sabato 27 maggio 2017

Massimo Gandolfini, Stefano Lorenzetto, "L'Italia del Family day" (Ed. Marsilio)

di Domenico Bonvegna

L'altra sera presso il centro culturale Rosetum di Milano in occasione della presentazione del libro “La famiglia in Italia. Dal Divorzio al Gender” (Sugarco) di Invernizzi e Cerrelli, è intervenuto anche il professore Massimo Gandolfini, presidente del comitato “Difendiamo i nostri figli”. In poche battute si è capito di che pasta è fatto il medico bresciano, che da alcuni anni sta guidando la battaglia culturale a favore della famiglia in Italia. Ascoltando il suo caloroso intervento mi viene spontaneo accostarlo a quegli uomini dal“Codice cavalleresco”, che Roberto Marchesini descrive nel suo ottimo libretto. Oppure a quegli “Italiani seri”, che Vittorio Messori, evocava in un libro, riferendosi al beato Fa' di Bruno. Tuttavia per chi vuole conoscere meglio Gandolfini deve leggere, “L'Italia del family Day”, (Marsilio Editori, 2016) scritto dallo stesso Gandolfini insieme al giornalista Stefano Lorenzetto.
Massimo Gandolfini, ama talmente la famiglia che ha adottato ben sette figli perchè non ne poteva averne di suoi. Ha organizzato il Family Day del 20 giugno 2015 e del 30 gennaio del 2016 al circo Massimo a Roma.
Il professore quando parla è molto chiaro e preciso. In questo libro racconta la sua vita, pur provenendo da una famiglia cattolicissima, militava nei Cristiani per il socialismo. Professava la teologia della liberazione. I suoi riferimenti spirituali e politici erano in personaggi particolari come dom Franzoni ed altri compagni preti di sinistra. Successivamente cambiò vita, dopo aver incontrato il Cammino neocatecumenale, facendogli intraprendere un itinerario di fede che si è rivelato fondamentale per la sua vita. “Questo percorso di fede non è estraneo alla scelta di campo compiuta dal leader del Family day, discendente da una nobile famiglia che da almeno mezzo millennio si batte per questo, per mantenere intatto il depositum fidei, il patrimonio della verità e dei precetti morali insegnati da Gesù”. Nell'introduzione Lorenzetto scrive che la figura del condottiero è stata sempre presente nel suo casato. Pare che la compagnia di cavalleria di Castel Goffredo fosse comandata dal capitano Domenico Gandolfini.
Gandolfini è un chirurgo, specialista in neurochirurgia e psichiatria e dirige il Dipartimento di neuroscienze e chirurgia testa-collo dell'Ospedale Poliambulanza di Brescia. Fa un lavoro difficile e impegnativo, come quello di “scoperchiare un cranio”. A volte deve rimanere concentrato anche per 18 ore, in piedi, senza mangiare e dormire.“Non è preso dal panico quando mette le mani sulle meningi? Domanda Lorenzetto e lui risponde: “Adesso aprire la testa è diventata una cosa normale. Ma le prime volte mi ponevo tutti gli angosciosi dubbi[...] Mi dicevo: sto manipolando l'organo fondamentale di questa persona, dal quale dipendono la sua vita, le sue relazioni affettive, la sua attività professionale, la sua cultura”. Praticamente il professore Gandolfini compie da cinque a sette interventi a settimana. Nella sua carriera ne ha fatti all'incirca 15.000.
Seguendo le informazioni di Lorenzetto, apprendiamo che Gandolfini è anche docente di neurochirurgia all'Università Cattolica di Roma, ha scritto diversi studi e pubblicazioni scientifiche e partecipa come relatore a centinaia di congressi, convegni, conferenze all'anno. Non basta, è anche presidente dell'Associazione medici cattolici lombardi; vicepresidente nazionale dell'associazione Scienza & vita. Inoltre da vent'anni è consultore della Congregazione delle cause dei santi. Per conto del Vaticano, il perito neurochirurgo ha esaminato con freddezza scientifica tra i tanti, i miracoli attribuiti a Madre Teresa di Calcutta, e a Giovanni Paolo II.
Comunque da questo ricco curriculum secondo Lorenzetto,“si capisce meglio perchè il marito, il padre, il medico Gandolfini si sia imbarcato in questa temeraria impresa del Family day. C'è di mezzo qualcosa che ha a che fare con la nobiltà vera, quella d'animo. Nessun tornaconto personale. Nessun calcolo delle convenienze. Nessuna fregola di vanagloria. Solo un inderogabile dovere di coscienza lo ha obbligato a raccogliere una bandiera dalla polvere e a mettersi alla guida di un'altra Italia, popolosa o deserta che sia, di sicura scarsamente rappresentata dal parlamento e dai mass media”.
A questo proposito è veramente significativa l'esperienza dei coniugi Gandolfini che riguarda l'adozione dei sette di bambini trovati in giro per il mondo. Hanno raccontato, le difficoltà, le peripezie, gli ostacoli, che con la pazienza e l'aiuto di Dio hanno sempre superato.
Tutti si chiedono e gli chiedono se questa Italia del Family Day diventerà un partito, ci sono i precedenti storici dell'insuccesso della lista di scopo“Aborto? No grazie”, che il giornalista Giuliano Ferrara, in un esempio di sconsiderata generosità, presentò per la Camera alle elezioni del 2008, ottenendo la miseria di 135.578 voti”. Certo la questione della rappresentanza politica dei cattolici, dei difensori della famiglia naturale e cristiana è un argomento aperto, che prima o poi bisognerà affrontare. Della questione se ne é occupato Alfredo Mantovano esponente di rilievo di Alleanza Cattolica con una intervista su Formiche.net  (“Come andare oltre il Family Day”, 2.2.17).
Nel dialogo con leader del comitato “Difendiamo i nostri figli”, il testo affronta tutti i temi scottanti inerenti alla “buona battaglia”, culturale, sociale e politica che occorre combattere sulla famiglia di oggi. Si passa dall'aspetto dell'organizzazione dei Family Day, al ribadire che cos'è la famiglia naturale, l'omosessualità, il matrimonio omosessuale, le adozioni gay, l'utero in affitto, infine l'ideologia del gender.
Il medico bresciano racconta i vari passaggi organizzativi dei raduni a Roma, chi ha aderito e chi no. Chi riteneva inutile e controproducenti le manifestazioni di piazza, come il Forum delle famiglie, Comunione e Liberazione.
Il rapporto con la politica, in particolare con il Pd di Renzi è abbastanza conflittuale, “Il nostro premier prende ordini da Barak Obama”, che è al servizio dei padroni del mondo, che non sono certo i governi. Gandolfini fa riferimento a oltre 200 aziende americane, tutte insieme, hanno chiesto e ottenuto da Obama nel 2013, l'abolizione del marriage act, la legge federale che, definisce il matrimonio esclusivamente come unione tra uomo e donna. Tra questi colossi c'è Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Ebay, Intel, Pfizer e tanti altri. Multinazionali in grado di orientare l'opinione pubblica e determinare le sorti dei governi.
Comunque sia il comitato è apartitico, aconfessionale e non ha fini di lucro e si propone attraverso convegni, manifestazioni, dibattiti ad “affermare, promuovere, diffondere e difendere nella loro interezza”, quei principi enunciati nel manifesto in difesa della famiglia naturale e dei figli. “Una famiglia debole significa una società debole”. Gandolfini nella destrutturazione della famiglia, da credente, vede lo zampino del diavolo, che è per sua natura divisore, il separatore. “Il diavolo è l'antagonista della verità. Infatti oggi vengono attaccate le verità più elementari”. Del resto “una società debole, formata da figli con orientamenti sessuali incerti e mutevoli. È altissimamente condizionabile da qualsiasi imput proveniente dall'esterno”. Avremo un mondo di figli che non hanno genitori, ne avranno quattro, cinque, non avranno nessun riferimento, cercheranno ragioni della loro esistenza nella cultura corrente, nel consumismo, nei prodotti, nell'Iphone o l'Ipad.
Per il professore Gandolfini,“siamo diventati una somma di individui, non siamo più una somma di persone in relazione”. Siamo soli con Facebook, con Twitter, con Google, con i social network che sostanzialmente propagandano e sostengono l'ideologia gender.
Gandolfini ci tiene a precisare che la sua battaglia culturale non è contro le persone, ma contro le idee, “la nostra cultura ci obbliga a combattere le idee sbagliate, non gli uomini che le rappresentano”. La campagna culturale di Gandolfini è di ordine educativo e formativo e proseguirà per dare voce a chi non ha voce.
Praticamente le associazioni Lgbt rappresentano una minoranza esigua nel nostro Paese, eppure l'arroganza di Renzi ha fatto in modo di trattarli come “maggioranza”, infischiandosene della aspettative della vera maggioranza degli italiani. Qualcuno ha scritto che siamo ormai alla dittatura dell'ideologia gender, del nuovo marxismo.
Nel libro Gandolfini riporta del suo colloquio con Papa Francesco, che gli ha ribadito di andare avanti nella battaglia, nella missione a favore della famiglia e dei figli. Il Papa gli ha parlato della pericolosità della “colonizzazione del gender” nella cultura e nella scuola.
Chiaramente il movimento, il comitato non ha bisogno di “vescovi piloti”, bensì di “vescovi pastori”, che indichino con chiarezza la via della verità. Del resto,“spetta ai laici, illuminati da una coscienza ben formata, compiere scelte sociopolitiche coerenti e idonee, mentre spetta ai pastori non fare politica, ma indicare i grandi valori e i principi del messaggio cristiano, necessari per costruire una società più giusta, libera, pacifica, orientata al bene[...]”. Questo è stato il pensiero espresso dal Santo Padre Francesco.
Il presidente del Comitato difendiamo i nostri figli, fa riferimento alla scelta di Adinolfi e Amato di fare il partito, “Il popolo della famiglia”. E' una loro scelta personale che non si può condividere, anche perchè è molto difficile che il popolo del Family Day, possa trasformarsi in un partito. Non siamo al tempo di De Gasperi o del banchiere Giuseppe Antonio Tovini o del medico Luigi Gedda, il fondatore dei Comitati Civici.
