mercoledì 10 maggio 2017

Francesco Pappalardo, "Il brigantaggio postunitario" (Ed. D'Ettoris)

di Domenico Bonvegna

Sembra che la contestata visita a Napoli del segretario della Lega Matteo Salvini, ha risvegliato antichi rancori nei confronti del Nord invasore, in ricordo della conquista armata nel 1860 da parte degli eserciti savoiardi. Addirittura ne è nata un'alleanza insolita tra i centri sociali e “sudisti” vari che è sfociata in una manifestazione a Pontida per rispondere alla provocazione degli invasori leghisti.
Per quanto riguarda la Storia ben venga una seria e non sterile riflessione sui torti patiti dal popolo meridionale al momento dell'Unità. Invece per l'attualità politica, i napoletani dei centri sociali sbagliano completamente bersaglio quando attaccano Salvini. E' assurdo prendersela con l'unico politico che forse si sta occupando dei problemi del Sud. Semmai Salvini può essere annoverato tra quei briganti che eroicamente combatterono contro il sistema statale dei liberali. Quindi ha ragione Alfredo Mantovano a denunciare sul settimanale Tempi, che anche questa volta si è perduta l'ennesima occasione per fare una discussione seria sulle vere questioni politiche del Mezzogiorno.
Allora per quanto riguarda la Storia:“Alziamo le nostre bandiere per difendere la nostra identità”, diceva Lucia, la brigantessa di Morrone nel casertano, alla sua banda pronta per combattere l'esercito invasore piemontese. Il libro di Francesco Pappalardo, “Il brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione”, D'Ettoris Editori (2014; e.13,50) è un'ottima sintesi (127 pagine) per conoscere la guerra che si è combattuta nelle regioni del Sud, tra gli eserciti venuti dal Nord e il popolo meridionale, dal 1860 al 1870. Ben dieci anni di guerra civile, combattuta tra italiani.“Il cosiddetto brigantaggio fu un sistema semiorganizzato di resistenza al nuovo Stato unitario e in molti casi una manifestazione di fedeltà alla dinastia borbonica[...]”.
In questi anni il brigantaggio ha assunto un carattere di assoluta novità, rispetto ad altri fenomeni di delinquenza organizzata che avevano interessato il Mezzogiorno d'Italia. Fino a qualche decennio fa il brigantaggio è stato liquidato come fenomeno di mera criminalità, grazie a studiosi e storici come Pappalardo, si è potuto conoscere il vero spirito dei combattenti che hanno resistito al nuovo Stato, venuto a depredare le regioni del Sud. Infatti per Pappalardo il“comportamento valoroso, definito sbrigativamente 'brigantaggio' dai vincitori, viene censurato e deformato per oltre un secolo, perchè nella costruzione dell'immagine 'epica' del Risorgimento non poteva esservi posto per alcuna forma di resistenza e dunque la reazione della popolazione del regno è stata letta per lungo tempo come una parentesi spiacevole da liquidare frettolosamente”.
Nel libro Pappalardo descrive in maniera circostanziata, utilizzando l'ampia e ricchissima documentazione esistente e la storiografia recente, senza idealizzare o demonizzare,“il panorama storico in cui nasce e si evolve il brigantaggio, evidenziando i risvolti sociali e religiosi della conquista sabauda del Mezzogiorno”.  Nella prefazione Oscar Sanguinetti, direttore dell'ISIIN (Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale) rifacendosi al pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira, cerca di smontare il termine“brigante”, utilizzato per la prima volta dalla Rivoluzione Francese nei confronti degli oppositori vandeani e poi dalle truppe napoleoniche per demonizzare le insorgenze popolari che non ne volevano sapere della “libertà” promessa da Napoleone. Successivamente tutti i movimenti rivoluzionari hanno fatto uso del termine per screditare chiunque si opponeva alla loro “liberazione”. “Briganti saranno per il regime sovietico i contadini delle centinaia di comunità di villaggio russe che insorgono contro la collettivizzazione forzata e che marciano inquadrati nelle loro confraternite contro le mitragliatrici comuniste, alzando al cielo gli stendardi dei santi protettori”.  I rivoluzionari di ogni specie, dai liberali ai comunisti, non potevano concepire che le loro idee potessero essere rifiutate o addirittura combattute con le armi. Per loro, “solo un criminale, cioè qualcuno interessato colpevolmente a conservare privilegi e a opprimere gli altri, potrebbe farlo”.
Pertanto se in azione si vedono popolani e non aristocratici, si deve trattare per forza di banditismo organizzato, di devianza sociale, da reprimere in tutti i modi. Come è stato fatto con il popolo meridionale. Così per qualunque forma di reazione popolare, “che rivendichi in qualche misura percorsi politici alternativi a quello tracciato dall'ideologia della 'Liberté-Egalité-Fraternité', su di essa deve calare,“la scure dello stravolgimento semantico”. Del resto nella relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta, del 1863, letta alla Camera dall'on. Massari, si legge che, “Il Brigantaggio è la lotta fra la barbarie e la civiltà; sono la rapina e l'assassinio che levano lo stendardo della ribellione contro la società”.
Il libro di Pappalardo, affronta le varie letture che sono state date al fenomeno del cosiddetto brigantaggio. A partire da quella marxista-gramsciana, che vedeva nella rivolta popolare, una risposta alle carenza del risorgimento liberale, leggendola come un anticipo di lotta di classe, dei poveri contro i ricchi. Così il brigantaggio non è solo un fenomeno di criminalità, ma anche un moto sociale. Una interpretazione non priva di dignità, anche se fondamentalmente pseudo-scientifica.
Tuttavia queste letture del fenomeno brigantaggio danno però un'immagine alterata e ridotta.
Nella I parte del libro pubblicato dalla calabrese D'Ettoris Editori, Pappalardo descrive le interpretazioni dei vari storici che hanno dato al fenomeno del brigantaggio, con riferimento ad altri tipi di rivolte. Pappalardo cita Francesco Saverio Nitti, Benedetto Croce, Galasso, Molfese. Tutti sostanzialmente attribuiscono una prevalenza del carattere sociale alla resistenza antiunitaria, negando sia la componente politica che religiosa, per pregiudizi ideologici. Questa è una impostazione che non comprende e nega la cultura delle popolazioni italiane e in particolare la componente religiosa, che ne rappresentava l'anima. A questo proposito, scrive Pappalardo:“L'elemento religioso è generalmente presente nelle raffigurazioni d'epoca, sui vessilli e sulle insegne di battaglia; frati e sacerdoti sono presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi – sebbene scacciati dalle loro sedi – sostengono efficacemente l'insurrezione, stampando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste e le scomuniche provenienti dalla santa Sede”. Si distingue in questa disapprovazione, la rivista dei gesuiti de La Civiltà Cattolica, che esprime il suo appoggio a quello “che era giudicato uno spontaneo movimento di massa, a carattere legittimistico, contro le usurpazioni del nuovo Stato liberale”.
Del resto il Paese Italia era già unito culturalmente e soprattutto religiosamente; non aveva bisogno di quella artificiale unità ideologica ostile alla cultura, ai costumi e alla religiosità dei popoli italiani. Gli italiani si sentivano uniti dall'elemento cattolico, dalla Chiesa e dal suo Pontefice che regnava a Roma.
Nella II parte del volumetto si affrontano i fatti, la resistenza e l'insurrezione, la repressione del brigantaggio, le leggi speciali e la fine della resistenza.
I fatti ormai sono abbastanza noti, se i generali e i galantuomini hanno tradito il Borbone, i soldati semplici e il popolo sostanzialmente gli è stato fedele.
“Sintomatico il comportamento dell'anziano generale Ferdinando Lanza, inviato in Sicilia con i poteri di alter ego del sovrano, che[...], si affretta a chiedere una tregua a 'Sua Eccellenza' Garibaldi prima che le sue posizioni fossero seriamente intaccate”. E quando i valoroso ufficiale Ferdinando Beneventano del Bosco e il colonnello svizzero Johan-Lucas von Mechel piombano su Palermo seminando il panico fra gli sgomenti garibaldini, il generale Lanza non esita e fermarli.
