo è esi­gente con se stesso, un uomo volgare con gli altri (Confucio)”.
“I nostri avi, i Romani, avevano notoriamente un’autentica predilezio­ne per il concetto stesso dell’onore, che nasceva principalmente dal comportamento dell’individuo, evidentemente più degli altri rispettoso delle leggi e leale verso il prossimo, quandanche si trattasse del nemico in guerra (Guglielmo Bonanno di San Lorenzo)”. “Si è nobili solo quando si è esemplari nell’Applicazione della legge di Dio (J. Diego Ortega)”. “Unite le vostre forze perché siano destinate alla costruzione del futuro. Coltivate le vie della rettitudine e la nobiltà di spirito, pro­muovete e lavorate con risoluzione (Hirohito, imperatore del Giappo­ne)”. “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di esse­re trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’ugua­glianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche (Nicolas Gomez Davila)”.
“Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono so­lo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Da sempre la prefe­renza va al surreale rispetto al reale, l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro (Sigmund Freud).”
E’ dei grandi della cultura mondiale l’inno alla nobiltà, alla bellezza, alla magnificenza: Platone, Seneca, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Miguel de Cervantes, Stendhal. Un unico grido s’innalza da tante voci diverse: coraggio, coraggio e ancora coraggio, via dal baratro della vil­tà. Il “Professore” fa certamente sfoggio della diversificata cultura ac­quisita fra i tanti studi e letture compiute. Lancia, dunque, un appello a chi sa e può approdare ad una presa di coscienza in tempi in cui la cul­tura non è certo morta, ma rischia l’indeterminatezza e lo smarrimen­to fra tante voci discordanti e non sempre consone. E si riferisce alla cultura classicamente intesa, come a quella antropologica. (L.G.) Tommaso Romano, Elogio della Distinzione Aristocrazia, cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie. Florilegio di Autori con un Saggio di Amadeo- Martin Rey y Cabiese. 
da: "Palermo Parla", nà 102, Dicembre 2016

Francesca K. Matina, "La casa nel vento" (Ed. Thule)


martedì 10 gennaio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Antonino Sala

Non è impresa semplice ripen­sare la storia, i suoi Istituti, le sue pe­renni Tradizioni, nel divenire caotico e sovvertitore che viviamo. Tommaso Romano, studioso e autore noto, da molti decenni impegnato nel fronte tradizionale, consegna una sorta di Stimma essenziale dell'ideologia della distinzione, che si apre con un saggio dell’Autore, ampio e artico­lato, tutto teso a rivendicare lo Spirito e l’attualità del messaggio cavallere­sco e aristocratico per chi, esistenzial­mente, resiste come un cavaliere er­rante nel caos dissolutivo. Egli traccia così una mappatura storica, senza perdere il riferimento pedagogico teso ai valori costitutivi delle diffe­renze che distinguono il soggetto dal­l’uomo standardizzato e massificato. Romano ritiene possibile il rinvigori­mento di ordini e associazioni nobi­liari, di Compagnie e Confraternite che si possano - anche in numero quantitativamente non ampio - ri­formare spiritualmente e gerarchica­mente, ritrovando o riproponendo le virtù peculiari e rivendicando altresì un aiolo, una regola e una prospet­tiva per l’uomo che ricerca oltre lo smarrimento. Segue nel bel volume un ampio Florilegio di frasi, aforismi, pensieri, brevi saggi scelti dall’Autore di pensatori e scrittori di tutti i tempi (è ricordato anche Gaspare Cannizzo e J. Evola) che, pur nelle rispettive posizioni e nella contestualizzazione necessaria, ci danno una visione or­ganica, seppur diversificata, sul tema e quindi sugli aspetti specifici, che vengono ora proposti, senza il setta­rismo delle posizioni pregiudiziali, ma lasciando aperta la meditazione.
Chiude l’Opera, una vasta bibliografia (anche sull’Araldica e la Genealo­gia), che è forse una delle più com­plete fra quelle ad oggi edite in Italia. Una selezione di disegni, incisioni, stampe correda il libro prezioso, con Autori anche contemporanei che hanno interpretato con acribia il tema, oltre che con le classiche vi­sioni della cavalleria medievale. Pur vivendo in tempi realmente apocalit­tici - dice Romano - è ancora più ur­gente e radicale l’impegno alla for­mazione e all’autoformazione, necessari fondamenti per una auto­nomia attiva della soggettività che sia fedele alle consegne tradizionali e in grado di ristabilire - almeno in sé - gli equilibri perduti e le idealità fondanti.
da: "Vie della Tradizione", Rassegna semestrale di orientamenti tradizionali, n° 107, Palermo