Gandolfini ama precisare che i suoi discorsi hanno pochissimo di confessionale, “saranno soltanto ispirati alla ragione e alla scienza”. E' particolarmente abituato all'incomprensione, anche alle aggressioni, di chi non accetta l'ovvietà, la verità delle cose. Il professore utilizza spesso l'esempio della mela, che non può trasformarsi in pera. Di fronte all'evidenza,“cessa ogni contesa, ritirati da costui, perché ormai le sue capacità razionali si sono indurite come pietre”.
Tuttavia il professore non ha paura di testimoniare la verità sulla famiglia, è pronto di andare anche in prigione. “Bisogna essere testimoni della verità, sempre, a qualunque costo. Non si possono fare sconti alla verità”. Bisogna essere meno intransigenti, meno aggressivi, bisogna cercare il dialogo? Tommaso Moro e San Giovani Battista ci rimisero la testa per non cedere al volere dei loro re.
Si può discutere sulla manovra economica, sulle pensioni, sull'alta velocità, ma sui valori fondamentali della società non è possibile nessun accomodamento. Anche se usciremo battuti, perdenti, almeno possiamo dire come San Paolo, rinchiuso nel carcere Mamertino e avviato verso il martirio: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.

mercoledì 17 maggio 2017

Lo studio il gesto piu' rivoluzionario che possiamo compiere.

di Domenico Bonvegna

Volete ribellarvi al mondo del conformismo becero, del politicamente corretto, allora dovete dedicarvi allo studio. Lo scrive Paola Mastrocola, nel suo “La passione ribelle”, Editori Laterza (2017), un libro controcorrente e provocatoriamente scandaloso. Del resto la professoressa di Torino ci ha abituato a questo genere di scrittura.“Chi studia è sempre un ribelle”, è uno che sta dall'altra parte, rispetto al mondo che corre sempre e non si ferma mai.“Chi studia si ferma e sta: così si rende eversivo e contrario”. Lo studioso, forse è uno scontento di sé, ma anche del mondo. Ma chi studia non fugge dal mondo, “è solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile”. “La Passione ribelle” è un libro dedicato “a tutti i ribelli invisibili”, che studiano libri. Pertanto è dedicato anche al sottoscritto che legge e che più o meno si sente ribelle contro questo “mondo” di oggi che non ci piace.
La tesi che percorre il libro è che lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più.“Lo studio sa di muffa, è passato, è vecchiume”, scrive la Mastrocola. Già la parola suscita, malessere, un'avversione. Appena sentiamo la parola “studio”, immaginiamo un anziano professore seduto a un tavolo di biblioteca, occhiali a metà naso, cordicella penzola. Oggi chi osa proporre di studiare per risolvere qualche problema che magari affligge la società di oggi, significa voler perdere in partenza, significa volersi male.
Per la Mastrocola, la parola “studio”, è sparita dai giornali, dalle tivù, dai governi, perfino dalle scuole.“Sentiamo mai l'ospite di un talk show pronunciare frasi del tipo: 'Aspetti mi lasci studiare bene l'argomento, poi le risponderò'? O lo speaker del telegiornale: 'Oggi il Ministro ha rifiutato le interviste perché doveva studiare'?
Addirittura anche a scuola non si parla di studio.“In trent'anni di pseudoriformismo scolastico, in cui più o meno ogni ministro che si è succeduto ci ha messo del suo per riformare una scuola che di fatto non è mai stata riformata, non ho mai sentito la parola 'studio'”. E' stata una parola tabù, per i vari saggi che presiedono le varie pseudo riforme.
Il testo di Mastrocola a tratti appare oltre che provocante anche per certi versi irriguardoso. Studiare significa incrinare oscurare la nostra gioia di vivere. “Lo studio ci sottrae a tutto quel che ci affascina. E' mettersi i tappi nelle orecchie davanti alle Sirene”. Lo studio, “è Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane come un cane”. Del resto non abbiamo mai sentito qualcuno che, alla domanda: “Cosa ti piace fare nella vita?” risponda: “Studiare”?
Capita spesso sentire persone importanti, affermate, che hanno conquistato un posto di riguardo, proprio perchè hanno studiato tanto, intervistate amino parlare soltanto dei loro insuccessi. Raccontano che andavano malissimo a scuola, magari non aggiungono che hanno rifiutato la scuola perché li incasellava, in un'arida routine, ma non era lo studio che rifiutavano in quanto tale. Sembra che oggi a noi ci piace sentire che i grandi hanno odiato lo studio, questo ci conforta.
La Mastrocola emette a getto continuo frasi provocatorie:“Chi studia è uno sfigato”. Studiare può provocare malattie come la depressione e soprattutto la scoliosi.“Già, chi studia sta seduto, chino, contratto, rannicchiato, fermo”. E soprattutto, “è solo in una stanza”. La professoressa accenna alla figura del secchione, sempre odiato a scuola. Se poi prende nove, deve far finta che sia capitato per caso, che non l'ha preso perchè ha studiato. E' capitato. Esibire la cultura, mostrare quanto sai, non va mai bene. Non bisogna mai passare per studiosi.
Fino a pochi anni fa si ammiravano le persone i professori, gli studiosi. Esisteva la figura dello studioso che passava le giornate in biblioteca a leggere e a scrivere, pensare, consultare enciclopedie, riviste. Trovavi gente che aveva letto per intero opere letterarie. Oggi mostrare la cultura non va più, non si fa. Se a una cena tra amici, viene fuori“che stai leggendo il Filostrato di Boccaccio o le rime del Chiabrera, tutti penserebbero: 'Poveretto, che vita grigia!”.
Oggi secondo Mastrocola, rende di più esibire l'ignoranza. E' un vantaggio sociale. Il non sapere e il non studiare ci dà un fascino aggiunto,“una certa patina di rozzezza che sa subito di istinti primordiale, naturalezza ferina, autenticità”.
Concludendo il I capitolo, Mastrocola sentenzia: “Studiare nel nostro immaginario, vuol dire non vivere”. Qualche anno fa lo scrittore veneto Ferdinando Camon scriveva che “chi non legge non vive”, anche lui tendenzialmente criticava chi aveva ormai accettato la tesi del non studio. Praticamente, Mastrocola continuando con frasi sarcastiche, scrive:“studia chi non ha una vita. Chi non sa vivere, chi vive in un mondo suo, astratto e lontano”. Addirittura: “C'è qualcosa di malato in chi studia”. Anzi se continui a studiare, rimani solo, nessuno ti cerca, nessuno ti ama. Infatti Leopardi non andava alle feste. La stessa Mastrocola si confessa che da quando frequentava le scuole Medie, si era messa in testa che sarebbe diventata come Leopardi, gobba.
I sacrifici per lo studio non ci piacciono, quelli per lo sport si. Infatti,“nello sport non solo tolleriamo, ma anche ammiriamo, la fatica, lo sforzo, l'impegno. Troviamo naturale e bellissimo che un atleta passi le sue giornate ad allenarsi e che i suoi allenamenti siano sfinenti al limite dell'umano”. Ci sono ragazzi che amano perdutamente i loro allenatori, i loro mister, che li fanno lavorare con una disciplina ferrea, con severità e inflessibilità. “Invece se un insegnante oggi è severo, intransigente e direttivo, se osa assegnare molti compiti magari difficili e dà voti troppo bassi, fa orrore, e viene osteggiato”.
Allora che cosa non va nello studio? “Chi studia - scrive Mastrocola - ci sembra uno che rinuncia a vivere, che si astiene. Qualcosa tra il monaco buddista, l'asceta che si ciba di radici in cima a un monte, il fachiro che si stende sul suo tappetino irto di chiodi puntuti, la suora di clausura che, prendendo i voti, chiude definitivamente con i piaceri goderecci della vita”. Chi pratica sport o fa musica ottengono risultati concreti, oggettivi, che si tradurranno in qualcosa di pubblico che lo gratificherà: salirà sul podio, sarà intervistato dai giornali, in tivù. Chi studia invece, cosa studia a fare? Dove vuole arrivare? Chi studia non ottiene visibilità, tranne alcune eccezioni.“Chi studia non appare da nessuna parte, non acquista notorietà, non fa audience”.
Poi,“l'insegnante severo invece è un nemico, è uno che non ci porta da nessuna parte[...]”.
La prof torinese dedica un capitolo del libro al suo percorso scolastico. Racconta come studiava e che cosa studiava. C'era la Gerusalemme liberata, la Divina Commedia, i poemi omerici, si leggeva opere antiche e “nessun insegnante aveva paura che non li capissimo”. E poi L'Iliade, che bisognava “tradurla” per capirla, riscriverla parola per parola. Noi oggi pensiamo che i ragazzi di tredici anni non ce la fanno a leggere i classici. Inoltre, da studentessa, riassumeva i libri, li leggeva e li sunteggiava per punti su fogli. Tutto annotato, circolettato, sottolineato, con freccette e diversi segnetti. Del resto è quello che faccio anch'io leggendo i libri. Addirittura a volte ha riscritto i libri;“noi riscrivevamo i libri”. Era il nostro metodo, allora non esisteva il concetto di “metodo di studio”: “ce lo siamo inventato noi adesso che nessuno studia più”. In pratica confessa la Mastrocola: “riscrivendo parti corpose di un libro, quel libro mi si sarebbe incollato alla mente”.
Paola Mastrocola è convinta di avere le prove della sparizione dello studio dalle nostre vite. Anche se non sembra, perchè pare che mai come oggi ci sia tanto interessamento perché cresca la percentuale dei diplomati e laureati, migliorare i risultati dei test internazionali. Ci occupiamo di scegliere la scuola migliore per i nostri figli, li supportiamo con lezioni private, andiamo a parlare con gli insegnanti, facciamo ricorsi infiniti al TAR e tanto altro. Tutto questo per la nostra professoressa è solo scena, a nessuno interessa veramente studiare.
A questo punto la prof torinese riporta sei prove a sostegno della sua tesi.
