mercoledì 15 febbraio 2017
Francesco Maria Cannella, "Non saltare giù dal letto prima di mezzogiorno" (Ed. Thule)
di Aldo Gerbino
Leggere
Non saltare giù dal letto prima di
mezzogiorno, che Francesco Maria Cannella ha pubblicato per le Edizioni
Thule, mi ha fatto pensare alle parole usate da Giuseppe Baretti, il temibile
Aristarco Scannabue, quando, nella sua settecentesca «Frusta
letteraria», asserisce, - scagliandosi contro la ‘piatta’ e noiosa “Vita del
Cellini” scritta dell’anatomista Antonio Cocchi, - d’essere questa, in modo
assoluto, tutto il contrario della viva autobiografia celliniana. «Già ho detto»,
asserisce, «che Benvenuto Cellini ha scritto un meglio stile che non alcun
altro italiano; uno stile più schietto e più chiaro, perché più secondo l'ordine
naturale delle idee, le quali non ne presentano mai il verbo prima del
nominativo, e non ce lo collocano mai in punta a' periodi e a una gran distanza
da quello». E soprattutto – va ricordato – come questo poliedrico artista del Cinquecento
abbia fatto un uso ‘pre-moderno’della lingua quotidiana, ricca di verve, fuor
dalla gabbia d’uno stile. Una scrittura, quella accolta nella sua “Vita”, affidata
e confezionata con un linguaggio personale, da “boschereccio”, come amava
definirsi lo stesso Cellini, in virtù di quella sua abilità a offrirsi in una
sorta di impavido manufatto a tutto tondo, e ancora per quel suo valore
intrinseco, già messo con forza in evidenza da Bruno Maier (per il quale la
‘Vita’ del Cellini è, paradossalmente, “un capolavoro di stile”), e, dove i
termini appaiono composti là dove debbono stare, fuori da particolari ambiguità
letterarie, con climax di cuspidi oscillanti tra celebrazione e denigrazione. E
di climax narra la giovane lingua di questo contemporaneo outsider, mescolata nella
anomalia spastica di un polimetro gergale e ostentatamente beffardo, alimentato
da dolori giovanili, da eccessi tradotti in iperboli e metafore. Si ricalcano
vie già percorse dai nostri sperimentalismi: dal futurismo alla stessa esperienza
siciliana dell’Antigruppo, dove la lingua, pur non depurata, vive, – in quella
misura amata da Céline, – dell’orrore della quotidianità, e di una certa ansia
che Bàrberi Squarotti, nel suo autografo per Cannella, rintraccia come scrittura
intensa e “vitalissima”.
martedì 14 febbraio 2017
Vittorio Riera, "Calogero Messina e il canonico De Gregorio" (Ed. Herbita)
di Rosalba Anzalone
Questo volume di 144 pagine,
fresco di stampa, frutto del paziente lavoro di Vittorio Riera, non è
certamente un libro qualsiasi. Sarebbe veramente una distrazione imperdonabile
non accorgersi di Calogero Messina e sarebbe davvero riduttivo chiamare
soltanto canonico il De Gregorio senza guardare ai suoi vasti interessi
culturali che moltiplicano ed ampliano prospettive e messaggi degni di
tutt’altra menzione e diffusione.
Guardando all’autore del
libro io mi permetto però di affermare che tale volume segna per Lui un
passaggio irreversibile nel percorso di scrittura, da un estetismo culturale spontaneo
e generico ad uno sguardo approfondito e più attento alla ricerca di
inquadrature sempre più ampie ed esplicative di natura antropologica e
d’impostazione più moderna
Il Riera approda ad una
analisi dei tratti culturali dei personaggi prescelti attraverso una originale
intervista a Calogero Messina, nella quale usando il rigore metodologico che lo
caratterizza, riesce ad individuare le coordinate del pensiero di De Gregorio
nonché dello stesso Calogero Messina.