Per quanto riguarda la fedeltà dei sudditi, La Civiltà Cattolica scrive:“Il re Francesco II trovava nella fedeltà dei suoi sudditi e nel valore con cui presero a combattere sotto gli occhi suoi , un gradito compenso a tanti dolori[...]”. La maggior parte degli ufficiali e dei soldati sono con il re a combattere a Gaeta per l'ultima  simbolica resistenza. E dopo la sconfitta definitiva, furono in pochi a passare con l'esercito sabaudo, la maggior parte preferì restare fedele a re Francesco II. Molti furono fucilati e arrestati e nei mesi seguenti furono deportati al Nord e smistati in numerosi campi di concentramento. La Civiltà Cattolica, scriveva che era in atto, “la tratta dei napoletani”.
Nonostante la ricerca storica condotta dallo studioso Fulvio Izzo, nel suo, “I lager dei Savoia”, il destino dei prigionieri di guerra napoletani è ancora poco conosciuto, e ignoti sono il loro numero di morti. Non meno dura è la sorte di tanti esponenti del clero, numerosi i vescovi incarcerati o esiliati.
In un primo momento il governo di Torino tiene nascoste le resistenze popolari del Mezzogiorno, anche se la reazione degli occupanti è brutale. Il 21 ottobre del 1860, il generale sabaudo Enrico Cialdini telegrafa al governatore del Molise: “faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe[...]”. Qualche altro generale era convinto che non bisognava perdere tempo a fare prigionieri. Il linguaggio era abbastanza duro e sanguinario come quello del generale Pinelli, nell'Ascolano, incoraggiava i suoi ufficiali e soldati, scrivendo: “un branco di quella progenie di ladroni ancor s'annida fra i monti;  correte a snidarlo e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto[...] Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotal vampiro, che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall'immonda sua bava[...]”: Questa è gente che gli hanno dato medaglie d'oro, dedicato vie ed eretto statue.
Intanto l'insorgenza del Mezzogiorno trova impreparate, psicologicamente e militarmente, le autorità civili e militari, anche se i segnali di ribellione c'erano eccome. “[...]Le stupefatte popolazioni contadine guardavano all'improvvisa invasione del regno da parte di soldati sconosciuti, parlanti una lingua estranea, che si apprestavano a insediarsi nel territorio di uno Stato che non aveva loro dichiarato guerra”.
La resistenza al nuovo Stato non ha visto solo il popolo, ma anche buona parte del legittimismo nazionale e internazionale, anche perché l'offensiva di Vittorio Emanuele II contro lo Stato Pontificio aveva richiamato in Italia gran parte della nobiltà lealista europea. Pappalardo fa alcuni nomi come il conte Henri de Cathelineau, il conte Theodule Emile de Christen, i catalani José Borges e Rafael Tristany, ce ne sono stati tanti altri, saranno artefici di memorabili imprese e faranno a lungo sperare in una conclusione vittoriosa della guerriglia. Uomini, eroi, che purtroppo gli è stato negato  l'onore di essere citati sui manuali di scuola per i nostri distratti studenti.
Purtroppo questa resistenza non ha avuto una direzione centralizzata, è esistita una rete di comitati diffusi nelle province che curavano il reclutamento dei volontari. Le formazioni armate, talvolta superano i mille uomini, spesso inquadrati da ex ufficiali. I combattenti innalzano la bandiera gigliata e intonano canti dell'antico regime. Nei giorni festivi assistono alla Messa, celebrata nei casolari di campagna, recitando la preghiera pro rege Francesco. Accanto alle grandi bande agiscono formazioni minori, ci sono un gran numero di fiancheggiatori, i cosiddetti manutengoli, che assicurano contatti fra le bande e la popolazione civile, e provvedono ai rifornimenti per i combattenti.
Pappalardo fa riferimento alle critiche di alcuni storici nei confronti del legittimismo e dei realisti napoletani che non sono riusciti a dar vita a un movimento esteso o un partito a favore della dinastia, probabilmente non sono riusciti a coagulare tutte le forze in una opposizione aperta al nuovo Stato liberale dei Savoia. Sono state vinte piccole battaglie, ma non quella più importante. Anche se bisogna riconoscere che il legittimismo borbonico ha avuto la capacità di aggregare per anni quasi tutte le componenti sociali intorno a un sentimento patriottico e nazionale.
Tuttavia la resistenza si è presentata in forme molto articolate, sia a livello parlamentare, le proteste della magistratura, la resistenza passiva dei dipendenti pubblici, il rifiuto di ricoprire cariche  amministrative e poi il diffuso malcontento della popolazione cittadina, l'astensione dai suffragi elettorali, il rifiuto della coscrizione obbligatoria, l'emigrazione, la diffusione della stampa clandestina, fra cui emerge lo scrittore Giacinto de' Sivo, che scrive molto denunciando apertamente la malizia e la strategia rivoluzionaria, nonché l'inettitudine e l'impreparazione di quanti avrebbero dovuto opporre prima una resistenza e poi una reazione.
Per Giacinto de' Sivo,“L'unità politica, non è sempre un bene, anzi è un male quando viene realizzata a danno dei valori spirituali e civili della nazione”. In opposizione al piano rivoluzionario, egli prospetta l'ipotesi di una confederazione, sul modello della Svizzera e degli Stati germanici, affinché possano sopravvivere le autonomie, le leggi, le tradizioni di ciascun popolo della penisola.
Nella primavera del 1861 divampa ovunque l'insurrezione generale. Le bande attaccano i paesi senza tregua, ottenendo l'appoggio della popolazione, si proclamano governi provvisori filoborbonici. Gli unitari non riescono più a controllare il territorio. Vengono fuori i vari capi della rivolta, tra i più significativi, Carmine Crocco e il sergente Pasquale Romano. La repressione non si fa attendere, Cavour invia a Napoli con pieni poteri civili e militari, il generale Enrico Cialdini, perché stronchi l'insorgenza a qualsiasi costo. Cialdini ordina una serie di eccidi e di rappresaglie nei confronti dell popolazione insorta, che rappresentano una pagina tragica nella storia dello Stato unitario. Particolarmente efferate sono le rappresaglie sulla popolazioni delle località insorte come Pontelandolfo e Casalduni nel Beneventano. Alla fine si arriva a praticare con la Legge Pica, un vero e proprio terrorismo militare, i protagonisti sono il generale Ferdinando Pinelli con le sue “colonne mobili” e il colonnello Pietro Fumel.
Il testo di Pappalardo descrive le varie fasi del grande brigantaggio, tenendo conto della geografia del territorio dove il fenomeno si è diffuso, contemporaneamente vengono elencati anche i nomi dei capibanda. In questo periodo, per la prima volta nel diritto pubblico italiano si introduce l'istituto del domicilio coatto, sul modello delle deportazioni bonapartistiche. Si arriva ad arrestare in massa ad esecuzioni sommarie, con distruzioni di casolari e di masserie, il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, si colpisce “nel mucchio”, per disgregare con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila.
Per combattere il brigantaggio, il nuovo Stato fa uso della guerra psicologica attraverso bandi, proclami, servizi giornalistici e fotografici. Soprattutto le immagini sono importanti per demonizzare il nemico, in questo caso i briganti. Prende corpo la moderna “informazione deformante”, abilmente messa in atto dal governo sabaudo. Anche Pappalardo cerca di dare delle cifre sui morti in questa spietata e crudele guerra civile. Citando lo storico Roberto Martucci, nel decennio, le vittime dovrebbero essere quantificate da un minimo di ventimila ad un massimo di oltre settantamila, un numero molto superiore alla somma dei caduti di tutti i moti e le guerre risorgimentali dal 1820 al 1870. 

