sabato 14 gennaio 2017
venerdì 13 gennaio 2017
Pubblichiamo la prefazione di Annamaria Amitrano al libro di Angelo Lo Piccolo, "Origini e sviluppo delle Balestrate palermitane nel Golfo di Castellamare" (Ed. Thule)
Questo volume, Origine
e sviluppo delle balestrate palermitane, è un viaggio attraverso
la storia di Balestrate. Un vero e proprio omaggio che Angelo Lo Piccolo rende
alla sua città natale ricercando uno specioso articolato di trame tra toponimi,
documenti, testimonianze, per entrare nel “vivo” del territorio. L’intento è
quello di sfatare l'idolum di un
paese, Balestrate, storicamente recente, venuto su un po’ casualmente, per
evoluzione, ma privo di radici.
Insediamento “di flusso”, senza profilo, che
segue un codice di sopravvivenza in relazione alle risorse di contesto; e così
nel ritmo delle dominazioni che hanno calcato il suolo dell’Isola.
Peraltro
i documenti di Archivio che attestano la Storia del Paese si annodano interno
alla data del 1307, allorché il re Federico di Aragona con editto decreta che «quantum a litore maris infra terram jactum balistae
protenderit...» debba ricadere sotto la sua sovranità, decreta
cioè che sia definito sotto il suo potere tutto il territorio costiero compreso
da un immaginario tiro di balestra scoccato dal bagnasciuga.
È
la nascita delle “terre delle balestrate” anche se va detto che, con il passare
del tempo, tale denominazione si riduce ad indicare solamente il tratto di
costa chiuso tra i torrenti San Cataldo e Calatubo, quest’ultimo al limite
occidentale dell’attuale provincia di Palermo.
Dicono i documenti che queste “terre” furono di
diritto regale fino al 1456 allorché, con un altro decreto, Re Alfonso il
Magnanimo ne fece dono al suo camerlengo Nicolò Leonfante.
Quindi
sono passati di mano in mano, di famiglia in famiglia: in possesso di un ceto
benestante potente e talvolta strapotente, in grado di assicurare al territorio
sviluppo economico, progresso e crescita demografica.
Nel
1800 Balestrate conta già numerosi abitanti. Famiglie emergenti in quel tempo
erano quelle dei Graffeo e dei Gesugrande; e sarà proprio un componente di
quest’ultima famiglia, Don Paolino Gesugrande, che nel contesto di un paese
divenuto sempre più prospero, si farà primo portatore di una esigenza
autonomistica: liberarsi della “soggezione” ecclesiastica e civile della vicina
Partinico, il cui clero peraltro, imponeva la consegna delle “primizie”.
Il 29 marzo 1820 il re Ferdinando I di Borbone
delibera che le due borgate di Sicciara
e Trappeto siano
riunite in un solo Comune con la denominazione di Balestrate.
Dacché
la sua ascesa fino all’oggi: cittadina ridente con buone risorse in agricoltura
(in specie vinicola); con una flotta peschereccia di piccolo cabotaggio (in
specie per il pesce azzurro); e una recente vocazione turistica, in continua
crescita, legata al suo magnifico litorale.
Fin qui in sintesi, il tracciato della Storia
ufficiale.
Ma prima del 1307?
Non
bisogna dimenticare che Angelo Lo Piccolo affronta questa “immane fatica”
proprio per colmare un vuoto; e, in un certo senso, per destabilizzare una
annotazione - per lui infondata - che Sicciara, la borgata da cui, per
tradizione, discende Balestrate, debba la sua denominazione alla cospicua
presenza nel suo mare di “sicce” cioè a dire di seppie. Una interpretazione,
peraltro, dovuta proprio all’eminenza grigia del territorio balestratese, quel
Filippo Evola, Rettore, uomo di chiesa e di lettere, che ha fatto di tutto per
dare adeguata fama al suo paese di nascita.
Orbene:
Lo Piccolo fa discendere Sicciara dal termine “Secchiaria”; denominazione riferita -
come del resto conferma la sua diffusione nell’area culturale di riferimento -
ad una architettura idraulica finalizzata al sollevamento delle acque per
l'irrigazione ideata e realizzata dagli arabi.
Dunque un nomen,
segno antropologico, che riporta inequivocabilmente, alla certezza di un
insediamento; ma fatto, ancora più importante, che storicizza una tappa del suo
divenire.
Quale? Quando?
Sicciara ci dice Angelo Lo Piccolo, sorge a
sinistra di Calatacupone toponimo di un promontorio in cui era un torrione di
difesa militare bizantina.
Orbene
nella sua ricostruzione storica, ampiamente circostanziata, Calatacupone
diviene, il centro da cui parte un sito abitativo, in espansione, grazie alla
presenza delle famiglie dei soldati. Si costituisce, così, interno ad esso uma
comunità siculo-bizantina; e successivamente, in seguito all’immigrazione
arabo- musulmana e al meticciato inevitabile, tale comunità darà vita ad un
ceppo autoctono siculo-arabo territorialmente definibile nella sua novità; tanto
più che, grazie al conseguente sincretismo culturale, si profilerà un momento
aureo per la tecnica, l'economia, i prodotti, cioè per l’insieme delle risorse
di terra e di mare, presenti nel territorio, sottoposto alla dominazione araba
della Sicilia.