lunedì 9 gennaio 2017

Francesca K. Matina, "La casa nel vento" (Ed. Thule)

di Giuseppe Bagnasco

Capita spesso quando ci si trova davanti al testo di una scrittrice che s’affaccia per la prima volta alla ribalta dello scenario letterario, che la lettura in qualche modo “benevola” ceda il passo ad una più approfondita critica tale da poterne fare emergere un qualche lato “debole”, con la conseguenza di condurci “colpevolmente” ad un superficiale giudizio. Ma questa di Francesca K. Matina, presentata come “Opera prima”, evidente preludio di successive elaborazioni letterarie, potrebbe al contrario, considerarsi come un’opera frutto di un cultore del pensiero giunto al pieno della sua maturità “sofoletteraria”. Un’Opera Prima, questa  La casa nel vento (Edizioni Thule, Palermo–2016) che potrebbe leggersi come l’epilogo che una docente di filosofia destina ai suoi giovani alunni nell’ultimo giorno del corso di studi. Giovani che mai più ritornerà ad incontrare e quindi assume nel suo contesto una dimensione eclettica. Ma ancor prima di anticiparne il giudizio, vediamo, come siamo d’uso fare, cosa c’è esposto nella copertina, impreziosita da un dipinto di Sergio Ceccotti e che funge come sempre da vetrina. Rappresenta una porta-finestra semiaperta che ce ne richiama un’altra, quella della copertina di Tempo dorato del filosofo Tommaso Romano, lì come saggista nelle vesti di un socio-antropologo. Quella della Nostra, scrutando gli interni, raffigura una donna vestita con un convenzionale tailleur, la borsetta al braccio, mentre con lo sguardo smarrito si appresta ad uscire. Si arguisce, ma è una nostra parallela lettura, che non esce attratta dal bel cielo azzurro riflesso sui vetri dell’imposta, bensì dall’intima volontà di uscire comunque. Andare via, via da cosa?. Questo interrogativo potrebbe sembrare un azzardo di lettura ma sta nel proseguo dell’esposizione dell’itinerario che traccia nel libro la scrittrice, che troviamo la sua spiegazione. Un itinerario che è un viaggio introspettivo che partendo dal suo “me”, la porta a raggiungere il suo più profondo “io”. Nonostante l’Autrice classifichi riduttivamente il suo lavoro come un racconto, ci troviamo invece di fronte ad un pregevole saggio sulla ricerca della felicità. Felicità che non è un luogo ma un granello portato dal vento che passa, entra nella nostra vita e ne esce proditoriamente, lasciandoci un vuoto.
   Il lavoro di Francesca K. Matina, dove anche il suo nome è diviso da quel punto che insidia la K, si presta ad una univoca lettura, divisa anch’essa in due parti e che si estende da accadimenti che imperversano tumultuosi nel suo incedere, aggettivazione lontana dal “tumultus” latino, ad una calma meditazione filosofica. Infatti mentre la prima parte  rappresenta il  “corpo” in un tormentato percorso di vita quotidiana, la seconda esprime, con l’aspirazione alla realizzazione autentica della vita, lo spirito, l’anima. E in fondo le due parti le potremmo identificare e distinguere, invertendone l’ordine, nell’Essere e nel non Essere di parmedineana memoria. La “fisica” e “metafisica” scrittrice d’origine lampedusiana affronta, lasciando la sua isola per una metropoli, il suo primo dualismo: da una parte il piccolo nucleo d’anime, visto come individualismo, dall’altra il grande crogiolo della massa informe della città, sofferto come collettivismo. E questa sofferenza la porta a riconsiderare il suo rapporto con la sua “Itaca”, l’isola del ritorno al punto da non vedere alcuna differenza tra una panchina cittadina e il suo abituale scoglio, posto di fronte al suo mare, dove portava i suoi pensieri, le sue aspirazioni. Lo stesso dualismo in cui differenzia un grande viale con una piccola strada, meglio un vicolo, dove si sente più a proprio agio, più vicino al suo essere, più intimo, più raccolto, più consono alla meditazione, più a sua misura e dove si riappropria istintivamente di se stessa. Una sofferenza, quella vissuta a contatto con una società fittizia ed ipocrita, dagli stereotipi fatti di convenzioni standardizzate che ad un certo punto, afferma l’Autice, la sua “era diventata una tragedia senza pubblico, nel teatro sfuggente della vita, dove a pagare il biglietto ero sempre io”. Ed è esattamente  proprio partendo da quel certo punto che la Nostra, forte delle parole della madre “Tu non sei felice. Punto”, l’arresta  nella convinzione che “ bisogna perdersi per ritrovarsi ”, tornare al punto di partenza giacchè in fondo la vita, come afferma il filosofo Tommaso Romano, è sempre un ritorno a se stessi.