martedì 9 maggio 2017

Elio Corrao, "HEL e altri racconti" (Ed. Thule)

di Ciro Spataro

Devo confessare, dopo aver letto il racconto di Hel, come Elio Corrao riesca a conciliare una forma espressa scorrevole con un simbolismo intenso e una tensione emotiva di grande suggestione.
L’Autore ci propone un testo che mostra una costante proiezione introspettiva, partendo da un dialogo telefonico con un alieno e facendoci comprendere l’enorme influenza degli elementi non razionali nella vita umana.
Basti pensare al successo che ha avuto nelle scorse settimane la fiction televisiva “La porta rossa” proprio sull’introduzione del paranormale nella vita dell’uomo.
In tal senso è opportuno sottolineare come il filosofo francese Gaston Bachelard, nel 1960, ha pubblicato un libro davvero interessante intitolato La poetica della rèverie, in cui mette in risalto come l’uomo può esprimere le sue emozioni non solo nel sogno ma anche nell’immaginazione ad occhi aperti.
Ecco che Elio Corrao con il suo racconto ci propone la sua rèverie, la sua immaginazione ad occhi aperti con una narrazione bellissima, intitolata Hel; se ci facciamo caso l’autore chiama Hel, l’alieno. Hel è anche la contrazione del suo nome Elio, ma anche della divinità greca della Luce – Helios – proponendo così di saper riconoscere l’alieno che è in noi. Mi viene da pensare che forse, se Socrate fosse vissuto oggi invece di “conosci te stesso”, avrebbe detto “conosci l’alieno che è in te”.
L’alieno diventa cosi la voce della coscienza per ogni essere umano e con una lucidità impressionante, dal suo cantuccio mette a nudo gli errori dell’uomo o degli uomini con la seguente considerazione: “Hel –Ho constatato che sin dalle primissime organizzazioni tribali vi siete fatti la guerra per sete di potere contrabbandandola come utile alla collettività. In nome di un Dio ispiratore avete commesso i più atroci delitti della Storia”. Queste parole dimostrano la lucida autocoscienza di Elio Corrao  quando afferma soprattutto di “ non poter non considerare che Hel era nel giusto.”
Hel quindi uindiqqqqqviene chiamato “il maestro”, certe letture sulla filosofia Zen e sul Tao di cui l’autore si era imbevuto da ragazzo rappresentano l’universo stesso nella filosofia taoista cinese e l’eterno inesauribile divenire.
Nel contempo devo registrare che anche il filosofo Agostino ha avuto sicuramente una sfera di influenza su Corrao sulla metodologia dell’interiorità. Il suo pensiero che si esprime nella frase: “Noli foras exire in interiore homine habitat veritas” risulta  sempre attuale. L’Homo viator di Elio Corrao non può fare a meno dell’homo interior. Quindi per Corrao La Città di Dio cammina unita alla città dell’uomo.
Nel racconto si comprende bene come Dio per Corrao sia una presenza quanto mai necessaria, un’idea nuova, e insolita, quasi nascosta. Dio viene visto come un’energia spirituale, un maestro che sorregge, che ti fa uscire dalla quotidianità del nichilismo, per farci capire la bellezza ed i valori.
 Ecco l’aspirazione ultima di Elio Corrao: L’uomo ha bisogno di trascendenza e per dare un significato alla propria vita, cosi piena di inquietudini e di insoddisfazioni, ha bisogno dell’Essere.


A che serve il danaro? L'attualità di Ezra Pound

“A che serve il danaro ?” è un articolo di Ezra Pound del 1939, pubblicato a Londra, ripreso due anni dopo sul “Meridiano di Roma”. Uno scritto breve ed agile, che testimonia l’interesse del poeta statunitense per i temi dell’economia, ed in particolare modo la sua veemente lotta all’usura delle banche.

Significativa la diffusione del pensiero di Pound da un capo all’altro d’Europa, in un’epoca lacerante, tra Paesi in conflitto. L’argomento qui esposto coglie un elemento centrale dell’opera di Pound, non distinto, non lontano dalle sue liriche.  La trattazione sul denaro, un fervido studio dell’autore, sarà suggerimento e spinta all’impegno letterario.  L’attenzione rivolta alla politica monetaria delle Banche Centrali coincide con la sua scelta eretica per il Fascismo. Ezra Pound esprime sempre tra versi e riflessioni una tensione eroica, libera da gioghi. E’ un poeta itinerante, che coglie l’eredità dei classici, il filo della Storia, denuncia le penurie, le schiavitù del suo tempo, con sguardo universale, con suggestione indelebile.
Lo scritto sul denaro è un cammeo di questo percorso, la scomunica della manipolazione bancaria sull’emissione di moneta.  Parte da un assunto grezzo, ma efficace dello stretto rapporto tra denaro e beni, di una possibile elementare equazione numerica, che possa garantire ai cittadini il possesso di reddito in banconote da tradurre alla pari in acquisto di oggetti. Ogni volta che gli Stati derogano al rigore di tale rapporto, sollecitano uno scambio effimero, sul quale lucrano interessi, causano una sfasatura delle transazioni, prestiti onerosi, meccanismi d’inflazione che producono aumento dei prezzi. Allo stesso modo è insidioso il ristagno economico per l’eccedere della propensione al risparmio. Ezra Pound pone l’accento sulla politica monetaria, quella che da Say è tema ricorrente degli studiosi.
Se il denaro è un mezzo di sollecitazione degli scambi, e di distribuzione indotta, naturale dei beni, non può rappresentare in sé un fine dell’arricchimento. Sta alle Banche Centrali garantirne un flusso razionale che corrisponda alle esigenze di tutti. Quando il denaro viene stampato oltre la quantità dei beni, oppure al ribasso, quando l’apertura e la chiusura del credito risponda a logiche di gestione oligarchica di tale strumento, si assiste ad una progressiva degenerazione del corpo sociale. Il problema del “quantitative easing” dei mercati attuali veniva anticipato con acume da Pound nel 1939, con note sagaci e pertinenti sull’interposizione fiscale per garantire alle casse pubbliche un giusto compenso del traffico monetario ed una politica di equo soccorso, citando Jefferson, Adams, Gesell, proponendo una risoluta difesa del diritto alla proprietà dei cittadini, in antitesi al possesso finanziario del ceto di governo.
L’assunto critico non è certamente inattuale se confrontato con i fenomeni della nostra epoca, se solo si pensi al tramonto delle banche centrali, divenute organismi privati, alla spoliazione della sovranità degli Stati membri dell’Unione Europea. Sembra opportuno e legittimo farsi discepoli del poeta, rinnovare la sua denuncia, proseguire la sua analisi di fronte al moltiplicarsi di mercati di titoli, derivati, moneta virtuale ed all’espandersi di una oligarchia del credito finanziario.

“Chi non si interessa dei processi economici
e monetari è un idiota, non certo un letterato,
ma un illetterato”.