In
sintesi, dunque, - secondo Fautore - la matrice identitaria della antica
Balestrate trova seme in
Calatacupone: una antichità che - come egli scrive nella prefazione - accanto
al Castello, scopre il Casale e il modesto cauponhim;
e scopre una comunità fatta da “povera gente”, invisibile per la Storia
ufficiale, che però, diviene e si trasforma dando continuità alla catena
generazionale e spessore al suo percorso individuante.
È
la Storia di Angelo Lo Piccolo “nuova” che permette di indicare come da un “non
luogo” quale l'apparecchiata
improduttiva si sia potuto generare un habitat. E dal momento che da storico
egli non vuole rimanere chiuso nel recinto minimalista della storia locale, con
sapienza, ecco che dà ampio respiro alla sua stesura critica, legando la Storia
del popolo di Calatacupone e
della Sicchieria, vuoi a
quella di Palermo nel cui contesto prevalentemente si esprime, vuoi a quella
della Sicilia tutta, nel transito di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, e
così via... attraverso il Feudalesimo dei Grandi: la chiesa e il Regno; sicché
poco importa se Calatacupone sparirà dispersa dalla crisi che tra trecento e
quattrocento investirà la Val di Mazara. Le “terre delle balestrate” grazie al
lavoro di Angelo Lo Piccolo hanno ritrovato quel precedente storico fino a
questo momento sotteso ma non dimostrato.
Infine
qualche notazione sul metodo con cui è stata improntata la ricerca. Quel metodo
etnostorico codificato dalla sperimentazione di Aurelio Rigoli senza il quale
non si sarebbe potuto dare qualità scientifica ad una analisi fondata, in
mancanza dei riscontri di archivio, principalmente sulle etnofonti: cioè a dire
sia le fonti storiografiche orali, sia le altre fonti codificate dalla
tradizione.
Quindi
una molteplicità complessa e articolata di fonti e etnofonti dallo storico e
storiografico scovate, ricercate e, laddove è stato possibile, comparata con la
certezza delle Fonti d’archivio: lavoro quest’ultimo non certo facile dovendosi
operare - nota l'autore - all’archivio Diocesano mazarese!
Dunque
Origine e Sviluppo delle Balestrate palermitane è un opera etnostorica che ha
saputo intrecciare nell’obbiettivo di una sintesi tra Storia e Cultura, la
Storia Regia con la Storia locale dando, anche, giusta eco ai fatti che la
Storia ufficiale giudica insignificanti e che invece sono assolutamente
importanti se il registro è quello delle trasformazioni del territorio e delle
dinamiche sociali.
In
conclusione un volume denso, corposo, puntiglioso che se dà fisionomia agli
“uomini di lusso” che nel tempo hanno determinato l’assetto politico sociale ed
economico di Balestrate ha saputo dare voce anche ai “senza potere”. Una
stretta trama narrativa che per completezza profondità lungimiranza critica
sembra quasi tradurre una volontà risarcitoria: da parte dello storico Lo
Piccolo nei confronti degli abitanti di Balestrate, forse “nati” ufficialmente
tardi ma che grazie a lui e alla sua ricerca, (davvero lunga una vita) possono
finalmente attestare la loro longeva dignità culturale.
Palermo 9 maggio 2016
Annamaria
Amitrano
giovedì 12 gennaio 2017
Antistoria del Risorgimento e del Brigantaggio
di Domenico Bonvegna
A che
serve a distanza di oltre un secolo conoscere come i Piemontesi hanno
“liberato” il Meridione d'Italia? Forse per capire il perchè è nata la
cosiddetta “questione meridionale”? Oppure soltanto per conoscere la vera
Storia del Sud e del sistema che lo governava, cioè il Regno delle due Sicilie
dei Borboni.
Tempo
fa un parente, conoscendo la mia predilezione allo studio della storia del
Risorgimento e del Brigantaggio, mi diceva che dopo aver letto una recensione
dell'ultimo libro di Pino Aprile, si interrogava se le notizie riportate da
Aprile erano vere o montature. Pazientemente ho risposto che ormai è da tempo,
almeno dalla caduta del Muro di Berlino, che esistono fior fiore di testi, di
studi, che hanno raccontato dettagliatamente come è stato conquistato il Sud
dopo la cavalcata liberatoria di Garibaldi. Aprile non fa altro che raccontare
giornalisticamente come sono andati i fatti.
Per non
perdere l'abitudine dei miei studi in queste fredde serate di dicembre ho letto
uno dopo l'altro i testi di Giordano Bruno Guerri, “Il
sangue del Sud. Antistoria del risorgimento e del brigantaggio”e“Il
Bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud”,
entrambi pubblicati da Mondadori, il primo nel 2010, il secondo nel 2011,
collezione“Le Scie”.
I testi
di Guerri si occupano“dei modi e dello spirito con cui fu compiuta
l'impresa (la conquista del sud) e
delle sue conseguenze”. Pertanto si pone alcune domande“Quali tragedie e
ingiustizie la accompagnarono?”. Si è fatto di tutto per integrare davvero
le identità, le culture, le tradizioni, persino le lingue diverse? Oppure si
era fatta l'Italia, ma non si sono fatti gli italiani, come diceva Massimo
D'Azeglio, che peraltro, temeva la fusione coi napoletani.