Dopo le sue difficili
ricerche coronate da certi successi su pittori della famiglia di Giuseppe Di
Giovanni, nonché sulla poesia del primo novecento e su alcuni fatti particolari
come “L’Istituto Torremuzza” a
Palermo, appare qui un approccio nuovo e indagatore volto ai soggetti di cui si
occupa con tanto impegno e convinzione che sono proprio Calogero Messina e il
can. Domenico De Gregorio. Egli usa funzionalmente l’opera dello stesso Messina
intitolata Il mio dialogo con il Can. De
Gregorio per individuare, prima di tutto, in quella forma dialogica, un
unico obiettivo che traspare chiaramente dalle parole che i due si
scambiano, ove sembra echeggiare il monito dantesco “fatti non foste a viver come bruti…” e si può ravvisare la costante
esigenza dell’uomo che come tale, essere pensante, realizza esperienze, crea
idee e progetta, supera ansie e scrive e progetta.
Sin dalla copertina emergono
i paradigmi che l’autore adotta per la sua indagine che si allarga a vista
d’occhio sull’orizzonte di una umanità che si nutre di storia e di poesia
quanto di scienza e di radici socio-culturali. Attraverso l’intervista a
Calogero Messina e il dialogo di quest’ultimo con il canonico De Gregorio egli
coglie non la diversità di opinioni ma una sostanziale vicinanza d’intenzioni
rivolte al miglioramento del PROGETTO-UOMO. Così da una ricerca di verità che
radica nella scienza le ragioni della stessa
esistenza, si passa ad una ricerca che partendo da una componente di
ascolto attento si colloca in una attualità non cruda e non cruenta tutta
tesa ad una elevata e solidale
spiritualità.
L’idea che l’uomo debba
costantemente migliorarsi non è per la verità nuova ai pedagogisti e ai
sociologi, senza contare l’esercito di antropologi che, con parole diverse,
hanno sottolineato l’esigenza umana di mettere insieme pensieri ed esperienze
che riguardano l’uomo e da cui è derivata nel tempo l’evoluzione e, a volte la
corruzione, della stessa cultura umana.
Vittorio Riera partendo da
quello che il Messina ha scritto nell’introduzione del Dizionario storico dei comuni della Sicilia e nel Discorso sulla
storia, afferma che il Messina è riuscito bene a mantenere l’unità e
l’unitarietà dell’opera; egli è severo con chi scrive storpiature della storia, ma nulla
in Messina è – secondo Riera – fuori
posto o superfluo, anche quando si parla di sillogi poetiche. Tutt’al più
cambia lo stile o la scrittura che si manifesta in forma di domanda filosofica
o di conoscenza scientifica determinata, ma il tutto serve a definire in modo
originale i rapporti tra concetti come quello tra storia e poesia; originale è,
secondo Riera, l’idea che il Messina esprime del romanzo istorico ove si
raggruppano documenti ma anche esperienze visive e ricordi propri o di altri.
Fuori dal cliché letterario consueto, appare infine al Riera il richiamo del
Messina alla casa come santuario degli affetti e dei ricordi, messaggio
certamente controcorrente. Il Riera non disdegna o evita di scendere nell’esame
dei due documenti citati in premessa e cioè l’introduzione al Dizionario citato.
e il dialogo tra Messina e De Gregorio per individuare ciò che può interessare
gli scrittori oggi e che può essere raccolto e attualizzato dalla lettura
dell’opera del Messina. È per quanto detto che l’opera di Vittorio Riera si
raccomanda da sé.
martedì 7 febbraio 2017
A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano
ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)
ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi
NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2
l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro
sabato 4 febbraio 2017
sabato 28 gennaio 2017
Sandra Guddo, "Le Geôlier" (Ed. Vertigo)
di Maria Patrizia Allotta
Così scrive Fëdor Michajlovič Dostoevskij: “L’amore è un
tesoro così inestimabile che con esso puoi redimere tutto il mondo e riscattare non solo
i tuoi peccati ma
anche i peccati degli
altri.”
Non sappiamo il parere di
Sandra Guddo sul grande Autore russo, di certo possiamo affermare che circa
l’amore e la redenzione la pensi esattamente come Lui.