“Affermare che un paese non può fare questo
o quello perché manca il denaro, è una menzogna
vile e stupida quanto sarebbe il dire che non si
possono costruire le strade perché mancano

i chilometri”.

lunedì 8 maggio 2017

Briganti e brigantesse nella resistenza contro lo Stato Unitario Sabaudo.

di Domenico Bonvegna

A volte la mia difficoltà non è leggere un libro (che è uno sforzo lavorativo vero e proprio), ma come giustificare la sua lettura e soprattutto la presentazione nei blog dove collaboro. Anche se per la verità non devo rispondere a nessuno del mio operato.
Pertanto a fronte di una crisi che non smette di turbarci, come posso giustificare la presentazione di libri che riguardano il cosiddetto “brigantaggio” dopo la conquista del Sud ad opera dei garibaldini? Del resto occuparsi di politica è scoraggiante visto come sta andando nel nostro Paese. Gli italiani non ne possono più di vedere certe facce in tv, lo scriveva ieri Pansa su La Verità. Rilevava che su Sky in una presentazione dei tre concorrenti alla segreteria del Pd, l'ascolto è stato sotto il 3%.
Allora meglio fare i conti con la nostra storia, a cominciare dal cosiddetto “brigantaggio”, il “buco nero”, del  Risorgimento. Per anni i tutori del Risorgimento hanno cercato di nasconderlo e quando non potevano lo hanno demonizzato, liquidandolo come reazione di delinquenti e assassini di professione.
Casualmente ho acquistato nella solita libreria milanese, due testi romanzati proprio sulle brigantesse. Il primo, “La Briganta e lo sparviero”, di Licia Giaquinto, Marsilio (2014) e “Le ragioni di Lucia”. Passioni e lotte di una brigantessa”, di Edmondo Capecelatro, Rogiosi editore (2013). I testi sono romanzi fino ad un certo punto, perchè attraverso la vita di due ragazze, riescono entrando soprattutto nel contesto della società di allora, a raccontare le ragioni politiche e sociali della reazione popolare dei meridionali all'invasione dell'esercito sabaudo che è sceso al Sud non per liberare il popolo del Mezzogiorno ma per normalizzarlo.
Licia Giaquinto, scrittrice irpina, racconta la storia di Filomena, che nella primavera del 1862, in un bosco lungo il fiume Calaggio, intreccerà il suo destino con quello del brigante Giuseppe Schiavone, detto lo sparviero. Filomena sfuggita da un palazzo di Sant'Agata di Puglia, dove è stata accusata di essere ladra, e lui appena morso da una vipera. I due si innamorarono e subito e iniziano una vita fatta di sacrifici e di peripezie. Inseguiti ovunque dall'esercito piemontese, percorreranno in lungo e in largo i territori montuosi tra la Basilicata, Campania e Puglia. Il testo della Giaquinto è bello anche perché descrive con realismo l'ambiente del “meridione selvaggio”, in lotta contro l'invasore. Nel libro vengono descritte vicende di personaggi realmente esistiti, filtrate da una scrittura evocativa e affascinante. Allora c'è posto per Carmine Crocco, Ninco Nanco, il sergente Romano, Chiavone e poi i luoghi delle battaglie vere e proprie con l'esercito piemontese dei vari generali Pinelli, Fumel.
Giaquinto nel suo libro cerca di presentare la lotta dei briganti con realismo, non fa dell'ambiente brigantesco come qualcosa di idilliaco, sa che in quell'ambiente c'erano fior di delinquenti, violenti, dediti al saccheggio gratuito. Però non manca di descrivere le ingiustizie che ha subito il popolo meridionale, in particolare le violenze sistematiche sulle donne, e non solo sulle brigantesse. La scrittrice descrive bene i particolari, come nella notte della cattura di Giuseppe e un gruppetto di briganti, i soldati del nuovo regno non si sono spaventati dall'incessante pioggia simile al diluvio universale:“I lupi venuti dal nord erano più lupi veri, e non si erano lasciati spaventare dal fatto che Dio avesse deciso, quella notte, di riprovarci con il diluvio[...]”. Giuseppe viene fucilato, a Filomena e a tante altre donne rimane il carcere, dove arrivano i fotografi che avevano seguito i piemontesi a caccia di uomini e donne del brigantaggio.
Il secondo libro, “Le ragioni di Lucia”, denso di notizie storiche e di episodi di combattenti, ruota intorno a un centro ben preciso: Morrone, un borgo in Terra del Lavoro, con il Monte Castello, un'altura dove sorge un antico maniero. Siamo sulla strada per Caserta. Qui l'autore costruisce il suo libro sulla vita di una ragazza, Lucia, che lotta  anch'essa come Filomena, per la libertà, per il riscatto dalla condizione di donna e di contadina. Lucia non esita ad imbracciare le armi per sostenere le sue idee. Dopo una iniziale simpatia per Garibaldi, aderisce ad una formazione “partigiana” e diventa brigantessa, addirittura lei stessa dopo la cattura del tenente Francesco Correale, diventa il capo della banda, sfatando certe mentalità ataviche, che condannava la donna a certe mansioni.
Il testo di Capecelatro, poco romanzato, è costruito intorno alla vita di Lucia, di Ciro detto Ciruzzo e del tenente Correale, ci sono tutti i passaggi della storia reale, dalla fine del Regno di Francesco II alla lotta per dieci anni dei briganti contro i battaglioni savoiardi. Tre episodi fanno cambiare idea ai due protagonisti, Lucia e Ciruzzo. Il licenziamento dei lavoratori presso l'Officina di Pietrarsa, ad opera dei nuovi padroni piemontesi. Questa officina era il più grande opificio industriale d'Italia. Ciro insieme a tanti altri lavoratori è stato licenziato e poi rinchiuso in carcere della Vicaria a Napoli per essersi ribellato al licenziamento. L'altro episodio è stato l'irruzione dei garibaldini che sbrigativamente requisiscono tutti i generi alimentari nella casa della famiglia di Lucia. “Ma non erano venuti a portare la libertà?”.
Il terzo episodio, la morte di Giovanni, fratello di Lucia, a Gaeta nell'ultima resistenza del Re Francesco con Maria Sofia. Il tenente Correale porta la notizia della morte alla famiglia.
“Ma perchè sparare su dei vinti?” domandò sdegnosamente Lucia. “Perchè coloro che hanno mandato qui giù quell'esercito, proclamandosi nostri liberatori, vogliono soltanto conquistare la nostra terra, spogliarci dei nostri averi, calpestarci come padroni”, riprese il tenente. Correale non si arrende e comunica a Lucia di voler continuare la resistenza contro gli invasori. Decide di rifugiarsi nel castello sopra Morrone.
Intanto la famiglia di Lucia deve subire le angherie di Pietro Ajello, il potente proprietario terriero del luogo, il nuovo padrone che aveva comprato a prezzi stracciati le terre demaniali requisite dal nuovo Stato, magari alla Chiesa. Per questo può cacciare via dal terreno e dalla casa la famiglia di Lucia. Per evitare il tracollo economico il padre è costretto a mandare sua figlia a lavorare nel palazzo di Ajello. Qui Lucia in pratica viene sfruttata e umiliata al punto che la ragazza, per sfuggire alle avance del disdicevole personaggio, esasperata, abbandona quella casa per rifugiarsi sul Monte Castello dove c'erano i briganti.
Interessante il dialogo tra la donna e il tenente Correale, per capire la forza degli ideali di quei combattenti.“La resa senza combattere è dei vili o dei traditori e i nostri generali hanno consegnato la nostra terra a chi l'ha usurpata[...] La nostra lotta sarà forse inutile, ma mi resterà pur sempre l'appagamento di poter dire io ci ho provato e l'orgoglio per non avere chinato il capo”. Continua il tenente: “Ci chiameranno briganti, ma siamo partigiani e siamo già in tremila, ed altri ancora si stanno organizzando, per sconfiggere  chi ha occupato il nostro Paese e, se non ci riusciremo, almeno la storia potrà parlare di orgoglio meridionale”. Lucia era affascinata dai discorsi del tenente che parlava di ribellione, di un futuro dove non ci sarebbero state ingiustizie. Entrambi ritornano ad avere voglia di vivere, nonostante siano consapevoli di poter morire da un momento all'altro.