Giordano
Bruno Guerri sicuramente non è un nostalgico del Regno delle Due Sicilie, è uno
storico liberale che coraggiosamente racconta gli avvenimenti con serietà e
imparzialità, utilizzando le numerosi fonti e documenti che ormai da tempo sono
a disposizione di chiunque voglia fare storia seria. Peraltro nei suoi testi
troviamo una bibliografia essenziale che fa riferimento a tanti storici che
hanno ben studiato quegli anni tanto tormentati.
Guerri
non disdegna di polemizzare con la storia ufficiale raccontata dai vincitori,
ironizzando sui “liberatori” piemontesi, che secondo la vulgata, dovrebbero
rappresentare “i civilizzatori”, i portatori di giustizia e legalità, mentre gli altri, i meridionali,
sono briganti. Questi ultimi fin dalla Rivoluzione Francese, sono stati screditati dagli intellettuali, dai politici.
La loro opposizione veniva rappresentata come “viscerale manifestazione di
rancori e pulsioni irrazionali”, mentre si trattava, “di una resistenza
ideologica e politica, oltre che sociale”. Ma per liquidarla gli illuminati
giacobini, collegavano la rivolta popolare“al delitto comune”. Così
accadde anche in Italia dove per i nostri intellettuali benpensanti“la
ribellione di reazionari, contadini e clericali, contro lo Stato appena costituito
fu etichettata 'brigantaggio'”. Pertanto Guerri può scrivere che al Sud,
tutti erano briganti, banditi, criminali comuni, mentre gli altri che venivano
dal Nord erano i liberatori.“Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè
l'uno venisse a patti con l'altro occorreva che il vincitore riconoscesse le
differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia
sociale. Invece scrive Guerri, “si preferì l'azione repressiva,
determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se
stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele”.
Come
quella che si è manifestata in una notte d'agosto del 1861 a Pontelandolfo e
Casalduni nel beneventano, l'esercito piemontese per vendicare i suoi uomini,
non esitò di massacrare quasi un migliaio di uomini e donne di questi paesi.
I
meridionali dagli ufficiali e soldati italiani furono percepiti come una razza
inferiore, ma nello stesso tempo, Guerri considera questi soldati che andarono
a combattere una sporca guerra, furono forse i meno colpevoli, “furono
l'ultimo anello di una catena di errori e orrori[...] furono vittime, come i
loro nemici, di una carneficina che poteva essere evitata”. Le colpe
maggiori sono di chi dirigeva il Regno sabaudo, con la legge Pica del 1863, il
governo di Torino,“in pieno accordo con il Parlamento, impose lo stato
d',assedio annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali
militari, adotta la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò
squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii,
abusi, crimini, massacri”. Per i Savoia,“i briganti erano l'emblema di
quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato”, non solo, secondo
Guerri, forse, già a Torino si erano pentiti: “chi ce l'ha fatto fare?”.
Lo
storico è convinto che ancora molto bisogna fare per far conoscere la vera
storia del Risorgimento italiano, anche per Guerri è necessaria una “profonda
opera di revisione storiografica”, specialmente sul brigantaggio. Pertanto
scrive Guerri: “come ogni guerra civile, anche quella tra piemontesi e
briganti è stata raccontata dal vincitore. Che però, a differenza
del solito, non ha potuto vantarsene: si preferì nascondere o addirittura
distruggere i documenti, perchè non fossero accessibili neppure agli storici”.
Il brigantaggio postunitario, per la nostra storia fu “quasi un incubo da
rimuovere o censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.I
briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della dannatio
memoria. A loro, non spetta l'onore delle armi”. Per i padri della
patria rappresenta una specie di zona d'ombra, “una guerra in-civile come
quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una
semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia”.
Ironicamente
Guerri scrive che per i vincitori,“le pagine luminose, da consegnare agli
archivi della memoria, sono altre: con tricolori sventolanti, imprese da
trasmettere alle future generazioni nei manuali di scuola[...]”. Tuttavia
lo storico senese auspicava che per le imminenti celebrazioni del 150°
anniversario dell'Unità nazionale, si rinunciava al“conformismo retorico e
patriottardo”, alle“tentazioni oleografiche”, non tanto per “denigrare
il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo –
vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e di domani[...]”.
Nello stesso tempo però dall'altra parte si doveva rinunciare alle “ossessioni
separatiste o secessionistiche che di tanto in tanto si trasferiscono dal Sud
al Nord e ritorno”. Infatti, riferendosi a quest'ultimi, Giordano Bruno
Guerri, sottolinea con forza, nell'introduzione al suo libro che “conoscere
e rivedere il Risorgimento non significherà rimpiangere Radetzky o Francesco
II, a seconda che il nostalgico si trovi a Milano o a Palermo”.
Da
quello che ho visto e letto nel 2011, non mi sembra che sia andata così, sia
per i risorgimentisti duri e puri, che per i nostalgici dei borboni. Forse gli
unici a mantenere un certo equilibrio e non scadere in leggende nere o rosa
sono stati quelli di Alleanza Cattolica, che sensibili agli
avvenimenti storici del nostro paese, hanno voluto ricordare il 150° dell'unità
d'Italia con una serie di conferenze all'insegna dello slogan: “1861-2011”.