Gli adulti sono i primi a non studiare più. E parte dalla critica letteraria che non c'è più. Altra prova sono gli insegnanti che non studiano, ed è un vero paradosso. Proprio loro che dovrebbero nutrirsi dello studio. Anche se lo volessero non possono farlo, invece di rintanarsi a studiare in biblioteca devono fare riunioni e commissioni e occuparsi di offerte formative. Devono preparare griglie di valutazione, test, giudizi, verbali e poi l'Invalsi e tante altre centomila faccende. Si smette di lavorare per riunirsi. Gli insegnanti oggi hanno a che fare moltissimo con macchine fotocopiatrici, lavagne interattive e burocrazia, pochissimo con i libri. “Infatti non è raro trovare, tra di noi, gente che non legge neanche un libro. E un insegnante che non legge libri mi sembra, come posso dire?, un pesce a cui non piace nuotare. Che tristezza”.
Sostanzialmente agli insegnanti non viene chiesto di leggere e studiare.“Non viene in mente proprio a nessuno di chieder loro una cosa simile, per il semplice fatto che a nessuno importa che un insegnante studi o non studi, legga o non legga, scriva o non scriva”. Ai preside interessa solo che la macchina organizzativa (non certo quella culturale!) funzioni. Ma non importa neanche alle famiglie; a loro interessa che i loro figli siano promossi e non vengano disturbati con compiti eccessivi, con brutti voti e rimproveri. Infine non importa agli allievi, che hanno ben altro per la testa.
Piuttosto,“agli insegnanti si chiede solo di esserci, il maggior numero di ore possibili; di non creare problemi all'utenza e quindi alla direzione”.
La terza prova riguarda i politici, definiti spettacolanti e qui si sfonda una porta aperta. I politici non studiano. Si fa fatica trovarne qualcuno che studi. Le varie riforme della scuola ne sono un esempio.“Il tutto affidato perlopiù ai burocrati dei ministeri, che traducono i voleri dei politici in proposte o norme di legge incomprensibili e indecifrabili”. Certamente“lo studio non abita nei Palazzi del Potere”. Il loro preziosissimo tempo lo passano andando in tivù. Per sciorinare le loro formule rituali a vuoto. Nel mondo politico, tutti sottostanno ad una legge universale: “se non ti esibisci non esisti”. Qui, “tutto è essenzialmente spettacolo”, difficilmente c'è posto per gli studiosi. I giornalisti sui giornali, fanno il riassunto, si pubblica soltanto uno stralcio, quello che c'è scritto nel retro-copertina, non fanno come le mie presentazioni, dove si vede che ho letto il libro.
Poi ci sono i ricercatori universitari, che dovrebbero essere quelli che di mestiere ricercano, cioè studiano. Non è più così, perché adesso sono impiegati a insegnare, a tenere sempre più corsi, diventa una specie di assistente. Oggi devono cercare di pubblicare il maggior numero di articoli sulle riviste, per fare carriera. Servono punteggi, firme, articoli sulle riviste giuste, essere citati più volte possibile. Quindi più amici hai nel mondo accademico meglio è. Così per il critico letterario inglese, Terry Eagleton, siamo alla fine dell'università, alla sua lenta morte.
La quinta prova. La biblioteca. Non è più quella di una volta. In mancanza di aule-studio, centinaia di studenti affollano i tavoli delle biblioteche. E' un bell'impatto visivo, verrebbe da pensare che non si è mai studiato così tanto. Invece gli studenti non fanno altro che andare in giro, a chiacchierare, a bere il caffè, sono studenti itineranti. Per la verità l'ho notato anch'io in quegli anni quando lavoravo nella biblioteca di architettura al Politecnico di Milano.
In pratica la Mastrocola ormai vede stravolto anche il ruolo della biblioteca. Non si ha più voglia di andare a recuperare il sapere affondato nei libri, e così diventano relitti inabissati per sempre. Forse un domani andremo nelle biblioteche come si va tra i ruderi romani e greci.
Infine ci sono gli studenti e qui è chiarissimo che lo studio è sparito. E' facile sostenerlo. Peraltro Mastrocola, ha già scritto un libro (“Togliamo il disturbo”, edizioni Guanda) per raccontare il non studio degli studenti. Manca il desiderio di studio, di sforzo, di impegno. Come sta capitando per il matrimonio, i giovani non hanno più questo desiderio di sposarsi.
Ormai la scuola non è più il luogo dove si va per studiare. Si va per altro. Piuttosto si va a scuola per stare insieme, fare amicizia, ormai per certi versi “è l'unico posto dove andare”. Gli studenti quando ritornano a casa non studiano, piuttosto sono perennemente connessi, hanno altro da fare.
Tuttavia un mondo dove non si studia più è peggiore di un mondo dove si studia. Chi sostiene queste tesi è un pessimista un nostalgico. E' uno che pensa che il mondo è in declino. Oggi ci sono tre parole aborrite: nostalgia, pessimismo, declino. La Mastrocola non ha paura di passare per nostalgica o per pessimista. Oggi tutti dobbiamo dire che le cose vanno bene. C'è una guerra contro il pessimismo. In verità i pessimisti guardano in faccia la realtà, sono realisti. Ma oggi non piace guardare in faccia la realtà. “Dobbiamo tutti dire che andiamo benissimo e viviamo in un mondo meraviglioso, perennemente in progresso, e avviato verso un futuro vincente”. Praticamente “c'è una massa di imbonitori di piazza, di fronte allo sfascio, inneggia a una speranza senza limiti, a una fiducia ad oltranza nelle nostre capacità di risorgere”. Intanto ci nutriamo di autolodi, autostimoli, autoiniezioni continue, di pozioni magiche rigeneranti ed energizzanti”, basta leggere i giornali o aprire la tivù.
La Mastrocola è fortemente critica nei confronti di quelli che dicono “si è vero stiamo perdendo qualcosa” con i nuovi mezzi tecnologici, con la rete, con internet, ma chissà quanto e cosa guadagneremo nel futuro.
Ci ripetono come un mantra,“questa rivoluzione antropologica non ci deve far paura, non è stato così con la scrittura e la stampa?”Pertanto se ,“Perdiamo A ma guadagniamo B. E se non avessimo perso A non avremmo guadagnato B. Quindi siamo comunque a cavallo. E' come dire: abbiamo perso le gambe, ma impareremo a camminare sulle braccia”. La Mastrocola rifiuta questi parallelismi, non possiamo ragionare come la mamma, che cerca sempre di giustificare i propri figli. Una società, un Paese non può sempre autoconsolare. Stiamo perdendo qualcosa di grande, non tutto nella vita ci viene sostituito, riparato.
Attenzione non denigriamo i pessimisti. Nessuno è più idealista speranzoso di loro, nessuno ama il mondo come loro. Lo amano talmente che ogni tanto si permettono di dire che lo vedono bruttino e che lo vorrebbero migliorare.
Invece mi guarderei bene dagli ottimisti a senso unico, questi possono farci del male. Quelli che dicono“basta tirarci su le maniche, dare un colpo di reni, fare uno scatto, credere in noi stessi, pensare positivo..e giù a valanga con questa tiritera di formule-pomate autolenitive”. Ci siamo stancati di tirarci su le maniche. Sono messaggi pericolosi.
Per quanto riguarda il declino, anche questo è evidente. Le civiltà nascono, si consolidano e poi muoiono. Anche se il mondo forse decade da quando è nato. Viviamo un periodo di decadenza, siamo in crisi, ma siamo stati sempre in crisi, basta leggere qualche poeta o pensatore di quarant'anni fa.
Ritornando allo studio, sono in troppi a pensare che si può fare a meno di studiare: ormai c'è internet.“Le informazioni e le conoscenze che ci occorrono stanno ormai fuori di noi (è l'esternalizzazione) e sono continuamente facilmente disponibili a tutti. Basta fare un clic”. Certo è molto comodo internet, è un progresso, soprattutto per chi ha studiato,“cioè per chi, come quelli della mia generazione, ha accumulato un discreto patrimonio personale di conoscenze su cui sempre fare affidamento e può tranquillamente abbandonarsi alle dolci navigazioni destrutturate internettiane”. Mentre per i nativi digitali, non conoscendo altro, pensano che può bastare la rete.
Nonostante la crisi è indubbio che viviamo un certo benessere edonistico.“Viviamo costantemente intrattenuti, interrelati e connessi. Comodi e beati”. Praticamente passiamo la gran parte del nostro tempo libero a intrattenerci, con i nostri gadget tecnologici, che adoriamo. E la crisi che stiamo vivendo, per certi versi favorisce questa società dell'intrattenimento.
Stiamo vivendo il tempo della finzione, per la Mastrocola. Si affermano solennemente certe cose, ma poi si trasgrediscono facilmente. C'è un rilassamento collettivo, è più evidente a scuola. A scuola, invece di fare scuola, abbiamo fatto altro. Niente ortografia, grammatica, tabelline, poesie a memoria, fiumi, capitali, niente nozionismo. Abbiamo ridotto i programmi e il numero delle pagine da leggere. All'università,“abbiamo deciso che per un esame non si debba portare più di un certo numero (molto basso!) di pagine da studiare”.
Nel periodo universitario non si dovrebbe leggere il più possibile? “E' una nefasta decisione al ribasso”. I nostri studenti non leggeranno i classici, non verranno mai a contatto con la bellezza dello stile dei grandi come Platone, Aristotele, Goethe, Galileo. Addirittura all'università con la moltiplicazione degli appelli, si sono introdotti gli “esoneri”, significa che un libro di 400 pagine, si può dividere in quattro parti. La generazione dei nostri padri portavano tutte le materie all'esame di maturità, e per ogni materia il programma di tutti gli anni di liceo. “La gioventù di allora possedeva forse menti più evolute?”.
Perché oggi non è più così? Perché siamo noi a non crederci più.
“E' bizzarro che proprio a scuola non si chieda mai veramente, cioè sul serio, di studiare. Non abbiamo strumenti per chiederlo, né sanzioni: un ragazzo può impunemente venire a scuola e non studiare[...]”.
Nonostante tutta la tecnologia possibile, c'è sempre un momento in cui bisogna mettersi seduti, chiusi in una stanza e aprire “un benedettissimo libro e starci sopra parecchio”. La Mastrocola riesce a fornirci con esattezza e chiarezza che cosa significa studiare e soprattutto come bisogna farlo. Sono concetti ovvi, ma che nell'era di internet serve riproporre pazientemente. E si trattiene spiegando ogni passaggio: Stare, seduti, per ore, in un luogo appartato, indugiando. Naturalmente la solitudine è un ingrediente fondamentale, per lo studio. Altro dato fondamentale è che bisogna essere scollegati. Infine ultimo passaggio occorre memorizzare. E non è facile perchè studiare significa che“quel che si legge resta”. Viene trasferito da un luogo (il libro) a un altro luogo ( la nostra testa), ove permane”. E qui la parola “trasferimento” è basilare. La pagina del libro diventa una sorta di secondo testo nella nostra mente, che, naturalmente non è del tutto uguale all'originale.