Altrettanto significativo è il momento quando il tenente insieme ad un drappello di briganti costringe il potente Ajello a restituire il terreno al povero Luigi, padre di Lucia, facendogli firmare l'atto di fronte a un notaio. Il libro di Capecelatro è ricco di episodi interessanti da leggere, nonostante i suoi personaggi si muovono nel ristretto territorio di Morrone, riesce a scrivere sinteticamente quello che già da tempo tanti storici e studiosi con documenti alla mano hanno scritto. Anche nel libro di Capecelatro, appare evidente lo scontro militare e politico tra due mondi diversi: quello del nuovo regno di Sardegna e il Mezzogiorno.“Ormai quella che si combatteva in tutto il Mezzogiorno d'Italia era una guerra civile”. L'unità forzata del Paese, voluta e realizzata dai Savoia,“aveva messo italiani contro italiani”. Scrive Capecelatro,“se in un primo momento la rivolta era portata avanti da tradizionalisti fedeli al Borbone, successivamente assunse un carattere di protesta sociale e, a questi, si aggiunsero i delusi dal nuovo corso e tutti i perseguitati dall'oppressivo regime piemontese.
Nei primi mesi di guerra furono oltre duemila i briganti o presunti tali passati per le armi, quattordici paesi rasi al suolo o dati alle fiamme, molti gli arresti e incarcerati. “Non male come inizio della nuova Italia unita sotto la corona dei signori Savoia”.
Anche lo scrittore napoletano non intende costruire una leggenda aurea intorno ai borboni. E' consapevole che la caduta del Regno è anche colpa del sistema che ruotava intorno al povero Francesco II. Tuttavia, Lucia era consapevole che“i tanto vituperati Borbone avevano comunque assicurato a lei e alla sua famiglia un'esistenza dignitosa, una casa, un lavoro[...]Ora, con Garibaldi prima e i Savoia poi, tutto sembrava crollare, disgregarsi, come se il Mezzogiorno d'Italia andasse abolito, cancellato con tutte le sue tradizioni di storia e di civiltà che ne avevano fatto uno dei principali Stati europei”.
Lucia senza saperlo diventò brigantessa , era stato Francesco a sconvolgere la sua esistenza, ha scoperchiato la sua vera indole: quella di una donna che aveva tutte le potenzialità per elevarsi al di sopra della massa, ascoltare la voce del dissenso, di contestare le regole ingiuste. “E' per istinto di conservazione che bisogna continuare a lottare, combattere”, diceva Lucia. “Per lasciare qualcosa di noi[...]Perchè i nostri figli non abbiano a maledirci, perché non si sentano traditi dai loro padri”. Francesco voleva recarsi a Sorrento dalla sua famiglia, ma è stato tradito e catturato dai soldati. Dopo ripetute violenze, ha la forza di polemizzare con l'ufficiale piemontese, che gli aveva promesso la libertà se giurava fedeltà al suo re.“Che strano concetto di libertà è il vostro. - ribatté Francesco – La libertà è quella di pensiero, quella di poter disporre della propria vita, quella di poter operare delle scelte. Schiavitù è prostrarsi innanzi al vincitore, innanzi ai potenti, è violentare le proprie idee per sacrificarle ad un effimero vantaggio. Ed allora io morirò da uomo libero anche penzolando da una vostra forca, resterò un uomo libero anche se rinchiuso in una delle vostre galere. Ma sarei uno schiavo se abbracciassi per convenienza le vostre idee. Parole piene di grande significato, che possiamo fare nostre; oggi non siamo chiamati a combattere una battaglia armata, ma certamente siamo chiamati a combattere una battaglia culturale, delle idee, pronti a non arretrare sui valori che contano. Ce lo ha ricordato l'altra sera il presidente del Comitato“Difendiamo i nostri figli”, Massimo Gandolfini al teatro Rosetum a Milano.
Il libro di Capecelatro ricorda i funesti campi di concentramento dei Savoia, i lager dei Savoia, li ha chiamati, lo storico Fulvio Izzo, dove sono stati rinchiusi a morire i soldati napoletani di Francesco II. La più nota è Fenestrelle, la lugubre fortezza, con tremilanocentonovantasei gradini, a quasi duemila metri, dove il nuovo Stato italiano tentò di rieducare e far diventare civili i napoletani. Qui furono deportati circa venticinquemila meridionali che si opponevano alla conquista e alla successiva annessione delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Se i re Borbone potevano vantare diversi primati, come la ferrovia, il vapore, l'osservatorio astronomico, l'illuminazione stradale a gas, addirittura la prima regolamentazione sulla raccolta differenziata, ora i sabaudi potevano ostentare un loro primato: il primo lager in Europa.
Con la scomparsa di Francesco, Lucia riceve dal duca don Raffaele, il capo del Comitato borbonico, l'incarico di guidare la banda dei briganti. Lucia in un primo momento frena:“Ma voi dimenticate che sono una donna”, ribatté al duca. Teme di non essere obbedita dagli uomini, di non  riuscire nell'impresa. Ma il duca dà una risposta solenne:“Il peggior schiavo è chi  è prigioniero di se stesso. Per spezzare le catene che lo imbrigliano dovrà sapere innanzitutto sconfessare i vincoli cui è sottoposto e mi rendo conto di quanto possa essere difficile rinnegare condizionamenti di una vita. Ma chi vuole essere libero deve trovare il coraggio e la forza per farlo”. E qui si sfata un luogo comune che si considera i legittimisti, i seguaci del Borbone dei retrogradi e nemici del progresso.
A questo punto è bello ascoltare Lucia, le sue prime parole da capo ai suoi uomini:“Chi è qui non per lottare per un ideale, ma per se stesso, abbandoni tutto e vada via. Queste persone non ci servono, costoro hanno già perso senza combattere. La nostra è la lotta contro l'emarginazione di un popolo e, di fronte al bene comune, nulla valgono gli egoismi personali[...]”.Questa, “è la lotta delle donne e degli uomini delle Due Sicilie contro chi ha voluto strapparci la nostra patria non in nome di un'unità di popoli ma di una sopraffazione tra loro, contro chi fa ricorso allo stupro e alla tortura verso chi chiama fratelli. E' la lotta di contadini senza terra, di soldati senza esercito, di madri senza figli. Noi combattiamo perchè l'oblio non cancelli la nostra storia, perché calunnie e falsità non la consegnino vilipesa ai nostri figli. Se alziamo le nostre bandiere lo facciamo per difendere la nostra identità, non per offendere quella degli altri. Noi combattiamo in nome di chi ha saputo anteporre i doveri di Stato a qualsiasi ambizione. Io sarò soltanto la referente di queste istanze di tutti, così come lo è stato il tenente Correale e, se credete che non possa esserlo solo perché donna, è inutile che combattiate per istanze sociali, non ha senso che vi ribelliate ai soprusi del forte sul debole perché starete facendo esattamente quello di cui accusate i nostri nemici”. Un vero manifesto programmatico, di cui valeva la pena citarlo per esteso.
Il nuovo regno ha impiegato dieci anni per debellare il brigantaggio. Ma quanto è costata questa guerra, voluta dai nuovi padroni, dai Piemontesi, quanti morti, quanti paesi distrutti. Capecelatro quantifica in 123.860 morti, qualcuno ha esagerato scrivendo 1 milione. Certamente sono state molte di più rispetto a tutte le guerre risorgimentali.
Ritornando al personaggio principale del libro, Lucia e la sua banda di briganti alla fine vengono sconfitti, lei stessa catturata dopo aver subito uno stupro brutale dai “liberatori”, viene incarcerata e tiene il figlio, frutto della violenza subita dalla soldataglia sabauda.
Mi piace concludere con delle splendide parole di Lucia, dopo aver catturato sei militari dell'esercito piemontese, in uno dei tanti conflitti contro i militari, con tono fermo, rivolgendosi ai prigionieri disse: “Veniste da fratelli a volerci portare una libertà che non vi avevamo chiesto, e quella che voi chiamate libertà è stata per noi morte, devastazione, stupro. Veniste da italiani a volerci portare una nuova patria, ma ci avete portato un'Italia costruita sul sangue e sull'odio. E quello che oggi è odio sarà domani rabbia e rancore. Ci chiamate briganti! Ma è brigante chi ruba la vita degli altri o chi difende la propria? E' brigante chi incenerisce case, poderi, paesi o chi in quelle case brucia? E dov'è adesso il vostro coraggio, perché sui vostri volti si è spento quel sorriso beffardo?”. Quei poveri diavoli erano pronti a morire, ma la donna con grande lealtà, concluse: “Adesso andate! La banda di Francesco Correale, così come tutti coloro che combattono per difendere la propria terra e non per offendere quella altrui, non spara su uomini inermi e disarmati”.