       E’la svolta che imprime nella sua vita liberandosi da quello zaino “pieno di nulla e vuoto di tutto” che per tre anni era rimasto appeso alle sue spalle. E’ qui che la trama del libro cessa di essere un racconto autobiografico e diventa esercizio del pensiero, un gabbiano che riprende il volo verso ciò dove amava andare: i lidi perigliosi della filosofia. E’ in fondo la metafora della donna della copertina che esce da casa per andare verso quella “Vita nuova” di dantesca memoria dove cessa il discorso con la realtà e inizia quello con l’anima. Una sorta di osmosi tra il testo e la copertina. Una scelta voluta intimamente e che nel suo “primo giorno di quiete” ritrova  nella frase sibillina della sua amata insegnante di filosofia: “ Ti auguro tanta serenità, anima inquieta”. Nella contrapposizione tra l’Essere e l’Apparire, afferma la Matina, bisogna uscire dagli schemi della nostra forma mentis e dare campo alla bellezza delle anomalie perché è dal contrasto tra il positivo e il negativo che si può affermare di vivere veramente.
    La casa nel vento è tutto questo. E’ un saggio, lo ripetiamo, di ricerca della felicità attraverso la stesura mediatica di un racconto a metà tra un diario e un complesso esercizio di filosofia. A differenza di quando potrà colloquiare “peripateticamente” coi propri  discepoli, certa che per allora potrà dominare con la serenità raggiunta la fastidiosa balbuzie che l’affligge, per ora la nostra K. affida le proprie meditazioni alla scrittura allo scopo di rivolgerle all’immaginaria platea dei giovani. Giovani che esorta a guardare a La casa nel vento come una “finestra aperta sul passato ma orientata al futuro” e lo fa servendosi proprio di quel mezzo mediatico da cui rifuggiva nell’antichità un grande maestro del pensiero e che risponde al nome di Socrate, come viene riportato da Platone nel “Fedro”.  Il Maestro pensava che per avere un contatto diretto con i giovani ci si dovesse affidare alla parola, alle domande e risposte proprie dell’interloquire estemporaneo e a diffidare della scrittura sia perchè  il pensiero scritto non poteva mutare e sia perchè in ogni momento poteva essere interpretato difformemente da quello originale e infine perché la vedeva come un rallentamento dell’esercizio della memoria. Il Filosofo ateniese non prendeva in considerazione la facoltà di permettere a chiunque di appropriasi della sapienza e della conoscenza riservate ai filosofi. Ma è quel “chiunque” che non poteva essere comprensibile all’aristocrazia del tempo, a cui lui apparteneva, perché evidentemente non si rendeva conto come quella forma comunicativa fosse uno dei pilastri della democrazia, come partecipazione e divulgazione (gratuita) del pensiero. E qui viene consequenziale fare una digressione.
   La filosofia non nasce tra le case del popolo minuto nei “Demo” ma tra le persone appartenenti alle classi più elevate delle città. E’risaputo che gli ateniesi amavano passeggiare nelle Agorà e discutere di politica, oppure concedersi alla libertà del pensare o del dolce far niente poiché ritenevano che non era degno di un uomo libero avere bisogno di lavorare per vivere. Questo era riservato agli schiavi. La filosofia è dunque figlia primigenia dell’ozio? Non del tutto, se inteso nella semantica dell’otium  dei latini cioè come tempo dedicato oltre che al riposo, allo spazio per pensare. Ma è un fatto che per secoli il potere ha diviso le società del tempo in tre “Stati”, a cominciare da quello federiciano - feudale, ecclesiastico e demaniale - che pose fine al medioevo, a finire a quello prerivoluzionario francese in nobiltà, clero e borghesia -. Lo “Stato” del popolo, detto “Quarto Stato” e in seguito con Marx, del proletariato, non era affatto deputato alla speculazione filosofica attanagliato com’era  dal lavoro e dalla necessità della sopravvivenza. E lo dimostra il fatto come alla classe  dell’aristocrazia e di seguito a quella borghese,  appartenessero  quelli che, per restare tra i nostri e ciò fino all’Ottocento romantico, giusto per citarne alcuni, facevano capo alle casate dei Leopardi, Manzoni, Alfieri, Foscolo, ecc. Ma anche il popolo aveva le sue scuole di saggezza, la filosofia dei semplici e dalla quale si originarono i proverbi: erano gli anziani dei borghi o i nonni nelle case con i loro detti, motti, esortazioni per governare le relazioni tra individuo e società, tra società e Natura o tra quanti formavano una famiglia. Relazioni che offrirono le basi alla formazione della Sociologia.