Unità Si, Risorgimento No”. Sostanzialmente si rifiuta l'ideologia
risorgimentale che ha cercato di cancellare l'identità del nostro Paese, ma si
accetta l'unità politica.
A
questo proposito invito la lettura del “manifesto-appello”, che si può
trovare nel sito, www.alleanzacattolica.org”.
“Il
Sangue del Sud”, è composto di 17 capitoli. L'autore tratta in particolare la
guerra del nuovo Regno d'Italia contro il brigantaggio, anche se troviamo delle
pagine che raccontano le vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie,
come si sono comportati i vari protagonisti di
questa conquista.
Guerri
è abbastanza super partes, riconosce per esempio che i giovani sovrani,
napoletani, Francesco II e Maria Sofia sono stati derubati del loro legittimo
regno. Ricorda tutti i vari tradimenti dei nobili e dei generali borbonici, che
hanno fatto a gara per abbandonare la “nave”, il prima possibile. Evidenzia un
certo “gattopardismo”, nel sistema politico meridionale. Riconosce inoltre una
certa stabilità e prosperità economica del regno napoletano, anche se evidenzia
delle deficienze nello Stato meridionale. Certamente lo storico non si presta a
una “leggenda aurea”, rappresentando un Regno di Napoli come il bengodi
d'Europa.
Guerri,
entra nel vivo del brigantaggio a partire dal VI capitolo:“Come nasce una
guerra civile”. Anche Guerri come lo studioso cattolico, Francesco
Pappalardo, è consapevole che il fenomeno del banditismo è sempre esistito. Ma
il brigantaggio un'altra cosa, anche se
ci sono elementi banditeschi. Si contano almeno 216 bande, tra Abruzzo, Molise,
Sannio, entroterra irpino, nel salernitano, Puglia e Calabria. Le campagne
erano una polveriera, bastava la presenza di qualche brigante, di qualche
manutengolo, che iniziava la repressione, con saccheggi e incendi. “A farne
le spese furono spesso uomini e donne inermi, messi al muro per aver gridato
'Viva Francesco II' in qualche stamberga dai muri troppo sottili, cafoni che si
erano limitati a dare da mangiare ai ribelli, contadini e galantuomini che
avevano abbracciato da subito la fede liberale”. Bisogna scrivere che
soltanto la regina Maria Sofia, era abbastanza attiva nel sostenere la
resistenza del popolo meridionale, mentre Francesco II, chiuso nello sconforto
e nel fatalismo, faceva ben poco. Mentre i vertici della Chiesa ufficialmente
non appoggiavano il brigantaggio, qualche vescovo e soprattutto i preti e i
religiosi si sono resi complici.
L'esercito
italiano arrivò ad impiegare al sud, fino a 120 mila uomini, quasi la metà
dell'intero esercito unitario. Secondo Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865
sarebbero stati uccisi, negli scontri o con le esecuzioni, 5212 briganti.
Mentre Carlo Alianello, ne conta quasi il doppio (9860). “In entrambi i
casi, si tratta di cifre approssimate per difetto”. Stessa cosa per i
caduti da parte dell'esercito, qui spesso si taceva per non allarmare
l'opinione pubblica, perchè la gente non doveva scoprire che si stava
combattendo una vera e propria guerra. “Morirono più militari che nella
somma delle tre guerre di Indipendenza, almeno 8.000”.
Mentre
cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti fra i meridionali. “Cifre
a parte, - scrive Guerri - il dato oggettivo non cambia: fu combattuta
una guerra civile, con rappresaglie, saccheggi e fucilazioni sommarie. E' il
lato terribile di ogni contrapposizione fratricida”. Per Guerri, “quella
conquista comportò episodi da sterminio di massa”.
Nei
capitoli successivi lo storico toscano si occupa entrando anche nei particolari
delle gesta più o meno eroiche dei vari briganti. Tra quelli più conosciuti,
Carmine Donatelli, detto Crocco è quello a cui si dedica più
spazio, del resto fu definito il re dei briganti. Poi c'è Chiavone, il brigante
che voleva essere Garibaldi e marciare su Torino. Il sergente Domenico
Romano, che univa il fucile alla preghiera. Un impasto di spirito crociato e di
devozione religiosa, come si può leggere nel giuramento, che imponeva ai nuovi
adepti. Un capitolo particolare e suggestivo viene dedicato alle brigantesse,
tema che sarà poi sviluppato ampiamente nel successivo libro, “Il Bosco nel
cuore”. E' un argomento che ha attirato la curiosità di molti studiosi. Alcuni
li consideravano delle sanguinarie, delle diaboliche messaline. “Naturalmente
si trattava di esagerazioni - con un fondo di verità – a sostegno
dell'immaginario collettivo”.
Il
Guerri sottolinea come la presenza femminile “sia molto più numerosa nella
storia violenta del brigantaggio che in quella romantica del Risorgimento: dove
– oltre alla contessa di Castiglione, per i suoi meriti spionistici e amatori –
l'unica eroina è Anita Garibaldi, sposa esemplare”.
Queste
donne secondo Guerri,“sono partigiane ante litteram; o, in un salto
temporale ancora più lungo, sono le antesignane di un femminismo istintivo e
rabbioso, ribelli stanche di essere confinate – da sempre – al letto, al
focolare e ai figli”. E qui emerge lo spirito anarcoide di Giordano Bruno
Guerri.