Il terzo libro che ho letto è un'ottima sintesi storica sociale e culturale del brigantaggio, scritto dallo storico e valente studioso nonché dirigente di Alleanza Cattolica, Francesco Pappalardo, “Il Brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione” (D'Ettoris Editori). Il breve saggio ha il pregio di essere sintetico, da una visione completa della guerra che ha insanguinato tutto il Sud dal 1860 fino al 1870. Naturalmente rinvio ad un prossimo intervento la presentazione dell'opera di Pappalardo.

domenica 7 maggio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Pier Felice degli Uberti

Conosco Tommaso Romano dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, e già allora trasparivano i prodromi e lo svettare della sua profonda formazione culturale acquisita anche con la laurea in filosofia e pedagogia e la specializzazione in sociologia. Ho assistito alla fondazione di una particolare casa editrice, la Thule di Palermo, con un catalogo dei più svariati argomenti della tradizione difficilmente reperibile altrove, seguito da un impegno civico- politico che lo vide consigliere provinciale di Palermo nel 1990, poi assessore alla cultura della Provincia sino ad arrivare alla vice-presidenza e poi ancora assessore comunale alla Cultura della città di Palermo. Filosofo, letterato, antropologo, autore di saggi, raccolte ed interventi, ma anche poeta, ora ha dato alle stampe l’Elogio della Distinzione. Così si esprime l’autore nella Premessa: «Come è attitudine e desiderio dell’Autore di queste note, si è scelto di trattare ancora una volta un tema nodale, la Distinzione, tessendone l’Elogio. Certo, un libro come questo - realizzato grazie all’unione di saggi stesi da chi adesso scrive con un ricco e per certi versi unico Florilegio, fatto di frasi, aforismi, sentenze e brevi trattazioni tratte dalla Storia, dalla Filosofia e dalla Letteratura, nonché dalla ricerca scientifica e, inoltre, arricchito da un prezioso Saggio stilato e donato all’uopo dall’illustre studioso Amadeo Martin Rey y Cabieses e completato da specifica bibliografia - è sempre un rischio e un azzardo. L’obiettivo del testo è indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocra­zia, Cavalleria, Nobiltà, intesi come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo. Recuperare, attualizzando in positivo, il concetto e la pratica della Distinzione, non si­gnifica certo proporre il disprezzo degli altri o la separatezza aprioristica e irreale. Tutt’altro. La Distinzione può essere perseguita da tutti, volendolo, ordinando le idee, seguendo studio, esempi e ciò che di nobile ditta dentro, riscoprendo l’unicità e l’irrever­sibilità che contraddistinguono da sempre ogni donna e uomo apparsi sulla terra, frutto di una Creazione e non di una ideologica e indimostrata “fede” evoluzionistica. La dignità è di tutti e per tutti. L’accrescimento delle virtù è ciò che, invece, seleziona e distingue. Quello che si propone, con ciò che indicano il titolo stesso e i fondamenti contenuti nel libro è, quindi, l’ideazione e forse l’utile realizzazione di un “manuale”, una sorta di codice di sopravvivenza e di riscossa, con un piccolo scrigno di saggezza che centinaia di Autori antologizzati di tutti i tempi ci donano e propongono, senza avere in occulta vista l’ombra di discriminazioni e razzismi di qualsiasi genere, questi sì reperti mostruosi d’ideologie e antropologie perverse e di un’idea zoologica dell’uomo che sfocia, in estremo, in immane selezione eugenetica. Tornare all’equilibrio e all’equità vera, alla sostanzialità del linguaggio, come ha insegnato Attilio Mordini, sono fonti necessarie per ristabilire e ridare qualità e organicità al corpo sociale, rivalutando, vivificandole, le naturali gerarchie dalla dimensione asfittica che viviamo, piuttosto che isterilirle del tutto, in una prospettiva virtuosa di miglioramento, realmente aperta, facendoci uscire, se solo lo si decidesse, dall’uniforme e non divenendo pedine forse inconsapevoli, strumenti di “élite” oligarchiche e dirigiste che impongono e orientano gusti, opinioni, costumi, mode, oltre che l’economia, la politica e lo stesso diritto, in nome di una astratta e falsa libertà. Quanto di più controcorrente, insomma, si possa proporre, in tesi, per una necessaria riforma intanto di sé stessi e, quindi, della comunità; riforma che potrebbe apparire, a prima vista, una mera illusione, una utopia o un disperato grido al deserto. Tuttavia, si deve partire o ripartire sempre da uno, dall’uno, perché proprio dall’Uno proveniamo e a Lui, se ci salveremo, torneremo. Anche in tempi apocalittici come sono quelli presenti, intrisi di “pioggia di zolfo e di piombo”. Distinzione, ancora, per mettere in evidenza e fare l’apologia di ciò che distingue spiritualmente, operando necessarie distanze rispetto alla babele delle volgarità; apologia dell’educazione e dell’etica tradizionale, della cortesia e della disponibilità, attitudine alla delicatezza e rispetto per tutti a cominciare dall’aiuto possibile - evitando la falsa retorica dell’umanitarismo - per i più sfortunati, emarginati, deboli, anziani, indifesi, recuperando così lo spirito e l’attitudine della più classica e nobile Cavalleria. La Distinzione è intrinsecamente aristocratica ed è anche un modo, un tratto, che rivela di ognuno lo stile, la raffinatezza, l’eleganza, la sobrietà, la finezza, il garbo uniti a discrezione, fermezza, signorilità e a gentilezza che fanno, ancora, affermare che quella tale Signora o quel tale Signore, sono soggetti distinti, capaci di promanare un’aura, un fascino, fino a poter raggiungere - in casi specialissimi - il vertice della regalità, anche in tempi di crisi e decadenza. E in effetti, malgrado tutto, si possono evidenziare positivamente non poche persone in grado di contrapporsi con equilibrio ai comportamenti di dozzinalità, rozzezza, volgarità, cafonaggine e violenza nei modi, negli atti, nelle parole. Ecco ancora una distintiva qualificazione che attiene all’essere o al mostrarsi gentiluomo o gentildonna, senza sottomissioni al divenire “zerbini”, gregari, sfruttati, e così privi di autonomia e personalità. Ancor di più, la Distinzione è atto e forma necessaria per saper indagare e distinguere ciò che è bene da ciò che è male, vista anche la vischiosità e la liquidità odierna che tendono, invece, ad annullare la capacità di esprimere valutazioni e giudizi, non separando il giusto dall’ingiusto, facendo così trionfare il relativismo e il minimalismo. L’esame plurale delle posizioni espresse da molti Autori - specie contemporanei o direttamente interpellati per realizzare l’Antologia che segue - non deve distogliere da quella costante che in effetti le unisce: il rifiuto in radice dell’uniformità e