   A completamento di queste note non possiamo non ricordare tra i dieci capitoli de La Casa nel vento della Matina, i suoi rapporti sia con la sua personale “Grande prostituta”, di volta in volta identificata nel tempo, con l’antica Babilonia o in seguito con la Roma papale al tempo delle vendite delle indulgenze e sia, aspetto non trascurabile, con la fotografia.  La Nostra definisce “magica” la Sicilia, ama Palermo (la Grande Prostituta) di un amore viscerale, l’ama per il suo carico di storia, per quelle antiche civiltà che lì progredirono e si affermarono. L’ammira per  i suoi monumenti, i ritrovi, i teatri, le chiese, cercando però nei vicoli, e non nelle eleganti strade, l’anima ancestrale della vecchia polis, con i suoi odori, insieme ai colori del cielo, del mare e non ultimo per “ il più bel promontorio del mondo”. Al contrario  non ne tollera gli abusi, il disordine, l’ipocrisia dell’appariscenza e, aggiungiamo noi, la corruzione dei pubblici uffici, la prevaricazione nella circolazione stradale, l’abusivismo edilizio con l’occupazione del demanio, gli incendi boschivi dolosi e la generalizzata prostituzione morale. Palermo vende o svende tutto ciò, e si offre con seducenti ammiccamenti all’obiettivo dei turisti che l’Autrice, da appassionata dell’arte fotografica, apostrofa mentalmente:  “Chissà, cosa ci trovassero nel bloccare il tempo, sottraendo il presente al suo destino, quello di diventare passato”. Per Lei invece quello che conta non è il souvenir fotografico da inscatolare in un album, ma un ricercare nelle cose, nelle persone ciò che vi sta dentro, nel profondo dell’anima.   Si veste pertanto da archeologa per una missione di antropologia spirituale, con l’obiettivo di tirar fuori dal corpo lo spirito, al pari dell’andare alla ricerca dell’anima della città, scavando nei vicoli del centro storico. Alla nostra archeologa non interessa la “piramide” della bella e sontuosa costruzione appariscente e seducente, ma l’interno, la “ stanza del re ” dove riposa l’eterno.  E’ in fondo una continua lotta per la supremazia tra il fuori e il dentro, tra una tesi e un’antitesi, come nella più classica dialettica e che trova nella sintesi della scelta di docente di filosofia, quella serenità che chiama felicità.
   Francesca K. Matina investendosi di una sorta di “legazia apostolica”, delega all’uomo, ai giovani, il compito di non rinunciare mai al proprio intimo sentire, ma andare oltre investigando e tirando fuori ciò che veramente conta, specchio e orgoglio dell’affermazione dell’Io. Il suo verbo risulta  ammantato di un “romanticismo laico”, giacchè riscopre e ama il suo passato, l’aura delle sue radici, si nutre dei segni della natura, del calore del sole, dell’umore mutevole del mare e soprattutto di quel senso di riposo e di pace che le concedeva il suo “scoglio” e a cui ricorreva al tempo delle sue inquietudini. La casa nel vento pertanto costituisce una casamatta posta a difesa degli ultimi scampoli di una civiltà largamente insidiata dal vacuo e del superfluo e dove finanche nell’Olimpiade della Cultura,  qual’è il Premio Nobel, si è trovato il modo di squalificarlo assegnandolo inopinatamente nel campo della letteratura (!) a personaggi dello spettacolo quali Dario Fo e recentemente Bob Dylan. E la definisce, com’Ella afferma nell’ultimo capitolo, una casa di frontiera, una casa con pareti di parole e  mattoni di pensieri e, aggiungiamo noi, simile ad un deposito di concetti, di enunciazioni, quasi un emporio, in cui le domande si propongono in modo dirompente e costante , quasi una corsa a recuperare il tempo perduto nella ricerca di se stessa e dove le risposte arrivano nelle nebbie del tempo dove c’è sempre un dubbio in agguato che impone sempre un’attesa, quell’attesa che in fondo è la vita stessa.