Comunque
sia queste donne, “sono certe di trovare tra i boschi la dignità e la
considerazione che non avrebbero ottenuto vivendo da schiave o puttane di
nobili e galantuomini”. Pertanto, “la loro fuga è al tempo stesso un
viaggio verso la libertà e verso la fine”. Sono un esercito di nomi e di
storie senza volto, un'escrescenza della storia, per decenni considerata
ingiustamente marginale. Giuseppina Vitale, Chiara Di Nardo, Rosaria Rotunno,
Mariannina Corfù, Maria Pelosi, Filomena di Pote, Maria Maddalena De Lellis,
Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Oliverio. Solo alcuni nomi di
donne“che capovolgono pregiudizi e luoghi comuni su sesso debole”. Donne
che “nascondono le chiome fluenti sotto le larghe falde di cappellacci
maschili, occultano ciò che resta della loro femminilità con l'audacia”. Un
altro dato che va sottolineato che si tratta per la maggior parte di ragazze
abbastanza giovane, pronte a tutto, rispetto alle ragazze di oggi.
Finora
era stato dedicato poco spazio al tema delle brigantesse, il lavoro ben
documentato di Giordano Bruno Guerri colma questa lacuna. “Il Bosco nel
cuore” , è la storia delle donne in guerra contro l'unità; la storia di
madri, mogli, ragazze giovanissime, rivendicare il diritto di vivere la propria
vita assumendo su di sé il potere e la libertà di decidere.
mercoledì 11 gennaio 2017
Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)
di Lydia Gaziano
Come il naufrago Ulisse che, abbarbicato allo scoglio, ferito e
pur vivo, resiste alle onde che su di lui si abbattono incessanti e rabbiose,
sono i pochi che tuttora, all’avanzare del brutto e del vile, rialzano la testa
per dire no, no e ancora no. Alziamo un argine al baratro incalzante. Ma, per
fortuna, avanza piano, ma deciso, il drappello dei dissidenti, degli
anticonformisti, di chi al facile plauso preferisce il consenso intelligente
dei pochi e Tommaso Romano ne raccoglie i pensieri, le citazioni, le massime.
“Io son Cavaliere.
Tale io verrò e morrò, se a Dio piacerà. Io cammino nell’aspro
sentiero della Cavalleria errante e disprezzo le ricchezze, ma tengo in gran
conto l’onore. Ho vendicato ingiurie, ho raddrizzato torti, ho castigato insolenze.
Non ho intenzione che non sia retta, e penso soltanto a fare a tutti del bene
(Miguel de Cervantes)”. “La generosità non è altro che la pietà delle anime
nobili (Nicolas de Chamfort). “Un gentiluomo è esigente con se stesso, un uomo
volgare con gli altri (Confucio)”.
“I nostri avi, i Romani, avevano notoriamente un’autentica
predilezione per il concetto stesso dell’onore, che nasceva principalmente dal
comportamento dell’individuo, evidentemente più degli altri rispettoso delle
leggi e leale verso il prossimo, quandanche si trattasse del nemico in guerra
(Guglielmo Bonanno di San Lorenzo)”. “Si è nobili solo quando si è esemplari
nell’Applicazione della legge di Dio (J. Diego Ortega)”. “Unite le vostre forze
perché siano destinate alla costruzione del futuro. Coltivate le vie della
rettitudine e la nobiltà di spirito, promuovete e lavorate con risoluzione
(Hirohito, imperatore del Giappone)”. “Più gli uomini si sentono uguali, più
facilmente tollerano di essere trattati come pezzi intercambiabili,
sostituibili e superflui. L’uguaglianza è la condizione psicologica
preliminare delle carneficine fredde e scientifiche (Nicolas Gomez Davila)”.
“Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità.
Chiedono solo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Da sempre la
preferenza va al surreale rispetto al reale, l’irreale agisce su di esse con
la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere
l’uno dall’altro (Sigmund Freud).”
E’ dei grandi della cultura mondiale l’inno alla nobiltà, alla
bellezza, alla magnificenza: Platone, Seneca, Dante Alighieri, Ludovico
Ariosto, Miguel de Cervantes, Stendhal. Un unico grido s’innalza da tante voci
diverse: coraggio, coraggio e ancora coraggio, via dal baratro della viltà. Il
“Professore” fa certamente sfoggio della diversificata cultura acquisita fra i
tanti studi e letture compiute. Lancia, dunque, un appello a chi sa e può
approdare ad una presa di coscienza in tempi in cui la cultura non è certo
morta, ma rischia l’indeterminatezza e lo smarrimento fra tante voci
discordanti e non sempre consone. E si riferisce alla cultura classicamente
intesa, come a quella antropologica. (L.G.) Tommaso Romano, Elogio della
Distinzione Aristocrazia, cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie.