dell’indistinzione fra gli uomini. Riconosceremo così coloro che pongono l’accento più sulla differenziazione del comportamento e dell’interiorità, della qualità e del merito inteso come una sorta di primato da sottolineare, rispetto a chi, invece, punta sulla ereditarietà, l’innatismo e sulla solidità della storia seppur ovviamente dinamica; entrambi in realtà concordano sulle cause dei processi dissolutivi, perniciosi aspetti della secolarizzazione e della tecnolatria, ponendo ipotesi di soluzione ad equazioni possibili di affrancamento, di distinzione appunto. Compito è trovare una sintesi alta (che non è il banale sincretismo), un’auspicabile convergenza che si possa porre come metodo e pedagogia della decisione anzitutto, per affrontare i processi critici sul piano esistenziale e spirituale, nella sottolineatura appunto della discretio, della Distinzione. Questi sono l’invito e il suggerimento che si lasciano, senza aprioristicità, allo studioso e al lettore. Omnia praeclara rara. Fare Apologia della Distinzione, saper uscire dal coro, prendere le distanze e indicare una via per ritornare liberi, padroni di se, riconoscendo anzitutto la selettività e il merito quali valori eminentemente aristocratici, da conquistarsi con una vita coerente con i prin­cipi alti professati, con dignità e con onore. Professare, insomma, “idee chiare e distinte”. Per essere e non per apparire». Nella premessa viene delineata tutta la materia contenuta nella pubblicazione, che è un unicum per i contributi portati, e per le tematiche oggi inusuali. I punti chiave ed i concetti vanno ricercati particolarmente nell’essenza delle parole che accompagnano il titolo dell’opera ricordando che la distinzione, il fatto di distinguere, è in senso attivo l’atto stesso o giudizio mediante il quale si distingue, cioè si riconosce e si afferma una intrinseca diversità fra esseri, apparentemente simili o analoghi o comunque posti in relazione tra loro. Le tematiche focalizzate trattano l’aristocrazia nel significato originario e più proprio, la prevalenza, il governo dei più meritevoli, intesi questi come coloro che sono moralmente e intellettualmente i migliori o i più valorosi, identificati poi, in un secondo tempo, con i nobili, quelli cioè che, per diritto di sangue, appartengono alla classe più elevata della società, nella quale costituiscono un gruppo privilegiato; la cavalleria, che era originariamente la Milizia a cavallo, e nel medioevo, era l’istituzione politica e sociale, della quale facevano parte i cadetti esclusi dalla trasmissione ereditaria del feudo, legati fra loro da un giuramento di fedeltà non a un signore, ma agli ideali di giustizia e d’onore, di difesa della fede, dei deboli, delle donne, secondo la morale celebrata dalla poesia cavalleresca; la nobiltà, o meglio la condizione e il fatto di appartenere alla classe dei nobili, di avere le distinzioni, le prerogative, i privilegi che erano connessi a tale appartenenza; ma anche il senso dell’eccellenza, della superiorità, derivante dalle origini e dalla tradizione, o dalla propria stessa natura, e anche elevatezza spirituale, perfezione morale o intellettuale, per indole, pensiero, propositi, sentimenti; lo stile, termine usato nelle più svariate forme dello scibile umano, ma anche come modo abituale di comportarsi, agire, parlare; il costume, la consuetudine; come signorilità di modi, discrezione e correttezza nel comportarsi; il tema attuale della barbarie, ovvero la condizione di un popolo barbaro che effettuò importanti migrazioni in vari parti del mondo nella civiltà primitiva e che oggi ancora designa un comportamento crudele e primordiale. Nella pubblicazione compaiono una miriade di persone che lasciano un loro pensiero conforme alla propria formazione e personalità, antica, moderna e contemporanea, spesso in antitesi l’una con l’altra, e con una cultura e visibilità umane ben diverse tra loro. Ogni testo dovrebbe servire alla loro identificazione e spesso è il meglio della loro produzione. Con un così elevato numero di contributi la poderosa opera si suddivide in tre corpi: un saggio dell’autore, un saggio di Amadeo-Martin Rey y Cabieses ed un lungo Florilegio di Autori (selezionati senza malizie araldico, genealogico nobiliari) ove figurano: Simonetta Agnello Hornby, Felicita Alliata di Villafranca, Maria Patrizia Allotta, Almanacco Nobiliare del Napoletano L’Araldo, Hans Christian Andersen, Achille Angelini, Fabrizio Antonielli d’Oulx, Ludovico Ariosto, Aristotele, Jules Amédée Barbey d’Aurevilly, Maurizio Barraccano, Giacomo C. Bascapè, San Basilio Magno, Walter Begehot, Hilaire Belloc, Benedetto XV, San Bernardo di Chiaravalle, Andrew Bertie, Severino Boezio, Matteo Maria Boiardo, Nicolas Boileau, Louis de Bonald, Francesco Bonanni di Ocre, Guglielmo Bonanno di San Lorenzo, Salvatore Bordonali, Giovanni Botero, Pierfranco Bruni, Edmund Burke, Robert Burton, Antonino Buttitta, Tommaso Campanella, Cristina Campo, Albert Camus, Gaspare Cannizzo, Giovanni Cantoni, Antonio Capece Minutolo di Canosa, Antonio Caprarica, Franco Cardini, Thomas Carlyle, Baldassarre Castiglione, Miguel de Cervantes, Arnolfo Cesari d’Ardea, Abate Cesarotti, Nicolas de Chamfort, Emil Cioran, Paul Claudel, Codice Cavalleresco Italiano, Paulo Coelho, Confucio, Plinio Corrèa de Oliveira, Manlio Corselli, Benedetto Croce, Fernando Crociani Baglioni, Giorgio Cucentrentoli di Monteloro, Jean Baptiste de la Curne de Saint- Palaye, Camillo d’Alia, Lucio d’Ambra, Gabriele D’Annunzio, Ugo D’Atri, Pier Felice degli Uberti, Massimo d’Azeglio, Da Ponte, Mozart, Dante Alighieri, Ferruccio De Carli, Gio Battista De Luca, Massimo De Leonardis, Federico De Maria, Roberto De Mattei, Giuseppe Della Torre, Goffredo di Crollalanza, Charles Dickens, Diogene, Maurizio Duce Castellazzo, Guillame Durant, Meister Eckhart, Francesco Emanuele e Gaetani di Belforte e di Villabianca, Epicuro, Eraclito, Felix Esqirou de Parieu, Euripide, Julius Evola, San Pier Giuliano Eymard, Marcello Falletti di Villafalletto, Giuseppe Attilio Fanelli, Massimo Fini, Domenico Fisichella, Gustave Flaubert, Jean Plori, Francesco I re delle Due Sicilie, San Francesco di Sales, John Fulton Scheen, Sigmund Freud, Luciano Garibaldi, Panfilo Gentile, Innocent Gentillet, Giuseppe Giacosa, Fausto Gianfranceschi, Vincenzo Gioberti, Sandro Giovannini, Giovenale, Domenico Giuliotti, Johann Wolfang Goethe, Nicolas Gómez dà Vila, Edmond e Jules De Goncourt, Salvator Gotta, Remy de Gourmont, Jacques Goussault, Arturo Graf, Romano Guardini, Guglielmo, Arcivesco di Tiro, Guido Guinizelli, Guittone d’Arezzo, Martin Heidegger, Heraldica, Angel Herrera Oria, Hirohito, imperatore del Giappone, Santa Ildegarda di Bingen, Incmaro di Reims, Henry James, Roberto Jonghi Lavarini, Ernst Jünger, Sören Kierkegaard, Tommaso Landolfi, Stefano Lanuzza, Leone XIII, Emmanuel Lévinas, Alberico Lo Faso di Serradifalco, Giorgio Lombardi, Leo Longanesi, Otto von Lossow, Costantino Lucatelli, Raimondo Lullo, Franco Maestrelli, Joseph de Maistre, Gennaro Malgieri, Thomas Malory, Giuseppe Manzoni di Chiosca, Oliviero de la Marche, Giovanni Maresca di Serracapriola, Carlo Marullo di Condojanni, San Matteo, Charles Maurras, Cesare Merzagora, Clemente di Metternich, Jean de Meun, Jules Michelet, Enzo Modulo Morosini, Thomas Molnar, Michel de Montaigne, Montesquie, Cirillo Monzani, Attilio Mordini, Carmelo Muscato, Napoleone Bonaparte, Friedrich Nietzsche, Novale, Michel Onfray, Alfredo Oriani, Diego Ortega, José Ortega y Gasset, L’Osservatore Romano, Pier Paolo Ottonello, Aldo Palazzeschi, Silvano Panunzio, San Paolo, Giovanni Papini, Vilfredo Pareto, Bent Parodi di Belsito, Blaise Pascal, Roberto Pecchioli, Camillo Pellizzi, Giuseppe A. Pensavalle de Cristoforo dell’ingegno, Francesco Pericoli Ridolfini, Regine Pernoud, Fernando Pessoa, Francesco Petrarca, Pio XII, Platone, Jacques Ploncard d’Assac, Porfirio, Antonio Possevini, Ezra Pound, Proclo, Alexander Sergeveich Pushkin, Rob Reimen, Jules Renard, Antoine Rivarol, Annibale Romei, Jean Rostand, Sforza Ruspoli, Roberto Russano, Alessandro Sacchi, Antonino Sala, Madaleine de Souvré de Sablé, Riccardo Scarpa, Emanuela Scarpellini, Friedrich Schlegel, Karl von Schmidt, Arthur Schnitzler, Arthur Shopenhauer, Seneca, Sergio Sergiacomi de Aicardi, George Bernard Shaw, Primo Siena, Sofocle, Luigi Athos Sottile d’Alfano, Othmar Spann, Edmund Spenser, George Ernst Stahl, Edgardo Sulis, Torquato Tgergeasso, Vanni Teodorani, Teognide, Gustave Thibon, Ludwig Tieck, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, San Tommaso d’Aquino, Cesar Carlos de Torella, Ugo di San Vittore, Marco Vannini, Diego de Vargas Machuca, Piero Vassallo,