“Quel che noi studiamo va a finire in una sorta di magazzino, cui attingere ogni volta che vogliamo”, qualcosa di simile amo raccomandarlo ai miei ragazzini a scuola. Un'altra frase ricorrente nel libro e che “si studia per essere e non per diventare”.
Tuttavia la Mastrocola è quasi costretta a sostenere che è meglio andare via da questa scuola che non attrae e che non ti abitua a studiare.
Negli ultimi capitoli del libro, la professoressa riesce a proporre delle sublimi riflessioni che non si discostano molto da certe raccomandazioni che si possono ascoltare in certi ambienti religiosi o leggere in testi di alta spiritualità, dove prima di agire si raccomanda la necessaria contemplazione. Emerge qualcosa che mi ricorda gli esercizi spirituali ignaziani.“E' sparita l'interiorità. - scrive la Mastrocola - Il piacere di stare con se stessi, di intrattenere rapporti con la parte interna, più spirituale, di noi. Non abbiamo nessuna voglia di ripiegarci, guardarci dentro e riflettere, ricordare, almanaccare su concetti, astrazioni, sentimenti”.
L'uomo moderno di oggi ha paura di rimanere solo. Ha sempre bisogno di relazionarsi con altri, fisicamente o virtualmente. Invece per Mastrocola abbiamo bisogno di solitudine per leggere per stare con i libri, le parole, i pensieri, i ricordi. “E' la solitudine che ha reso possibili le grandi opere dell'ingegno umano, in ogni campo”. Abbiamo bisogno di alimentare la nostra interiorità, la nostra casa, che potrebbe essere la nostra anima.

Gli ultimi capitoli del libro, sono tutti da rileggere e farli propri, per le profonde e significative riflessioni. La Mastrocola ci indica i grandi pensatori antichi come Socrate, Platone, Aristotele, sant'Agostino, Cicerone, Seneca, che non hanno fatto altro che mostrarci la via della felicità attraverso lo studio. E' vero lo studio può trasformare il mondo e Paola Mastrocola ci crede.

martedì 16 maggio 2017

Sandra V. Guddo, "L'incontenibile versatilità" (Ed. CO.S.MOS)

di Antonio Martorana

Ancora fresco di stampa il saggio di Sandra Guddo L’ Incontenibile versatilità. Pensiero e Ricerca nei Saggi di Tommaso Romano. (San Cipirello, CO.S.MOS “ 2016 ) non farà pensare certo ad un granello di sabbia che, trascinato dal vento, va ad aggregarsi agli altri granelli di quell’imponente duna che è la bibliografia contenuta nel repertorio  Continuum. Bibliografia di e su Tommaso Romano” a cura di Vito Mauro ( Palermo 2015 ).
A ben vedere, le due metafore da noi usate, quella del granello di sabbia per il testo di Sandra Guddo e quello della duna per la bibliografia romaniana, si rivelano assolutamente inappropriate, visto che la sabbia evoca instabilità e dispersione. Qui, in entrambi i casi, siamo in presenza invece di contributi testimoniali ed ermeneutici che hanno la solidità della roccia, indicando in Tommaso Romano uno tra i più autorevoli protagonisti della cultura del nostro tempo.
Il merito di Sandra Guddo, nel focalizzare l’imponente e poliedrica produzione saggistica di Tommaso Romano, nella quale ella ravvisa i segni di una “ incontenibile versatilità” speculativa e creativa, consiste in una sorta di “ prolungamento” della comunicazione autoriale, nell’intento, adattando al caso nostro le parole di Gérard Genette << di presentarlo, appunto, nel senso corrente del termine, ma anche nel senso più forte: per renderlo presente, per assicurare la sua presenza nel mondo, la sua “ ricezione” e il suo consumo, in forma, oggi almeno, di libro >>( G.Genette, Soglie. I dintorni del testo, tr.it. Torino, Einaudi, 1987, p.3 ) .
Si tratta dunque di una forma che, senza trasbordare dalla terminologia genettiana, potremmo definire di “ accompagnamento “, dall’ampiezza di una sessantina di pagine, il cui  spessore ermeneutico e la cui cifra di propedeuticità, tali da farci entrare nel vivo della densa problematicità dello scrittore palermitano.
Fortemente pragmatico è dunque l’intento di tale forma di accompagnamento, assimilabile alla pragmaticità di contributi paratestuali di carattere liminare o “ vestibolare” ( un aggettivo coniato da Borges), quali possono essere le introduzioni, le prefazioni e le postfazioni allografe. L’aspetto funzionale del saggio, nella circolarità del suo percorso ermeneutico, consiste nel rimandare all’incidenza prassica della materializzazione grafica delle idee professate da Romano che non  incise nel vento, destinate ad avere la vita effimera di un volantino pubblicitario, ma rappresentano tasselli di una weltanschauung dalla forte presa “ fattuale “ nel suo incardinarsi su tre motivi essenziali: ricerca inesausta della verità, strenua difesa della dignità dell’uomo, insopprimibile aspirazione  verso l’Assoluto.
Sandra Guddo evidenzia tutte le preoccupazioni avvertite dal Nostro nel porsi dinanzi alle criticità del presente e la sua consapevolezza  di quali siano gli anticorpi per combattere le patologie che affliggono la nostra società. E’ da sperare veramente che, ove quegli anticorpi dovessero
rivelarsi vincenti, un giorno sarà possibile vedere il personaggio kafkianoe di Gregorio Samsa che con una impressionante metamorfosi è trasformato “ in un enorme insetto immondo”,alzarsi dal suo letto completamente guarito.
E’ il profilo di un Romano combattivo e pungente quello tracciato da Sandra Guddo, un Romano pronto a denunciare storture, squilibri, inefficienze, improvvisazioni, come quelli che hanno travolto il settore scolastico, acuendo la crisi di identità del mondo giovanile o quelli che hanno procurato ferite ormai insanabili all’ambiente.
L’impegno di Romano sui vari versanti risponde a precise ragioni di storicità empirica, che non escludono la possibilità di riscatto, a patto , egli potrebbe dire, facendo sue le parole di un suo Maestro e amico, Vittorio Vettori, << che l’individuo umano sappia riconquistare la sua regale dignità nativa di “ pastore dell’essere”, e restituire ai suoi luoghi il loro valore di mito >> ( V. Vettori, Un inventore di miti: Galeffi, Palermo, Ila Palma, q987, pag.62).
E’ il paradigma valoriale di cui T. Romano è portatore a conferirgli la dignità “ di pastore dell’essere” in grado di stringere un legame indissolubile tra la simbologia salvifica del mito con l’ontologia della propria terrestrità. Diciamo questo pensando ad un concetto espresso da Heidegger nella sua famosa conferenza tenuta a Roma nel 1936 su Holderlin e l’essenza della poesia: <<  Che cosa deve attestare l’uomo? La sua appartenenza alla terra”.
Dalla monografia viene puntualmente delineato il percorso formativo del Nostro, dalla tradizione speculativa siciliana avviata da Gorgia ed Empedocle, ad Agostino e Tommaso, sino a Giovanni Gentile e Martin Heidegger. Il Nostro sarà rimasto certamente colpito dal linguaggio ispirato di Heidegger  nell’affermare : “ I sentieri del pensiero nascondono in sé un aspetto di mistero: noi li possiamo percorrere in un senso o nell’altro; anzi proprio il percorrerli a ritroso consente di avanzare”.
E Tommaso Romano non ha esitato a percorrere a ritroso i sentieri della Tradizione, sapendo che non si sarebbe perduto, ma avrebbe potuto cogliere, e stavolta vogliamo usare le parole del maestro di Heidegger, Edmund Hursserl, “ nello svolgimento storico il senso teleologico perduto”.
L’esperienza in tal senso di Romano ci riporta al significato di ogni umana avventura tesa alla conquista dell’autocoscienza individuale, rintracciabile in interiore homine.
E’ proprio guardando ad un paradigma di assoluto rigore comportamentale nella riscoperta, per ciascun individuo, dell’identità autentica, che l’écriture di Romano si carica di una tensione illocutoria, mirante ad incidere sulle coscienze. Potremmo definirla una scrittura produttiva, proliferante scrittura come significance. ( M.C. Cedern, Postfazione a Genette, Soglie, cit. 411)
Parlare di scrittura produttiva significa parlare di scrittura veicolante una cultura concreta ma noi preferiremmo usare l’espressione tedesca Konkrete bildung, proprio perché l’inversione, rispetto all’italiano, dell’aggettivo Konkrete che precede il sostantivo Kultur, accentua il valore prassico dell’espressione.
Nell’accostarsi ai libri di Romano è come se Sandra Guddo ottemperasse al precetto di Francis Otto Matthiessen, il famoso autore di quel classico che è American Renaissance, del 1941: “ Tu non tocchi un libro, tocchi un uomo” . Toccare l’uomo Romano ha significato per lei entrare in sintonia con il mondo valoriale della sua ècriture, condividendone soprattutto l’autenticità e l’apertura agli altri. Adottando tali termini nell’accezione heideggeriana, l’autenticità( Eigentlichkeit ) è speculare all’intento dell’ esserci ( Dasein ) di appropriarsi di sé, progettandosi ed evitando di cadere “ nell’oblio di sé “, nel “ divertimento “ ed in quella “ chiacchiera “ che caratterizzata dalla genericità delle opinioni impersonali. Proprio nell’intreccio dei citati sintomi di scadimento qualitativo della quotidianità viene a manifestarsi la deiezione ( verfallen) .
Romano mostra di condividere il paradigma heideggeriano, che, in un certo senso ci ricorda quello elaborato da un altro Maestro a lui molto caro : Michele Federico Sciacca.