E lo dimostra con estrema semplicità nel
testo dal titolo Le geôlier dove l’amore
- quello vero - oltre a redimere i
peccati del protagonista riesce a generare una folata di speranza che, sfiorando
i cuori di ogni singolo lettore, ben fa auspicare.
Non si tratta di ottimismo a buon mercato,
né di vana illusione, o possibile
miraggio euforico. Nemmeno di abbaglio letterario o fallo romanzesco,
oppure infingimento prosastico.
Sembrerebbe piuttosto che la Scrittrice
palermitana - già autrice, nel 2014, del suo primo libro dal titolo Tacco
12. Storie di ragazze di periferia (Hombre Edizioni) intraveda sinceramente
- oltre la fragilità, la sofferenza, l’angoscia che pure offendono il genere
umano al di là di ogni coordinata spazio-temporale - la possibile liberazione dal
dolore, il pensabile riscatto esistenziale, la probabile salvezza dello spirito.
Infatti,
nelle 168 pagine edite da Vertigo, il male - che pure è insistentemente presente
nel testo e che certamente appartiene a molti personaggi i quali mostrando un
vissuto psicologico particolarmente tormentato si muovono ora tra grettezze e
volgarità, ora tra bassezze e trivialità, ora tra perfidia e crudeltà, raggiungendo
lo svilimento della loro stessa entità e l’annullamento della propria essenza -
sembra essere, paradossalmente, ontologicamente inesistente, ovvero, concepito da
Sandra Guddo come nefasta assenza o privazione del bene, seguendo, forse, il
grande insegnamento filosofico del doctor gratiae, Agostino D’Ippona,
secondo il quale il “male di per sé non esiste. Altro non è se non la mancanza
del bene”.
In effetti, mentre taluni personaggi del
sopracitato testo, non avendo sperimentato i più alti valori esistenziali,
rimangono a brancolare nel buio del peccato - “tra donne, fumo, alcol, droghe,
gioco d’azzardo (…), mai stanchi dell’ebbrezza e dell’adrenalina che dà il
rischio” - condividendo così l’assoluto male, altri invece, baciati
dalla provvidenza divina, una volta identificato il vero bene si perdono
in quella dimensione vitale luminosissima che solo l’autentico amore può donare.
E’ ciò che capita, soprattutto, al
protagonista, Cesare, “carceriere di se stesso”, uomo ricco, colto, determinato e ambizioso, eppure
“violento e deviato” capace di condotte bestiali per puro piacere il quale, tuttavia,
nell’arco del tempo, si redime diventando “un uomo nuovo che è riuscito a perdonarsi
attraverso la dolorosa via del pentimento che scaturisce soltanto quando si
prende completa consapevolezza dei propri errori” e quando si trova “quella
rete di salvataggio” data esclusivamente dall’autentico amore che la Nostra
dipinge come una “ventata di area fresca per fugare i miasmi delle ferite
infette e purulente; un gessetto colorato che traccia incantevoli arabeschi sul
nero della lavagna”.
Ma non è tutto. La ricchezza del libro consiste
nel fatto che l’Autrice di Le geôlier all’interno del significativo
chiaroscuro dettato dal peccato e dalla redenzione, dall’odio e dall’amore, dal
male e dal bene, dalla vita e dalla morte, con estrema disinvoltura inserisce -
attraverso un linguaggio moderno e dinamico, immediato e semplice, sostanzialmente
chiaro ma mai banale, lontano da costrutti baroccheggianti o effimere ridondanze -
non soltanto un puntuale esame psicologico dei personaggi emblematicamente e
simbolicamente indicativi del romanzo - dimostrando così ampie conoscenze in
campo psichico e mentale - ma anche la trattazione di tematiche e problematiche
relative a questioni sociologiche fortemente attuali e di grande interesse.
La crisi economica che attanaglia le industrie, il commercio clandestino
delle armi, le diatribe interregionali, l’emigrazione e l’emarginazione, la
vecchiaia e l’abbandono, la droga e l’alcolismo, la povertà, la separazione,
l’adozione, la prostituzione, la violenza fine a se stessa, sono tutte questioni
presenti e affrontate però con mano delicata eppure efficace.