Florilegio di Autori con un Saggio di Amadeo- Martin
Rey y Cabiese.
da: "Palermo Parla", nà 102, Dicembre 2016
martedì 10 gennaio 2017
Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)
di Antonino Sala
Non
è impresa semplice ripensare la storia, i suoi Istituti, le sue perenni
Tradizioni, nel divenire caotico e sovvertitore che viviamo. Tommaso Romano,
studioso e autore noto, da molti decenni impegnato nel fronte tradizionale,
consegna una sorta di Stimma
essenziale dell'ideologia
della distinzione, che si apre con un saggio dell’Autore, ampio e
articolato, tutto teso a rivendicare lo Spirito e l’attualità del messaggio
cavalleresco e aristocratico per chi, esistenzialmente, resiste come un
cavaliere errante nel caos dissolutivo. Egli traccia così una mappatura
storica, senza perdere il riferimento pedagogico teso ai valori costitutivi
delle differenze che distinguono il soggetto dall’uomo standardizzato e
massificato. Romano ritiene possibile il rinvigorimento di ordini e
associazioni nobiliari, di Compagnie e Confraternite che si possano - anche in
numero quantitativamente non ampio - riformare spiritualmente e gerarchicamente,
ritrovando o riproponendo le virtù peculiari e rivendicando altresì un aiolo,
una regola e una prospettiva per l’uomo che ricerca oltre lo smarrimento.
Segue nel bel volume un ampio Florilegio di frasi,
aforismi, pensieri, brevi saggi scelti dall’Autore di pensatori e scrittori di
tutti i tempi (è ricordato anche Gaspare Cannizzo e J. Evola) che, pur nelle
rispettive posizioni e nella contestualizzazione necessaria, ci danno una
visione organica, seppur diversificata, sul tema e quindi sugli aspetti
specifici, che vengono ora proposti, senza il settarismo delle posizioni
pregiudiziali, ma lasciando aperta la meditazione.
Chiude
l’Opera, una vasta bibliografia (anche sull’Araldica e la Genealogia), che è
forse una delle più complete fra quelle ad oggi edite in Italia. Una selezione
di disegni, incisioni, stampe correda il libro prezioso, con Autori anche
contemporanei che hanno interpretato con acribia il tema, oltre che con le
classiche visioni della cavalleria medievale. Pur vivendo in tempi realmente
apocalittici - dice Romano - è ancora più urgente e radicale l’impegno alla
formazione e all’autoformazione, necessari fondamenti per una autonomia
attiva della soggettività che sia fedele alle consegne tradizionali e in grado
di ristabilire - almeno in sé - gli equilibri perduti e le idealità fondanti.
da: "Vie della Tradizione", Rassegna semestrale di orientamenti tradizionali, n° 107, Palermo
lunedì 9 gennaio 2017
Francesca K. Matina, "La casa nel vento" (Ed. Thule)
di Giuseppe Bagnasco
Capita
spesso quando ci si trova davanti al testo di una scrittrice che s’affaccia per
la prima volta alla ribalta dello scenario letterario, che la lettura in
qualche modo “benevola” ceda il passo ad una più approfondita critica tale da
poterne fare emergere un qualche lato “debole”, con la conseguenza di condurci
“colpevolmente” ad un superficiale giudizio. Ma questa di Francesca K. Matina,
presentata come “Opera prima”, evidente preludio di successive elaborazioni
letterarie, potrebbe al contrario, considerarsi come un’opera frutto di un cultore
del pensiero giunto al pieno della sua maturità “sofoletteraria”. Un’Opera Prima,
questa La casa nel vento
(Edizioni Thule, Palermo–2016) che potrebbe leggersi come l’epilogo che una
docente di filosofia destina ai suoi giovani alunni nell’ultimo giorno del
corso di studi. Giovani che mai più ritornerà ad incontrare e quindi assume nel
suo contesto una dimensione eclettica. Ma ancor prima di anticiparne il
giudizio, vediamo, come siamo d’uso fare, cosa c’è esposto nella copertina, impreziosita
da un dipinto di Sergio Ceccotti e che funge come sempre da vetrina. Rappresenta
una porta-finestra semiaperta che ce ne richiama un’altra, quella della
copertina di Tempo dorato del filosofo Tommaso Romano, lì come saggista nelle
vesti di un socio-antropologo. Quella della Nostra, scrutando gli interni,
raffigura una donna vestita con un convenzionale tailleur, la borsetta al
braccio, mentre con lo sguardo smarrito si appresta ad uscire. Si arguisce, ma
è una nostra parallela lettura, che non esce attratta dal bel cielo azzurro riflesso
sui vetri dell’imposta, bensì dall’intima volontà di uscire comunque. Andare
via, via da cosa?. Questo interrogativo potrebbe sembrare un azzardo di lettura
ma sta nel proseguo dell’esposizione dell’itinerario che traccia nel libro la
scrittrice, che troviamo la sua spiegazione. Un itinerario che è un viaggio
introspettivo che partendo dal suo “me”, la porta a raggiungere il suo più profondo
“io”. Nonostante l’Autrice classifichi riduttivamente il suo lavoro come un
racconto, ci troviamo invece di fronte ad un pregevole saggio sulla ricerca
della felicità. Felicità che non è un luogo ma un granello portato dal vento
che passa, entra nella nostra vita e ne esce proditoriamente, lasciandoci un
vuoto.