 Cogliamo infatti una notevole affinità tra la forte immagine heideggeriana del “ vortice della deiezione “ come condizione esistenziale di inautenticità, e quelle che Sciacca addita come le due tendenze “ inumane e mortifere “ dell’uomo contemporaneo, e cioè “ vivere nel tempo e vivere fuori del tempo”,  intendendo con la prima espressione “ il tuffo nell’empirico, la sopravvalutazione del mondano”, e , con la seconda, la scelta dell’isolamento, indice di svalutazione del mondo e dell’umano”. Alla ricerca heideggeriana di autenticità corrisponde l’opzione sciacchiana per “ vivere il tempo “. Ciò comporta riscattare il tempo dall’empirico e dal mondano, eternandolo “ nell’immortalità della verità “ , per cui l’uomo è uomo ed è immortale “ ( M. F. Sciacca, L’Interiorità oggettiva, Palermo, Epos, 1989, pp. 91-92 ).
E Romano nel vivere heideggerianamente in modo autentico, è soggetto che  sciacchianamente “ vive il tempo”.
Per quanto riguarda l’apertura o “ aperturalità “ ( Erschlossenheit ) la familiarità di Romano nel rapportarsi con gli altri rispecchia pienamente il concetto heideggeriano indicante il carattere costitutivo di un esserci che è intrinsecamente un esporsi al mondo, e , dunque un << essere- nel- mondo >> ( In – der- Weltsein ) .
E’ dunque questo il bagaglio valoriale che Romano porta con sé lungo la via in fondo alla quale dimora l’Essere. Ed in questo suo cammino è come se egli ripercorresse il diagramma che Heidegger ha tracciato, quando, in un momento epocale di crisi, ha individuato la soluzione del problema capitale della cultura contemporanea nella necessità del passaggio dalla parola della sapienza ( di una sapienza ormai scaduta nella banalità e nella falsità ) alla sapienza della parola, (di una parola capace di sollevarsi dal piano cartaceo alla luminosità del noumeno). La nostra saggista coglie l’essenza di quella Weltanschauung, ossia di un mondo di valori ultrasensibili, in cui si condensa la vita stessa del pensiero, inteso non come speculum naturae, in base ad una formula intellettualistica, ma come potentia et dominium, esplicantesi in un imperativo etico in stretta sinapsi con una logica, per cui il particolare si inserisce nella trama dell’universale, di quello che Romano definisce Mosaicosmo.
Aderendo a quella visione, Sandra Guddo indica in Tommaso Romano un vero maìtre à penser, il senso del cui magistero consiste nel non disperdere il retaggio “ della nostra più autentica tradizione che non può essere messa in discussione da un pasticciato sincretismo svuotato da ogni valore “. Si tratta di una scelta coerente che impone di non abboccare alla lusinghe di un successo facile e di non salire “ sulla giostra della vanità in cerca di plausi e di ipocriti consensi “. Pag. 8
L’impegno da parte di Romano a recuperare la tradizione si riaggancia idealmente, a nostro avviso,  alla ermeneutica gadameriana  che trova la sua più significativa testimonianza nell’opera Wahrheit und methode ( trad. it. Verità e Metodo, Milano 1972).
Troviamo qui infatti una rivalutazione piena del concetto di tradizione, nel convincimento che, come commenta Franco Bianco, “ il compito cui attendere viene ad essere, capovolgendo l’itinerario della fenomenologia hegeliana, la scoperta di ogni soggettività della sostanzialità che la determina o in altri termini, l’ineliminabile appartenenza dell’autore e del testo da interpretare al concetto di tradizione “.
E’ davvero illuminante il seguente passo della citata opera gadameriana : “ Ciò che riempie la nostra coscienza storica è sempre una molteplicità di voci, nelle quali risuona il passato. Solo nella molteplicità di tali voci il passato c’è: questo costituisce l’essenza della tradizione” ( H. G. Gadamer, Verità e Metodo, trad. it. , Milano Fabbri, 1972, pag. 333).
La posizione nettamente rivalutativa da parte del grande filosofo svizzero tende a colpire l’assurdità del disprezzo illuministico nei confronti di una tradizione, considerata come avvolta dalle nebbie dell’oscurantismo. A ben vedere , non si discosta da quella posizione lo stesso Romano, come si evince dai toni fortemente polemici nei confronti dell’illuminismo, nelle pagine introduttive di Antimoderni e critici della modernità in Sicilia dal ‘700 ai nostri giorni ( Palermo, ISSPE, 2012 ).
Piena deve essere la condivisione, da parte dello studioso palermitano, del tentativo autorevole di Gadamer di spazzare via “ la duplice ipoteca del disprezzo illuministico e della riduzione ( della tradizione) all’ambito della fenomenologia folclorica”. “ La tradizione “ avverte Gadamer “ possiede un certo diritto e determina in larga misura le nostre posizioni e i nostri comportamenti “ ( op. cit.). Essa viene vista da Romano come un immenso bacino aurifero di significati che non devono essere recepiti passivamente, come lo stesso Gadamer avverte, perché trovano legittimazione nel fatto di essersi manifestati in un passato più o meno lontano. La sua comprensione si rivela dunque essenziale per dare senso a quell’invariante che è la transizione di un patrimonio antropologico da un antecedente a un conseguente.
Si tratta di una complessa fenomenologia che Saint – Evremond, con una specie di fulgurazione preromantica, aveva definito génie, come complesso di sentimenti e di idee che germinano nella tensione degli eventi e sono soggetti a mutamenti lungo il corso della storia, costituendo un patrimonio comune del popolo. Romano si è sempre battuto contro i tentativi di mummificazione di quella fenomenologia, come se si trattasse di un semplice reperto museale. Sa che essa va collocata “ sul tapis roulant della storia, attraverso un processo di conservazione/ innovazione nel quale si realizzano in modo diversamente tematizzati, le molteplici possibilità di inserimento del passato nel presente “ ( Carlo Prandi ).
Proprio in Tommaso Romano, come sottolinea Antonino Buttitta, in un passo riportato nella monografia, va vista l’ultima propaggine  della grande tradizione speculativa siciliana, che da Gorgia ed Empedocle giunge a Giovanni Gentile, Pietro Mignosi, Julius Evola e Michele Federico Sciacca.
Romano guarda a quella tradizione intuendone la duplicità: da un lato il filone allineato sulle posizioni della modernità, dall’altro una “linea antimoderna”, annoverante una schiera di spiriti attestati su posizioni rigorosamente tradizionaliste in una trincea che ai tempi nostri, per usare le sue stesse parole, “ quasi indiscriminatamente e con altezzosa superiorità intellettuale si vuole misconoscere e/o annullare o, al massimo citare storicisticamente , come una specie di curiosità, una stravaganza frutto di élites marginali che il tempo, il progresso, inteso appunto come culto, hanno provveduto a delegittimare, cancellando senza neppure un confronto, perché ritenute insignificanti e sostanzialmente antistoriche, velleitarie” ( T. Romano , Antistorici e critici della modernità).
Quella del Nostro è dunque l’appassionata difesa dei membri di una “ genealogia” sulla cui pelle l’infame gnome di tribunali eretti sotto l’egida delle nuove veggenze del filosofare, inneggianti alla ragione e al progresso, aveva impresso un marchio di oscurantismo, condannandoli all’emarginazione e all’oblio. Era la ritorsione scellerata per avere essi osato muovere all’assalto dei possenti bastioni di una logica intorbidata dal veleno dell’empietà e assunta a vessillo del nuovo corso del pensiero europeo dopo il successo della Rivoluzione Francese.
A costoro Romano rende giustizia, consegnandoli alla memoria collettiva nella galleria di ritratti allegata in quel vademecum che è la citata ricerca “ Antimoderni e critici della modernità “.
E’ ravvisabile in loro, la traccia indelebile di quel “ filosofare perenne come scoperta della verità” di cui parla Michele F. Sciacca, precisando: << Scoperta non sviluppo: la filosofia come sviluppo della verità e dell’idealismo storicista, che in definitiva lo nega perché in partenza annulla ogni vero. La filosofia come scoperta della verità è di un altro idealismo, di quello oggettivo che non fa nascere quest’ultima dallo sviluppo del pensiero, ma fa nascere lo sviluppo del pensiero dalla verità, come tale superstorica. >> ( M. F. Sciacca “ L’Interiorità oggettiva , Palermo, Ed. Epos, 1989, p.18).
Significativo è il tentativo, da parte di Romano di coniugare l’aspirazione di Julius Evola alla “ ricostruzione del mondo delle tradizioni”, una realtà superstorica basata sui valori del sacro e dell’eterno, con lo spirito dell’Enciclica Aeterni Patris ( 1879 ) tramite la quale Leone XIII afferma la perenne validità della filosofia di San Tommaso.
Consapevole dunque che il tomismo è la dottrina che meglio si armonizza con la visione cristiana del mondo, Romano si riaggancia alla lezione dei grandi pensatori siciliani che in quell’orbita si muovono, come Francesco Orestano, Pietro Mignosi, Carmelo Ottaviano e Michele F. Sciacca. A quest’ultimo egli attribuisce il merito di aver individuato il germe di un “ autentico ateismo” nascosto nelle pieghe del moralistico trascendentalismo kantiano e di avere individuato in quel pensiero che cartesianamente conferma la nostra condizione di esseri pensanti, la prova antropologica dell’esistenza di Dio che è, in un certo senso, l’umanizzazione della prova ontologica di Sant’Anselmo. Definendo l’autocoscienza come “ la specificazione primale dell’interiorità oggettiva o della verità prima “. ( M.F. sciacca L’Interiorità Oggettiva, op.cit. p.84 ) , Sciacca rileva come essa nel suo stesso seno , “ negli elementi unificati che la costituiscono : Esistenza – Idea- presenta quanto basta per inferire oggettivamente l’esistenza di Dio, che è verità” (Ivi p.85).
Sandra Guddo richiama l’attenzione sulla centralità che, nella scia della lezione sciacchiana, ha, nella riflessione del Nostro, il nesso indissolubile tra dimensione temporale e dimensione trascendentale. Così come centrale è pure il riconoscimento del valore della Persona, che sicuramente riteniamo di potere collegare al personalismo di Emmanuel Mounier, centrato sul binomio libertà – trascendenza, nel segno dell’apertura agli altri e al divino. Lungi dall’essere una monade nel Mosaicosmo  romaniano, la Persona si realizza in una comunità che, nella visione di Mounier è “ persona collettiva “ o “ persona di persone “.