Infatti, all’interno del testo, non
assistiamo a nessuna trattazione sistematica e ad alcun sviluppo organico circa
le questioni psico-sociali, meglio, senza mai scivolare nelle forzature
letterarie inconcludenti o nelle furbizia degli infingimenti, l’Autrice con
penna lieve - quasi sommessamente e in perfetto equilibrio
sintattico-stilistico - dona ai suoi lettori spunti di
riflessioni etico-morali secondo l’insegnamento socratico del ti estì che, appunto, insemina il dubbio
per intraprendere il cammino della possibile verità, e del dialogo, unico mezzo inevitabile per combattere sia la
pirandelliana “incomunicabilità” che il montaliano “mal di vivere” e per
promuovere, alla maniera di Haidegger, “l’idea della progettualità e della
speranza”.
E
all’interno del testo - sembrerebbe a chi adesso scrive - in effetti il
miracolo del dialogo costruttivo che riconduce alla progettualità e, quindi, alla
speranza, avviene appunto attraverso il trionfo dell’amore che inevitabilmente
si rapporta con il celeste, con il sacro, con il divino. Con il vero e con il bello.
All’interno del testo, infatti, l’amore e la
fede danno vita, “all’infinita misericordia di Dio” che non soltanto “cancella
le colpe, ma libera dalla disperazione e permette di uscire dall’angolo,
facendo ritrovare il coraggio e la volontà di andare avanti”.
Un libro straordinariamente ricco, dunque, dove spunti psicologici e sociologici s’intrecciano
con riflessioni etiche ed estetiche, dando vita ad un unico tappeto
musivo il cui messaggio conclusivo, alla maniera di Jacques Prévert sembrerebbe
il seguente: “La
nostra vita non è dietro a noi, né avanti, né adesso, è dentro”, pertanto
“bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare il buon
esempio”.
E certamente Sandra Guddo con Le geôlier il buon esempio l’ha dato intonando, felicemente, un
inno al bene e all’amore e un canto alla salvezza e alla redenzione.
giovedì 26 gennaio 2017
Abbiamo bisogno di “italiani seri”, per rendere piu' umana la nostra societa'.
di Domenico Bonvegna
Nei
precedenti interventi su San Leonardo Murialdo ho raccontato, avvalendomi dei
contributi di don Pier Giuseppe Accornero e Massimo Introvigne, la
straordinaria opera evangelizzatrice e sociale di questo eccezionale santo
vissuto nell'Ottocento della Torino Sabauda. Ma come ho già avuto modo di
scrivere non c'è stato solo Murialdo, ma tanti altri, alcuni canonizzati dalla
Chiesa, altri no. In uno studio accurato, un sacerdote, ne conta almeno 90 tra
santi, beati, venerabili e servi di Dio. Ma l'elenco addirittura si può
allargare a quasi 200 “santi” di uomini e donne, di rilievo per la loro pietà e
per il loro apostolato sociale. Per lo più laici e laiche, appartenenti a tutti
gli strati sociali.
In
questo intervento voglio focalizzare la mia attenzione sul sano realismo
cristiano di questi santi che hanno profuso per risolvere i vari problemi,
vissuti nello stesso periodo di san Murialdo, ed in particolare presento il
beato Francesco Faà di Bruno.
Le
mie riflessioni fanno riferimento al bellissimo testo di Vittorio Messori,
“Un italiano serio”. Il beato Faà di Bruno”, pubblicato da
edizioni Paoline. Il libro alla sua presentazione al Meeting di Rimini, nel
lontano 1990, fu oggetto di attacchi sconsiderati da parte dei vari pasdaram
risorgimentisti, che senza averlo letto, si scagliarono contro Messori, perchè
si era permesso di mettere in discussione l'epopea risorgimentale.
C'è
un capitolo del libro dove Messori, riesce a spiegare bene ai lettori il senso
dell'opera socializzatrice dei santi torinesi, è il capitolo VI°:“Un aiuto
concreto”.