Il lavoro di Francesca K. Matina, dove anche
il suo nome è diviso da quel punto che insidia la K, si presta ad una univoca
lettura, divisa anch’essa in due parti e che si estende da accadimenti che
imperversano tumultuosi nel suo incedere, aggettivazione lontana dal “tumultus”
latino, ad una calma meditazione filosofica. Infatti mentre la prima parte rappresenta il “corpo” in un tormentato percorso di vita
quotidiana, la seconda esprime, con l’aspirazione alla realizzazione autentica
della vita, lo spirito, l’anima. E in fondo le due parti le potremmo
identificare e distinguere, invertendone l’ordine, nell’Essere e nel non Essere
di parmedineana memoria. La “fisica” e “metafisica” scrittrice d’origine
lampedusiana affronta, lasciando la sua isola per una metropoli, il suo primo
dualismo: da una parte il piccolo nucleo d’anime, visto come individualismo,
dall’altra il grande crogiolo della massa informe della città, sofferto come
collettivismo. E questa sofferenza la porta a riconsiderare il suo rapporto con
la sua “Itaca”, l’isola del ritorno al punto da non vedere alcuna differenza
tra una panchina cittadina e il suo abituale scoglio, posto di fronte al suo
mare, dove portava i suoi pensieri, le sue aspirazioni. Lo stesso dualismo in
cui differenzia un grande viale con una piccola strada, meglio un vicolo, dove
si sente più a proprio agio, più vicino al suo essere, più intimo, più
raccolto, più consono alla meditazione, più a sua misura e dove si riappropria
istintivamente di se stessa. Una sofferenza, quella vissuta a contatto con una
società fittizia ed ipocrita, dagli stereotipi fatti di convenzioni
standardizzate che ad un certo punto, afferma l’Autice, la sua “era diventata
una tragedia senza pubblico, nel teatro sfuggente della vita, dove a pagare il
biglietto ero sempre io”. Ed è esattamente
proprio partendo da quel certo punto che la Nostra, forte delle parole
della madre “Tu non sei felice. Punto”, l’arresta nella convinzione che “ bisogna perdersi per
ritrovarsi ”, tornare al punto di partenza giacchè in fondo la vita, come
afferma il filosofo Tommaso Romano, è sempre un ritorno a se stessi.
E’la
svolta che imprime nella sua vita liberandosi da quello zaino “pieno di nulla e
vuoto di tutto” che per tre anni era rimasto appeso alle sue spalle. E’ qui che
la trama del libro cessa di essere un racconto autobiografico e diventa
esercizio del pensiero, un gabbiano che riprende il volo verso ciò dove amava
andare: i lidi perigliosi della filosofia. E’ in fondo la metafora della donna
della copertina che esce da casa per andare verso quella “Vita nuova” di
dantesca memoria dove cessa il discorso con la realtà e inizia quello con
l’anima. Una sorta di osmosi tra il testo e la copertina. Una scelta voluta
intimamente e che nel suo “primo giorno di quiete” ritrova nella frase sibillina della sua amata
insegnante di filosofia: “ Ti auguro tanta serenità, anima inquieta”. Nella
contrapposizione tra l’Essere e l’Apparire, afferma la Matina, bisogna uscire
dagli schemi della nostra forma mentis e dare campo alla bellezza delle
anomalie perché è dal contrasto tra il positivo e il negativo che si può
affermare di vivere veramente.
La
casa nel vento è tutto questo. E’ un saggio, lo ripetiamo, di ricerca della
felicità attraverso la stesura mediatica di un racconto a metà tra un diario e un
complesso esercizio di filosofia. A differenza di quando potrà colloquiare “peripateticamente”
coi propri discepoli, certa che per allora
potrà dominare con la serenità raggiunta la fastidiosa balbuzie che l’affligge,
per ora la nostra K. affida le proprie meditazioni alla scrittura allo scopo di
rivolgerle all’immaginaria platea dei giovani. Giovani che esorta a guardare a La
casa nel vento come una “finestra aperta sul passato ma orientata al
futuro” e lo fa servendosi proprio di quel mezzo mediatico da cui rifuggiva nell’antichità
un grande maestro del pensiero e che risponde al nome di Socrate, come viene
riportato da Platone nel “Fedro”. Il
Maestro pensava che per avere un contatto diretto con i giovani ci si dovesse
affidare alla parola, alle domande e risposte proprie dell’interloquire
estemporaneo e a diffidare della scrittura sia perchè il pensiero scritto non poteva mutare e sia
perchè in ogni momento poteva essere interpretato difformemente da quello
originale e infine perché la vedeva come un rallentamento dell’esercizio della
memoria. Il Filosofo ateniese non prendeva in considerazione la facoltà di
permettere a chiunque di appropriasi della sapienza e della conoscenza
riservate ai filosofi. Ma è quel “chiunque” che non poteva essere comprensibile
all’aristocrazia del tempo, a cui lui apparteneva, perché evidentemente non si
rendeva conto come quella forma comunicativa fosse uno dei pilastri della
democrazia, come partecipazione e divulgazione (gratuita) del pensiero. E qui
viene consequenziale fare una digressione.
La filosofia non nasce tra le case del
popolo minuto nei “Demo” ma tra le persone appartenenti alle classi più elevate
delle città. E’risaputo che gli ateniesi amavano passeggiare nelle Agorà e
discutere di politica, oppure concedersi alla libertà del pensare o del dolce
far niente poiché ritenevano che non era degno di un uomo libero avere bisogno
di lavorare per vivere. Questo era riservato agli schiavi. La filosofia è dunque
figlia primigenia dell’ozio? Non del tutto, se inteso nella semantica dell’otium
dei latini cioè come tempo dedicato oltre
che al riposo, allo spazio per pensare. Ma è un fatto che per secoli il potere ha
diviso le società del tempo in tre “Stati”, a cominciare da quello federiciano
- feudale, ecclesiastico e demaniale - che pose fine al medioevo, a finire a quello
prerivoluzionario francese in nobiltà, clero e borghesia -. Lo “Stato” del
popolo, detto “Quarto Stato” e in seguito con Marx, del proletariato, non era
affatto deputato alla speculazione filosofica attanagliato com’era dal lavoro e dalla necessità della sopravvivenza.