Sandra Guddo evidenzia la scelta coraggiosa da parte di Romano, di andare controcorrente, rivelandosi egli una di quelle forze, per usare un’espressione di Alfred Weber , “ capaci di interrompere il procedere della notte” ( A. Weber, Storia della cultura come sociologia della cultura, tr. It. Palermo, Novecento, 1983, p.491).  E quell’oscurità incombente sembra prefigurata dall’immagine agghiacciante della “ morte della luce” che oggi, in tempi di globalizzazione, di pensiero debole e di società liquida, si associa all’altra della “ perdita del centro “.
Romano non demorde, fiero di non piegarsi alle forze egemoniche che detengono il controllo dell’odierno panorama culturale e che mirano a canalizzare i consensi in direzione di quel paradigma onnivoro che è “ il pensiero unico “.
E’ il pensiero unico ad imporre i suoi parametri ai media ad alla manualistica scolastica, occultando quelle verità che potrebbero metterne in discussione la credibilità per indurre all’assuefazione ad un sapere trasformatosi in rapporto di potere. Romano, nel denunciare questa continua aggressione all’autonomia critica degli individui , troverebbe un alleato in Franco Ferrarotti, uno dei pochi spiriti liberi che non ci stanno a quel gioco. L’illustre sociologo ha levato infatti la sua voce autorevole contro la “ differenziazione qualitativa tra ricercatori e gruppi umani che sono oggetto di ricerca “. E’ una differenziazione, egli avverte, “ spacciata come metodologicamente ineliminabile che, alla fine si traduce in un rapporto di dominio nel senso che istituisce un rapporto ad una via soltanto, dai ricercatori agli oggetti di ricerca, riducendo questi ultimi alla fissità passiva ( … ) del minerale. Il sapere si trasforma così in un rapporto di potere. L’etnocentrismo si nutre di questo rapporto a - simmetrico  e giustifica anche a livello inconscio, una situazione di subalternità e di dipendenza a carico dei gruppi umani analizzati. La ricerca viene così a porsi come un processo di dominazione “.
Nella propria azione di contrasto alle distorsioni ed alle menzogne imposteci dalla gestione imperialistica dei saperi, il Nostro punta tutto sulla costruzione di categorie mentali che siano il filo di Arianna per farci trovare l’uscita dal labirinto dell’omologazione e per consentirci la riappropriazione delle matrici antropologiche e dei valori fondanti della grande tradizione culturale siciliana e meridionale.
Romano si configura dunque come l’accesa espressione resistenziale contro la colonizzazione culturale il cui obiettivo primario è l’omologazione delle minoranze tramite l’introduzione di modelli valoriali eteronomi ( morals ) , in sostituzione di quelli tradizionali ( mores ). Opportunamente l’Autrice richiama allora l’attenzione sul significato che assume nel Nostro, il richiamo alla memoria, rilevando come questa non consista “ nella melensa nostalgia rivolta al passato con il cieco rifiuto di quanto la moderna tecnologia oggi ci offre “  ma vada considerata come argine a “ salvaguardia di valori assoluti fondanti la nostra identità culturale e spirituale” ( pag. 88 ).
Da qui la conflittualità ingaggiata da Romano contro quell’autentico “ tritatutto dove non c’è spazio per il ricordo “ che è “ la macchina mediatica “ ( pag.5 ). Egli, peraltro, è consapevole che pervenire al controllo della memoria e dell’oblio, è stato sempre l’obiettivo primario dei gruppi egemoni nelle società storiche e che, come avverte Jacques Le Goff , gli oblii della storia non fanno che disvelare i meccanismi di manipolazione della memoria collettiva. L’insistenza sul tema della manipolazione fa intravedere, se ci è consentita una chiosa personale, suggeritaci peraltro dalle stesse considerazioni dell’Autrice, l’ampio orizzonte di riferimento cui si riallaccia idealmente la posizione di Romano, a cominciare da Georges Orwell, il romanziere noto per avere coniato l’immagine del “ Grande Fratello “ , alludente ad un potere occulto capace di coordinare i mezzi di comunicazione per piegarli ai propri fini politici ed economici.
Evidentemente Romano si pone con piena autonomia nella scia di una corrente di pensiero che fa capo alla “ teoria critica della società “ elaborata dalla scuola di Francoforte nonché al sociologo statunitense Vance Packard ( I Persuasori Occulti, 1957). Si spiega la sua tenacia nel mettere in guardia dal pericolo che la potente oligarchia di tecnocrati, sfruttando sofisticate tecniche motivazionali ( opinion makers ) gestisca l’ audience appeal subliminale in modo da inibire l’autonomia critica del destinatario, riducendolo ad un “ esemplare generico assolutamente sostituibile “ a “ consumatore in servizio permanente effettivo “. Egli avverte allora la necessità di costruire “ un rettangolo di ammutinamento “, ossia, scrive Sandra Guddo “ un vero baluardo di resistenza che non può cedere il passo ai burattinai dei poteri occulti che si nascondono dentro le potenti organizzazioni delle multinazionali che, attraverso un processo di appiattimento, depauperamento ed annichilimento dei valori legati alle nostre tradizioni, ci impongono modelli di comportamento basati sulla omologazione, annullando la peculiarità di un popolo “ . (pp. 7-8 ).
Ad una società smarritasi, inseguendo le evanescenti falene dell’effimero, Romano contrappone il luminoso palinsesto dell’infinito, quella rizomatica rete tessuta da mani invisibili che Egli rende con la possente metafora ricavata dalla fusione di due termini (  mosaico – cosmo ) : Mosaicosmo.
E’ lì che va a sciogliersi come nebbia al sole ogni vicenda storica, regolata dalla gerarchia del prima e del dopo e contrassegnata dal paradigma ripetibile delle scansioni di sviluppo e decadenza, di migrazioni e ritorni, di fermate e ripartenze, per ricomporsi in un sistema armonico di coerenze dove nulla è marginale e tutto è centro.
La simbolica superficie mosaicata che riveste le pareti della Casa Celeste, non è soggetta alle incrinature e ai cedimenti ai quali non sfuggono, sulla terra, “ i grandi zoccoli immobili e muti” delle continuità secolari di cui parla Foucault. Niente può scalfire la singola tessera microcosmica incastonata nel macrocosmo. Ciò significa che anche il più oscuro individuo che Romano definisce “ milite ignoto dell’ordinario” rappresenta, commenta l’Autrice, un “ tassello vivo che contribuisce alla costruzione del complessivo disegno di quel mosaico di cui è corresponsabile, senza alcuna differenza tra il grande Napoleone e il piccolo raccoglitore di lattine: entrambi, ognuno a modo proprio, trovano posto nel mosaicosmo “ ( pag.11 )
Possiamo dedurre come la cosmologia romaniana si regga sull’ordo amoris,  quell’amore ordinato di cui parla S. Agostino al quale Romano costantemente si richiama. Si tratta di un ordo che , come precisa Remo Bodei, è il risultato della libertà umana e dell’obbedienza a un comandamento divino. Illuminato il passaggio degli uomini attraverso le angosce di questo mondo, spremuto come in un frantoio dalla macina della fame, della guerra, della morte li guida verso il Paradiso, dove il desiderio potrà finalmente placarsi senza spegnersi e ognuno, rimossa l’opacità della carne, conoscerà finalmente se stesso” ( R. Bodei, Ordo Amoris. Conflitti terreni e felicità celeste, Bologna , Il Mulino 1991 ).
Sappiamo del legame spirituale di Romano con S. Agostino. Se  il Vescovo di Ippona è “ un tenace e inflessibile combattente, in continua lotta contro gli eretici e i pagani, un formidabile organizzatore del consenso in difesa dell’ortodossia “ ( R. Bodei, op. cit. p.44 ), Romano è in perenne conflitto con i manipolatori delle coscienze ed i nuovi barbari, rivelandosi nel contempo un formidabile organizzatore del consenso in difesa della tradizione. E’ interessante constatare, poi,  come Romano ammiri gli anacoreti, così come li ammira S. Agostino ( R. Bodei, op.cit. p. 181 ).
Toccando poi il tema del viaggio, così caro al Nostro, Sandra Guddo rileva come, nella sua ottica, “ il viaggio è un avventuroso percorso per raggiungere la completezza, la perfezione che in questa terra ci sono negate” , aggiungendo che esso “ talora è inteso anche come ricerca delle nostre più lontane radici, come accade in “ Pellegrino al Pellegrino “ ( 1998) , dove l’uomo ritrova nelle grotte di Alcantara la testimonianza delle sue origini” (p.12 ). E così il preistorico abitatore di quegli anfratti, osservato dal crinale della paleontologia, rientra prepotentemente per Romano, nell’area del dibattito cosmologico e teologico, al pari del sinantropo scoperto nel 1926 dalla spedizione scientifica in Cina,  di cui faceva parte Pierre Teilhard de Chardin. Nel cavernicolo dell’Addaura, parente stretto del sinantropo, si manifesta, ancora impercettibilmente tra scheletro e pelle , un fremito segreto, quasi un brivido,  che è tensione verso l’Assoluto: a quell’obiettivo entrambi tendono in modo inconsapevole. E’ la meta finale che Theilard chiama “ punto omega”, ossia il Cristo cosmico, punto di aggregazione dell’umanità tutta ( “ cristo sfera” ) mentre Romano la chiama Mosaicosmo. Trova finalmente appagamento, per Theilard come per Romano, la ricerca veritativa di chi ripone il proprio destino nel supremo dogma dell’Essere. Il binomio verità – trascendenza costituisce così l’asse portante del pensiero di Romano,  così come lo è per Theilard. Quest’ultimo, nel suo Esquisse d’un Univers personnel,  del 4 maggio 1936, così si esprime, con parole che Romano accetterebbe totalmente, trovando una prospettazione armonica dell’ Universo, con tutte le sue interrelazioni, che coincide perfettamente con il Mosaicosmo: << La Verità non è altro che la coerenza totale dell’Universo in rapporto ad ogni punto. Perché dovremmo mai avere in sospetto o sottovalutare tale coerenza, per il solo fatto che siamo noi stessi gli osservatori? Si  continua ad opporre una certa illusione antropocentrica a una certa realtà obiettiva . E’ una distinzione illusoria. La verità dell’Uomo è la verità dell’Universo per l’Uomo, cioè semplicemente, la Verità>>.