Qui
partendo dalla parabola del “Buon samaritano”, Messori, spiega il
comportamento di questi straordinari “italiani seri”.“Amare il nostro
prossimo come noi stessi”, esortò Gesù a quelli che lo ascoltavano. Ma il
dottore della legge, chiese capziosamente:“ma chi è il mio prossimo?”.
Alla fine della parabola Gesù, invita il dottore della legge a fare come il
samaritano:“Va, e anche tu fa lo stesso”. Certo il comportamento del
samaritano, è scandaloso, “poco sociale, non risolutivo, al limite
'alienante' e diseducativo”, scrive Messori. “Stando a tutti i
rivoluzionari e ai riformisti (e poi, in seguito, stando ai cattolici che
'vogliono andare a monte', che denunciano anch'essi, sdegnati, la 'carità
alienante', i 'santi della beneficenza') quell''avere compassione', per essere
autentico, efficace, deve necessariamente passare per le vie della politica”.
Dunque
i santi torinesi, quegli “italiani seri”, come Cottolengo, Cafasso, Bosco,
Murialdo, Faà di Bruno, quelli più conosciuti, ma tanti altri meno conosciuti,
hanno obbedito a quell'antico, ma sempre attuale, comando: “Va, e anche tu fa
lo stesso”. Tutti questi apostoli, secondo Messori,“passarono all'azione
immediata prima di elaborare progetti che, in futuro, risolvessero
definitivamente i problemi degli handicappati, dei carcerati, dei giovani
abbandonati, degli apprendisti sfruttati, delle serve schiavizzate”.
Certo
questi santi hanno anche alzato la voce e denunciato lo scandalo di chi non
faceva nulla per aiutare chi stava nel bisogno.“Ma, più che scrivere
'manifesti', distribuire volantini, creare una Nomenklatura di
funzionari di partito e di sindacato, ai bisogni di quelle vite risposero con
la loro vita stessa”. Messori, insiste nella polemica, questi santi non
hanno fatto come gli ideologi che“discorrevano di umanità, di classi;
questi non si occupavano di astrazioni, di teorie, ma di persone: quei
sofferenti concreti e reali in cui il Cristo stesso, accanto a loro, era ancora
e sempre in agonia”.
I
nostri santi andavano giù pesante, probabilmente più dei cosiddetti riformisti
laici o dei rivoluzionari atei del tempo. “I quali - scrive Messori- (lo
ricordiamo ancora) minacciavano ai ricchi sventure ma, necessariamente,
limitate nel tempo, in vita”. Mentre i vari don Murialdo, don Bosco,
minacciavano sventure per l'eternità,“senza limite, né fine”.
Sostanzialmente la passione per i poveri era identica ai vari rivoluzionari del
tempo, ma differente la terapia. Si raccomandava ai ricchi di non
riporre la speranza nelle ricchezze ma in Dio, di fare opere buone,“di
essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon
capitale per il futuro, per acquistare la vita vera”.
Ancora
scrive Messori,“questi credenti del secolo del socialismo miravano cioè
anch'essi (e con quale vigore!) a una migliore giustizia, a una società più
umana ma, nel loro realismo cristiano, non credevano che ciò fosse
raggiungibile per via coercitiva, per via rivoluzionaria”. Sicuramente non
erano favorevoli all'”esproprio proletario”, come auspicavano i
comunisti. Invitavano sì a dare il superfluo ai poveri, ma doveva nascere,
dalle ragioni della coscienza, del cuore. Tuttavia questi santi torinesi“intuivano
che la rivoluzione predicata dagli agitatori politici non avrebbe risolto i
problemi, anzi ne avrebbe creati altri, anche peggiori: come tutto ciò nasce
dalla forza”.
In
pratica, ormai dopo settant'anni di socialismo più o meno scientifico, abbiamo
infinite prove del fallimento di certe terapie rivelatesi illusorie, rovinose e
catastrofiche.