E lo dimostra il fatto come alla classe dell’aristocrazia e di seguito a quella borghese, appartenessero quelli che, per restare tra i nostri e ciò fino
all’Ottocento romantico, giusto per citarne alcuni, facevano capo alle casate
dei Leopardi, Manzoni, Alfieri, Foscolo, ecc. Ma anche il popolo aveva le sue scuole
di saggezza, la filosofia dei semplici e dalla quale si originarono i proverbi:
erano gli anziani dei borghi o i nonni nelle case con i loro detti, motti,
esortazioni per governare le relazioni tra individuo e società, tra società e
Natura o tra quanti formavano una famiglia. Relazioni che offrirono le basi alla
formazione della Sociologia.
A completamento di queste note non possiamo
non ricordare tra i dieci capitoli de La Casa nel vento della Matina, i
suoi rapporti sia con la sua personale “Grande prostituta”, di volta in volta
identificata nel tempo, con l’antica Babilonia o in seguito con la Roma papale al
tempo delle vendite delle indulgenze e sia, aspetto non trascurabile, con la fotografia.
La Nostra definisce “magica” la Sicilia,
ama Palermo (la Grande Prostituta) di un amore viscerale, l’ama per il suo
carico di storia, per quelle antiche civiltà che lì progredirono e si
affermarono. L’ammira per i suoi
monumenti, i ritrovi, i teatri, le chiese, cercando però nei vicoli, e non
nelle eleganti strade, l’anima ancestrale della vecchia polis, con i suoi odori,
insieme ai colori del cielo, del mare e non ultimo per “ il più bel promontorio
del mondo”. Al contrario non ne tollera
gli abusi, il disordine, l’ipocrisia dell’appariscenza e, aggiungiamo noi, la
corruzione dei pubblici uffici, la prevaricazione nella circolazione stradale, l’abusivismo
edilizio con l’occupazione del demanio, gli incendi boschivi dolosi e la
generalizzata prostituzione morale. Palermo vende o svende tutto ciò, e si
offre con seducenti ammiccamenti all’obiettivo dei turisti che l’Autrice, da
appassionata dell’arte fotografica, apostrofa mentalmente: “Chissà, cosa ci trovassero nel bloccare il
tempo, sottraendo il presente al suo destino, quello di diventare passato”. Per
Lei invece quello che conta non è il souvenir fotografico da inscatolare in un
album, ma un ricercare nelle cose, nelle persone ciò che vi sta dentro, nel profondo
dell’anima. Si veste pertanto da
archeologa per una missione di antropologia spirituale, con l’obiettivo di
tirar fuori dal corpo lo spirito, al pari dell’andare alla ricerca dell’anima
della città, scavando nei vicoli del centro storico. Alla nostra archeologa non
interessa la “piramide” della bella e sontuosa costruzione appariscente e
seducente, ma l’interno, la “ stanza del re ” dove riposa l’eterno. E’ in fondo una continua lotta per la
supremazia tra il fuori e il dentro, tra una tesi e un’antitesi, come nella più
classica dialettica e che trova nella sintesi della scelta di docente di
filosofia, quella serenità che chiama felicità.
Francesca K. Matina investendosi di una
sorta di “legazia apostolica”, delega all’uomo, ai giovani, il compito di non
rinunciare mai al proprio intimo sentire, ma andare oltre investigando e
tirando fuori ciò che veramente conta, specchio e orgoglio dell’affermazione
dell’Io. Il suo verbo risulta ammantato
di un “romanticismo laico”, giacchè riscopre e ama il suo passato, l’aura delle
sue radici, si nutre dei segni della natura, del calore del sole, dell’umore
mutevole del mare e soprattutto di quel senso di riposo e di pace che le concedeva
il suo “scoglio” e a cui ricorreva al tempo delle sue inquietudini. La casa
nel vento pertanto costituisce una casamatta posta a difesa degli ultimi
scampoli di una civiltà largamente insidiata dal vacuo e del superfluo e dove
finanche nell’Olimpiade della Cultura, qual’è
il Premio Nobel, si è trovato il modo di squalificarlo assegnandolo
inopinatamente nel campo della letteratura (!) a personaggi dello spettacolo
quali Dario Fo e recentemente Bob Dylan. E la definisce, com’Ella afferma
nell’ultimo capitolo, una casa di frontiera, una casa con pareti di parole
e mattoni di pensieri e, aggiungiamo
noi, simile ad un deposito di concetti, di enunciazioni, quasi un emporio, in
cui le domande si propongono in modo dirompente e costante , quasi una corsa a
recuperare il tempo perduto nella ricerca di se stessa e dove le risposte
arrivano nelle nebbie del tempo dove c’è sempre un dubbio in agguato che impone
sempre un’attesa, quell’attesa che in fondo è la vita stessa.
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