Sandra Guddo sa rilevare con intuizioni felici la pregnanza speculativa della dialettica microcosmo – macrocosmo che è quanto dire immanenza – trascendenza, e, alla luce, di tale visione, chiarisce l’influenza dell’estetica Kantiana sul pensiero estetico di Romano per il quale “ è possibile affermare che l’arte rappresenta la perfetta sintesi che mette in contatto il mondo fenomenico con il noumeno realizzando così la più compiuta operazione trascendentale il cui risultato è appunto l’opera d’arte: non solo immanente né solo trascendente ma fusione di entrambe che conferiscono così all’opera d’arte valore universale” ( Pag. 42 ).
I vari scritti sul Bello di Tommaso Romano rappresentano l’ultima germinazione di una cultura estetica che proprio in Sicilia ebbe la sua nascita, se si considera che spetta a Gorgia da Lentini il merito di aver formulato la prima teoria estetica. A sottolinearlo è Luigi Russo Junior che, intervistato da Bent Parodi, fa notare come il rapporto primigenio della Sicilia con l’estetica  giunga fino a noi - e qui ci va di pensare proprio a T. Romano, attraverso nessi numerosi e ramificati . ( conversazione riportata da Niccolò d’ Alessandro in  La situazione dell’arte in Sicilia “(1940 – 1988 , Palermo, 1991, p. 197 ).
L’ideale supremo di Gorgia fu quello dell’innalzamento della cultura tramite l’effetto psicagogico della parola ed il suo magico potere di incantamento.
Sulle tracce di Gorgia , Romano oggi ribadisce il potere di incantamento dell’arte ed il suo valore rigenerativo rispetto all’esistente, parole che si rivelano in sintonia con l’esortazione di T. W Adorno : “ facciamo in modo che la sua carica trasgressiva e creativa governi i nostri atti quotidiani , che la esteticità non venga relegata entro spazi ben definiti e resa innocua, ma possa, accanto alle altre dimensioni dell’esistenza, aiutarci a violare il principio dell’immutabilità del mondo. “
Le parole di Adorno vanno dunque in direzione della società estetica integrata preconizzata da Marcuse. Anche Romano sarebbe d’accordo su una prospettiva in cui l’estetica verrebbe ad avere un ruolo totalizzante, solo che, rispetto alla visione marxista che connota le posizioni dei pensatori di Francoforte, la sua ottica è assolutamente spiritualista, Perciò ci sembra che non potrebbe non condividere una riflessione di un artista che rappresenta una bandiera dello spiritualismo: Kandinsky: “ La vera opera d’arte nasce dall’artista in modo misterioso, enigmatico, mistico. Staccandosi da lui assume una sua personalità e diviene un soggetto indipendente con un suo respiro spirituale e una sua vita concreta. Diventa un soggetto dell’essere. Non è dunque un fenomeno casuale, una presenza anche spiritualmente indifferente ma ha, come ogni essere, energie creative attive. Vive, agisce e collabora alla creazione della vita spirituale. ( Lo spirituale nell’arte, tr. it Bari, 1976 ).
A colpire è la precisione esegetica con la quale Sandra Guddo sa andare al cuore dei problemi, procedendo sul filo di una minuziosa tassonomia che le dà modo di illustrare i vari versanti in cui spazia la multiforme attività di Tommaso Romano. Esemplare per quanto concerne la ricerca della verità, è l’indipendenza di giudizio con cui Romano affronta la ricerca storica in contributi da considerare ormai fondamentali sulla storia della Sicilia, come per i testi Sicilia 1860- 1870. Una storia da riscrivere ( Palermo ISSPE, 2011 ),  Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud ( Palermo Thule, 2010 ) ,  Vittorio Amedeo II di Savoia Re di Sicilia  ( Palermo ISSPE 2013) e il corposo contributo biografico- antologico Contro la rivoluzione la fedeltà. Il marchese Vincenzo Mortillaro cattolico e tradizionalista intransigente ( 1806. 1888) , Palermo ISSPE 2012
Riferendosi proprio allo studio su Mortillaro, Sandra Guddo vi ravvisa, cogliendo nel segno, un’esemplare applicazione del metodo euristico nell’approccio ad un vero protagonista della vita politica e culturali dell’ottocento in Sicilia.
Va riconosciuto a Romano il merito, nell’ambito della dichiarata necessità di una “ riscrittura “ della storia di Sicilia per il decennio cruciale 1860-1870, di aver restituito piena dignità a quella figura di intellettuale, scienziato, ideologo e leader di parte legittimista – borbonica nel decennio citato, sottraendola finalmente alla nebulosa approssimazione di dati biografici sommari e talora distorti per l’effetto di alterazioni ideologiche tese ad una sua marginalizzazione.
Il lavoro assume dunque una chiara valenza risarcitoria a fronte dell’offesa arrecata alla memoria storica di un personaggio di altissima levatura politica, culturale e morale,la cui “ unica e costante preoccupazione … fu, comunque, esercitare sempre lo spirito di servizio verso la Sicilia, che egli credette bene servire con il consueto senso di indipendenza, a volte rifiutando lauti compromessi soprattutto nell’ultimo decennio del Regno borbonico, accettando di contro incarichi di alto livello burocratico, ma certo pari al suo valore ( pag.49 ).
Il testo nella sua strutturazione storico-antologica, riporta pagine di grande interesse degli scritti del biografato, che ci consentono di ripercorrere l’” arco lungo e tempestoso” (p.69) che conobbe la gloria del “ turbinio di pubblici incarichi “ , e poi, con il disarcionamento, il sapore amaro della polvere.vL’esatta posizione di estrema coerenza e lealtà che Mortillaro seppe tessere nelle vicende post-unificazione, quando fu oggetto di denigrazione e di persecuzione, è per Romano un obiettivo essenziale , al fine di colmare “ una lacuna anche interpretativa “ a fronte delle molteplici realtà che componevano un frastagliato arcipelago. Quella lacuna, egli precisa, avrebbe finito per eclissare figure rappresentative, per la loro fermezza ed intransigenza, di quell’universo variegato dei dissidenti, patrioti operanti in Sicilia, critici quest’ultimi dell’Unità considerata come deliberata conquista del Sud o, magari, malsano conseguimento di un ideale che causò disagi, malesseri e rivoluzioni spesso colpevolmente silenziati o manipolati ad uso ideologico ( P 31).
Le pagine polemiche di Mortillaro contro gli effetti disastrosi per il sud dello statalismo del regno Unitario, sembrerebbero inserirsi in quella dialettica poesia- prosa presente in innumerevoli scritti del tempo, per cui nell’ottica di Alberto Asor Rosa, “ la nostalgia dell’età eroica … e la deprecazione della meschina età presente … diventano quasi subito componenti fondamentali dell’atteggiamento degli intellettuali italiani, preparando i pericolosi sviluppi successivi” ( La cultura in Storia d’Italia, vol. iv, Torino, 1975, p. 824).
Evidentemente Mortillaro ha in comune con costoro solo la deprecazione e non certo la nostalgia per i sommovimenti rivoluzionari e le guerre che, a partire dalla fine del settecento, portarono l’Italia a diventare una ed indipendente. Quando egli denuncia “ la prosa del presente” e cioè le varie criticità dinanzi alle quali il governo centrale mostra tutta la sua impreparazione ed inadeguatezza, non ha esitazione ad indicare la causa nell’” innaturale” processo di unificazione.
Mortillaro nelle sue rigorose ricognizioni sulla realtà economica del tempo, chiamava in causa le deficienze istituzionali, la pochezza morale della classe politica e le responsabilità amministrative nell’insostenibile aggravamento dello squilibrio economico Nord- Sud.
Così egli finiva per toccare temi che sarebbero stati ripresi dagli studioso più autorevoli della letteratura meridionalistica.
Pensiamo ad Antonio Gramsci, che, nel parlare esplicitamente di colonizzazione , faceva notare come le masse popolari del Nord non si rendessero conto del fatto che “ l’Unità non era avvenuta su base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale città- campagna, cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud” ( Lettere dal Carcere ).
E pensiamo anche a Francesco Saverio Nitti, quando avvertiva che l’unificazione del mercato nazionale aveva “spezzato la schiena al Mezzogiorno “ e che il trasferimento al Nord dei beni espropriati si configurava come un autentico sacco.
Lo scenario di un’economia meridionale depradata e dissanguata dalla rapacità onnivora dello Stao unitario, era già stato tracciato da Mortillaroin severe considerazioni circa il gravame economico, la pressione fiscale ed il debito pubblico che la Sicilia, rispetto al Regno delle Due Sicilie, dove “ il ben fare è impossibile nell’attuale periodo di progresso che cade a spron battuto verso l’abisso” (p.76 ) Il lealismo di Mortillaro, dettato dalla convinzione del ruolo dei Borboni  come garanti di uno sviluppo economico già avviato con successo - la qualcosa trova conferma nelle ricerche di storia economica condotte da studiosi di varia estrazione ideologica, come Milone, Capecelatro e Carlò – non significò. precisa Romano, un miope irrigidimento su posizioni reazionarie ma seppe aprirsi anche ad ipotesi innovative, non escludenti una soluzione confederale da preferire al “ modello centralista e giacobino offerto dalla conquista sabauda. Non è difficile intravedere sul contributo di Romano l’omaggio empatico del tradizionalista di oggi, attento a non perdere di vista i valori fondanti della politica, all’ethos, all’intelligenza critica, alla profondità del sentimento religioso, alla sterminata varietà di interessi cultural e scientifici, all’erudizione sempre proiettata nel presente, del tradizionalista di ieri, che della fedeltà ai citati valori fondanti , fece una ragione di vita.
Nel recupero memoriale delle giovanili conversazioni con l’amico e Maestro Giuseppe Tricoli, l’Autore confessa la propria venerazione per quell’aristocratico dal “ sentire profondo … il quale propose, nell’arco lungo e tempestoso della sua vita, un ritratto di uomo consapevole delle sue irrinunciabili e non negoziabili posizioni di autentico tradizionalista nutrito dalla certezza nella fede cattolica e dalla sostanza del Vangelo, quest’ultimo inteso sempre come verità e ammaestramento per ogni uomo e per le genti tutte “( p.69).