Vittorio
Messori, grande giornalista e storico, non poteva scrivere meglio queste
riflessioni, e insiste sulle varie utopie apparse nel mondo. I santi, in particolare,
questi dell'Ottocento torinese, sono“seguaci di quel Gesù che 'sapeva
quel che c'è nel cuore dell'uomo', membri di una Chiesa millenaria 'esperta
in umanità', prevedevano che ogni rivoluzione solo esterna come quella
politica sarebbe stata illusoria; anzi, alla lunga, malgrado le buone
intenzioni, si sarebbe rivelata rovinosa, creando una nuova classe di ancor più
scandalosi privilegiati e impoverendo ancor più i già poveri”.
Pertanto
tutti erano convinti, che,“solo la rivoluzione interna (il cambiare
la coscienza,l'aprire il cuore alla pietà, alla misericordia, alla solidarietà)
può, sia subito che alla lunga, significare per tutti frutti benefici. E
guardando alla Rivelazione di Dio prima che agli schemi degli uomini che l'uomo
può scoprirsi fratello di ogni altro uomo. E ciò che don Bosco e Faà di Bruno
intendevano, ripetendo sempre di 'non voler fare altro che la politica del
Padre Nostro'”.
Nella
bimillenaria storia della Chiesa, nella tradizione cristiana, ci sono stati dei
tentativi,“per anticipare già qui il mondo e l'uomo 'nuovi' promessici -
scrive Messori -, ma si tratta di quei piccoli 'pezzi di umanità' che sono
gli ordini e le congregazioni religiose”. Qui,“almeno nelle intenzioni,
si tende a un regime davvero fraterno, in cui tutto sia in comune, in cui tutto
sia in comune, in cui l'egoismo sia il più possibile vinto”. Naturalmente
questa vita comunitaria è una scelta libera, non forzata, è una “chiamata”, una
“vocazione”.
Invece,“le
ideologie che perseguono l'utopia dell''uomo nuovo' e del 'mondo
nuovo', del paradiso già in terra, non vogliono proporre ma imporre l'ideale:
volendo trasformare il mondo intero in un monastero, in un convento,
finiscono per ridurlo a carcere e campo di concentramento, dove la 'virtù' alla
fine è imposta dalla polizia e dal terrore di uno stato oppressivo”.
Uno stato che assomiglia molto a quello del Daesh dell'Isis.
Thomas
Eliot, premio Nobel per la letteratura, ammoniva gli uomini di non farsi
illusioni nel“il pensare di poter creare, per via di riforme politiche e
sociali, 'un mondo così perfetto, una società dalle leggi così giuste che ci
dispensi dalla necessità di essere buoni”. Dopo la caduta del Muro di
Berlino, ormai abbiamo chiaro, abbiamo visto e constato (ma non lo ricordiamo
abbastanza) “come il bel sogno di creare il paradiso interra non con la
rivoluzione innanzitutto dei cuori ma con quella della forza, si rovesci
sempre, immancabilmente, nell'incubo concreto dell'inferno in terra”. Del
resto lo sapeva bene quel santo Papa Giovanni XXIII: “mai ci saranno pace
e giustizia fuori, nella società, se non ci saranno prima dentro, nell'intimo
di ogni uomo”.
Attenzione
a quelli che vogliono rendere gli uomini felici, diceva Karl
Popper, perchè poi alla fine “non
esistano a massacrarli per questo”. Tra tutte le idee, quella di “rendere
perfetta l'umanità è di tutte la più pericolosa”
Peraltro
la Chiesa esorta sempre a cambiare vita, alla conversione, ma sa anche che il
peccato, l'egoismo, l'indifferenza, mai saranno del tutto eliminati, perchè
l'uomo è ferito dal peccato originale. Pertanto la perfezione non è di questo
mondo. Sono considerazioni che vengono fuori, ogni volta che ci affanniamo a
sistemare ogni cosa su questa terra, come in questi giorni di gravi calamità
naturali: il terremoto e l'abbondante nevicata, nel centro Italia.
Per
quanto riguarda la poliedrica figura del beato Faà di Bruno, sono
altrettanto significative le considerazioni di Messori su quest'uomo che si è
dedicato anima e corpo ad alleviare i mali di migliaia di donne, domestiche di
Torino, abbandonate al loro destino dai soprusi della casta liberale. Faà di
Bruno fu ufficiale di Stato Maggiore e poi scienziato stimato in tutta Europa e
umiliato, perché cristiano coerente, dalle autorità anticlericali massoniche di
Torino. Anche il Faà di Bruno ha fatto tante cose per aiutare gli ultimi. La
più importante è la Pia Opera di Santa Zita, creata nel malfamato
Borgo San Donato, eretta per il ricovero, l'istruzione professionale, il
collocamento delle donne di servizio disoccupate, licenziate, malate, anziane.
Al suo interno fonda una serie di opere, asili, scuole e laboratori per
proteggere sempre le donne operaie, che in quel tempo erano molto numerose a
Torino e spesso sfruttate dai ricchi borghesi liberali. A questo proposito Enzo
Peserico, presentando il libro di Messori nel 1991 sulla rivista Cristianità
(maggio-giugno 1991n.193-194) scriveva:“Si tratta di una vera e
propria “città delle donne” a servizio della quale nel 1868 costruisce
la chiesa di Nostra Signora del Suffragio e nel 1869 istituisce una
congregazione di suore, le Minime di Nostra Signora del Suffragio. A queste
seguiranno una serie impressionante di opere a favore del proletariato urbano,
prodotto e insieme rifiuto del nascente potere liberal-massonico, preoccupato
di rispondere alla carità cristiana con la retorica ideologica degli “uomini
finti” la retorica che caratterizza Cuore, di Edmondo De Amicis, ma che sempre
lesinò nel contribuire ad alleviare la miseria delle masse urbane diseredate”.
Nel
suo operato non fece troppi discorsi sul proletariato, ma operò con realismo,
preferì, scrive Messori,“battersi per far funzionare subito le mense
popolari; non rimandò le serve lacere e sporche che bussavano alla sua
porta[...]non elaborò un progetto
generale di riforma sanitaria, ma si diede da fare per costruire bagni
pubblici; non scrisse trattati sulle misure pubbliche contro l'inquinamento,ma
insegnò alle serve ad ammazzare le mosche[...]”.
Significativa
la vicenda dell'orologio progettato dal beato sul campanile della Chiesa del
Suffragio. Così“in attesa di una società in cui tutti potessero
permettersi di acquistarlo, Faà di Bruno pensò a risolvere subito il
problema[...]”. Lo collocò a cinquanta metri di altezza così tutti gli
ottantamila della città avevano avere l'ora esatta.
Questo
semplice episodio, dimostra per Messori,“lo stile di questi cristiani, i
poveri ebbero una risposta pronta e concreta al loro bisogno, non promesse di
una società in cui tutti avrebbero avuto diritto a un cronometro al polso”.
Anche
il Faà di Bruno, vivrà fino in fondo, da protagonista, il lacerante“caso di
coscienza del Risorgimento”, come è stato chiamato quello dei cattolici
italiani, costretti a dividersi tra amore di patria e amore di una Chiesa
perseguitata da quella patria medesima” (p. 182). Ma il nostro non indugia,
si impegna in tutti i campi (dalla scienza all'arte) nella buona battaglia
contro la Rivoluzione anticristiana.
Dunque,
concludo con le parole del compianto Enzo Peserico sul beato Faà
di Bruno, è stato “un cattolico integrale, una gloria per la Chiesa. Ma
anche un cittadino esemplare”(p. 210): insomma, un“italiano serio“,
capofila di quella schiera di santi ignoti che, costituendo il tesoro nascosto
ma grandioso della storia degli italiani, ci rendono oggi partecipi di legami
di terra e di sangue molto più reali e fecondi di quelli immaginati dalle
caricature tricolori di oscuri “fratelli” d 'Italia, cari ormai soltanto ai
loro nostalgici nipotini.
“Italiani seri” che
non hanno bisogno di difesa, ma più urgentemente di trovare figli che ne
rinnovino con la propria vita l'intelligenza e il cuore: perché, come
suggerisce Vittorio Messori attraverso un'epigrafe al testo, tratta da Evagrio
Pontico, monaco del secolo IV,“a una teoria si può rispondere con un'altra teoria.
Ma chi mai potrà confutare una vita?”.
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