Si potrebbe pensare che l’” intuizione empatica “ da parte dello storico-biografo non faccia che inverare certe considerazioni di Becker: “ la materialità della storia è sempre scomparsa, e i fatti della storia, qualunque cosa fossero un tempo, sono solo immagini ideali o quadri che lo storico compone per comprenderli … e i fatti della storia non esistono per la storia fino a quando egli non li crea, e in ogni fatto che egli crea ha parte la sua personale esperienza”. ( C.L. BECKER, Storiografia e politica, a cura di V. de Caprariis, Venezia, 1962, p. 118).
Un dato innegabile è contenuto in queste parole, quello della partecipazione diretta dello storico con il vibrante coinvolgimento del proprio vissuto. E questo vale pure per Romano, quando attente alla composizione del ritratto dell’aristocratico siciliano.
Sorgerà allora spontanea la domanda se non rimanga definitivamente preclusa ogni possibilità, da parte sua, di conseguire quell’obiettività che Marc Block, in Apologia della storia, non smette di raccomandare pur nella consapevolezza di una sfida all’utopia, come un dovere primario di ogni storico.
Ma la sfida di Romano all’utopia è vincente nel momento in cui egli riesce  a contenere il proprio abbandono empatico, imponendosi tutto un sistema di regole riconducibili proprio alla lezione delle  Annales circa la visione totalizzante della storia ed anche al nuovo orientamento storiografico affermatosi come contestualismo. Quest’ultimo, il cui pioniere è l’inglese John Pocock, richiede la precisa focalizzazione dei testi documentari nel loro concreto contesto storico, esigenza, questa avvertita anche da due grandi filosofi particolarmente cari a Romano, Martin Heidegger e l’allievo di questi Hans Georg Gadamer ( è un aspetto su cui richiama l’attenzione Paolo Pastori, alla notan. 20 del suo saggio introduttivo allo studio di Romano, p.29).
La ricognizione effettuata su quel “ colossale lavoro di antropologia dalle Opere e dalle Rimenbranze di Mortillaro di giunge nell’ambito di un lavoro,   direbbe Febvre, “ alla frontiera” dei vari settori disciplinari coinvolti( antropologia storica, economia, etnostoria, costituzionalismo, religione e senso del sacro, psicologia, tradizione orale ecc..) .  Tutto ciò nell’ottica di una ricostruzione “ totale “ delle forme in seno alle quali si “ è espresso “ l’illustre biografato.
Ponendosi fuori dal coro dei plaudenti alle “ magnifiche sorti e progressive” che sembravano arridere ad un’Italia unificata sotto lo scettro sabaudo, l’aristocratico siciliano si è espresso smascherando l’illusione annidata nel “ pensamento” di cui fu “ iniziatrice … l’italica contrada … volendosi ad ogni costo la nazione una ed indivisa “ ( La Fusione , in op.cit. , p. 104). Qui la sottolineatura “ad ogni costo”, stava ad evidenziare la forzatura astratta e velleitariadi un progetto sostenuto dalla “ bramosia “ del benessere materiale ed ottusamente proiettato “ a cangiare faccia a tutto in un momento”.
Sandra Guddo attribuisce allo studio di Romano un valore paradigmatico sotto il profilo dell’indagine biografica, mentre Paolo Pastori si spinge più oltre, vedendovi senza esitazione un modello di corretta contestualizzazione per gli studiosi di storia risorgimentale : “ Ed è quanto gli storici dovrebbero fare, particolarmente in Italia, a proposito della stria del nostro Risorgimento, purtroppo annebbiata da astrazioni e generalizzazioni ideologiche, dicotomiche, bi-polari riduttive, della complessità8 anzitutto interiore ai singoli personaggi o momenti storici) la quale dovrebbe invece essere oggetto di attenta indagine, ed appunto di una esegetica contestualizzazione “ ( p.15).
Nel porre l’accento sulla complessità del lavoro e nel precisare che essa è “ anzitutto interiore ai singoli personaggi e momenti storici “, Pastori coglie un merito indiscutibile di Romano, quello di non avere trascurato, nella sua visione à part entière, la dimensione psicologica dell’esistenza sia a livello individuale ( Vincenzo Mortillaro ) che collettivo ( il disagio delle popolazioni del Mezzogiorno nel vedere tradite, con l’unificazione, le loro aspettative.) L’indagine introspettiva è un tassello che non può mancare nel mosaico di una ricerca storica condotta su basi storico- antropologiche, e questo lo hanno capito gli studiosi che si muovono nella scia della rottura epistemologica che, secondo Lacan, Freud ha compiuto con il passato. Senza voler dare a detta indagine quella centralità che alcuni finiscono per darle ( pensiamo a Walter Reich che applica la sua conoscenza clinica della struttura caratteriale umana alla scena sociale e politica nel classico lavoro Psicologia di massa del fascismo. ) Romano sente di non poter fare a meno di calarsi nella profondità dell’animo di Vincenzo Mortillaro , cogliendo “ il ragionevole lamento dell’uomo male collocato” dinanzi alla tristezza dei tempi: “ E’ veramente spiacevole e duro nascere in epoche così sovversive ed immorali; nelle quali è impossibile trovare verità e sentimenti, accordo tra le parole e le azioni, sicché un uomo onesto si trova male collocato e prende, senza volerlo un grande disgudto della specie umana” ( Le false dottrine , p.27)
Eppure mai viene meno in lui la speranza dell’avvento di tempi migliori, confortata da una fede adamantina: “ Che i nostri figli almeno abbiano quella felicità, che il cielo a noi a da grande tempo ricusata! E sì che la vittoria è certa pei credenti “.
Con la oculata scelta di passi, Romano entra nella profondità dell’animo di questo grande Siciliano, manifestando un’esigenza introspettiva che già era avvertita dallo stesso Benedetto Croce quando, parlando delle trasformazioni che lo storico è tenuto a ricostruire, dava particolare rilievo a quelle che avvengono “ nella profondità degli animi … nelle virtù e nei sentimenti via via formati lungo i secoli e ancor vivi e operosi in noi ( B. Croce La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, p.109).
La sofferenza esistenziale di Mortillaro è emblematica del profondo disagio che covava, in larghi strati della società italiana, Nel rutilante clima della Belle  époche, dietro la fantasmagorica spettacolarità di sontuose feste, imponenti parate, solenni inaugurazioni di monumenti, mostre e ricorrenze celebrative: e questo nell’intento di trasferire “ tutto nell’uniforme universo dell’idea nazionale “ ( N. Trangolgia , in AA. VV. Italia moderna , 1860-1900, vol.IV, Milano, Banca Nazionale del Lavoro, 1982,p.26).
L’approccio di Romano, per la molteplicità delle angolazioni, avviene dunque sul filo di una metodologia scientifica, senza essere scientista, nel segno di una logica determinata, senza essere deterministica, al riparo di quel metalinguaggio dogmatico ed astratto in cui trovano enunciazione  le presenti leggi del divenire storico-sociale . E’ quello il metodo che connota il corpus di ricerche che il Nostro dedica alla storia di Sicilia, nell’intento di scrostarla dai topoi convenzionali e dalle falsità accumulatesi nel tempo. Per questo il titolo che suggeriamo si potrebbe dare a quel corpus è “ Antistoria dei Siciliani, considerata la forte carica polemica che fa pensare al fortunato libro di Giordano Bruno Guerri, Antistoria degli italiani ( Milano, Mondadori, 1997). Qui il prefisso anti assume una forza contrastiva rispetto alle manipolazioni spesso ricorrenti nelle prospettazioni anche di storici togati.
Acuta lettrice di tutta la produzione saggistica del Nostro, Sandra Guddo non poteva trascurare “ Cafè de Maistre “, uscito prima che si pubblicasse la sua monografia. “ Sfogliare questo libro intenso e bellissimo, ricco di vibrazioni messianiche ed escatologiche, è come aprire uno scrigno pieno di gioielli rari e preziosi”. ( pag.48 ).
Nell’ultimo paragrafo della sua monografia “ I nuovi strumenti di comunicazione” , l’Autrice fornisce un opportuno chiarimento circa il rapporto di Romano con i nuovi canali di comunicazione, portatori di conoscenze capaci di calarsi nella rete di interstizi in cui si articola la struttura del mondo. Romano ha colto a volo le possibilità di crescita offerte alla Persona qualora, si faccia un corretto uso di detti mezzi che non vanno demonizzati. Ecco perché ha dato vita ad una decina di siti, come Thuleggi.blogspot.it; Cosmospirituale.blogspot.it e Mosaicosmoromanoblogspot.it  “ che danno la possibilità a chiunque di usufruirne in modo gratuito e gratificante ( … ) Una sfida che Tommaso Romano ha vinto in quanto la media delle visualizzazioni è ottima anche grazie alla qualità degli artisti, scrittori, poeti, saggisti, filosofi, sociologi, intellettuali che danno quotidianamente il loro contributo concettuale”( pag. 52 ).
Con i suoi blog e i suoi siti, Romano ha così aperto un orizzonte capace di offrire infiniti spazi di libertà e di auto espressione a quanti vogliono accedervi, mossi dalla consapevolezza che questi ultimissimi media tecnologici sono, come aveva affermato Mc Luhan e, sulle sue orme, il Bruner, un prolungamento ed un arricchimento dei media naturali. Sandra V. Guddo evidenzia in tal modo la capacità di mediazione da parte di Romano tra il luminoso retaggio del passato ed i processi mutativi che investono tumultuosamente il versante della comunicazione. Noi avvertiamo che la linea scelta saggiamente dal Nostro, risponde al presupposto che, come avvertono i Grinberg, la migliore strategia per gestire i processi mutativi sia quella di evitare “ la disintegrazione dell’oggetto totale che sta cambiando, così che le parti che non cambiano assimilano il nuovo mantenendo la coerenza dell’identità” ( Grinberg L - Grinberg R., Identitad y cambio, Nova Buenos Aires 1975; trad, it. Identità e cambiamento, Roma , Armando, 1992 ).
Ironica, come l’ Autrice stessa ammette, la conclusione finale “ bloggo ergo sum” con evidente riferimento all’apertura di Tommaso Romano alla galassia semiologica di questo nostro tempo.