Auvenargues, Marcello Veneziani, Giovanni Verga, Giambattista Vico, Carl-Alexander von Volbort, Karl Ferdinand Werner, Oscar Wilde, Roberto Zavalloni, Stefano Zecchi. Proprio per aggiungere un tocco che ben rappresenti le tante recensioni alla pubblicazione, riporto quella di Giovanni Taibi: «La distinzione per non perdersi nel mare magnum della volgarità di usi e di costumi oggi imperante, la distinzione per rivendicare la propria individualità davanti alla massa plaudente che ha come unico merito quello di correre in soccorso del più forte! Come distinguersi, come essere sé stessi, come vivere con stile in un tempo di barbarie? Sono queste le domande che si pone il saggio di Tommaso Romano “Elogio della distinzione”, (fondazione Thule cultura) in cui passa in rassegna l’esegesi e la storia dell’Aristocrazia, della Cavalleria e della Nobiltà. Se i natali danno in qualche modo un imprimatur necessario, questo solo non è sufficiente per fare di un uomo un gentile. Dante ce lo insegna: la vera nobiltà non risiede solo nella stirpe e nel sangue ma soprattutto nel cosiddetto cor gentile ovvero nell’animo capace di provare nobili sentimenti e comportarsi di conseguenza. A partire da questo assunto Romano, in quello che si può considerare un vero e proprio manuale del viver cortese, diventa guida sapiente per chi intenda intraprendere con totale disinteresse economico e professionale la strada verso la distinzione, contro la massificazione e la standardizzazione dell’uomo di oggi. “La distinzione può essere perseguita da tutti volendolo, ordinando le idee, seguendo studio, esempi e ciò che di nobile ditta dentro” (p. 5). Come d’altronde ci insegna il filosofo Epicuro: “Non la natura, che è unica per tutti, distingue i nobili dagli ignobili, ma le azioni di ciascuno e la sua forma di vita” (p. 68). Nella prima parte del libro troviamo l’Apologia della condizione singolare in cui Romano si appoggia a uno dei pilastri del suo pensiero: la Tradizione. Come ama spesso ripetere: “Tanto più forti saranno le sue radici tanto più l’albero (l’uomo) crescerà in altezza (morale)”. Dopo avere passato in rassegna il pensiero legato alla Tradizione Romano affronta un tema a lui particolarmente caro: la casa. Essa da semplice dimora diviene la cartina di tornasole da cui è possibile avere un identikit esatto di chi la abita, del suo (buon) gusto, del modo in cui passa il tempo libero, del valore che dà agli oggetti che diventano testimonianza delle sue esperienze di vita. Sapere distinguersi non può che passare dal modo in cui si vive la casa, dal rapporto che si instaura con essa ma questa non deve necessariamente essere un rifugio solitario, un eremo senza terra ma “può aprirsi, accogliere pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive... I libri, le suppellettili, gli oggetti, la musica, le buone persone, un animale fedele, la memoria ci faranno ala non certo ingombrante” (p. 22). Si può dunque affermare con Romano che la casa è la proiezione della propria identità. Dopo questa prima parte di carattere didascalico il volume presenta un florilegio di autori diversi, per stile, pensiero ed epoca storica, che nei loro scritti e nel loro pensiero hanno codificato regole e grammatica della Nobiltà, spiegato il motivo della nascita della Cavalleria e dell’Aristocrazia. In quelli più recenti, è presente la biunivoca corrispondenza tra caduta di valori dei nobili ideali e crisi del tempo storico presente. Tra le tante citazioni mi piace riportarne una di Nicolas Gomes Davila. Lo scrittore, aforista e filosofo colombiano così scrive: “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di essere trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’uguaglianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche”. Se ci riflettiamo bene, altro non è che un elogio della diversità alla rovescia cioè mettendone in evidenza i limiti autodistruttivi dell’uguaglianza intesa come obiettivo supremo da raggiungere per un popolo che vuol definirsi civile. Segue infine un saggio sulla Nobiltà, (scritto appositamente per Tommaso Romano) sulla Cavalleria e sull’Aristocrazia dell’illustre studioso, il nobile spagnolo Amadeo-Martin Rey y Cabieses, (Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma) storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che mostra una particolare attenzione alla storia della nobiltà italiana. Lo scrittore spagnolo espone a chiare lettere quelli che sono i tratti distintivi della nobiltà: il rispetto della parola data, la bontà, la generosità, il valore e l’umiltà del cuore. Nel capitolo finale, prima di una ricchissima bibliografia, c’è il Congedo al Café de Maistre, in cui Romano, malinconicamente, constata come ai nostri tempi la cultura, l’arte, la tradizione, la stessa fede siano diventati degli pseudo valori da utilizzare a piacere per il proprio tornaconto. E allora cosa fare? La ricetta di Tommaso Romano è semplice eppur non sempre facile da attuare: “Resistere, pur sapendo di servire una causa perduta. Profferire parole e concetti solo quando richiesto, declinando con garbo ma fermamente la compagnia di arrivisti, molesti e insulsi; studiare e scrivere per sé e per chi egualmente non si piega. mostrare la bellezza e la potenza del creato. Tutto ciò con la ferma consapevolezza di stare in minoranza, in assoluta minoranza, forse testimoni attivi di una ipotetica, eventuale futura memoria” (pp. 133-134). Una voce fuori dal coro, un anticonformista assoluto che nella vita ha sempre seguito i suoi ideali a costo di rimetterci personalmente, pur di non abbassare la testa davanti al potente di turno. Questo è, ed è sempre stato, Tommaso Romano per chi lo conosce e a cui non fanno stupore le lapidarie frasi del suo “Elogio della Distinzione”. Per i pochi che non lo conoscono ancora, questa lettura servirà a comprendere la figura di un intellettuale a volte scomodo ma per questo più interessante da studiare perché, attraverso il capovolgimento della prospettiva, ci fa vedere la realtà con occhi diversi e disincantati». Nella nostra società detta globalizzata è meraviglia e sospetto affermare che ci si sente “cittadino del mondo”, senza per questo sentirsi cosmopoliti. Del resto Tommaso Romano è sempre andato contro corrente per quasi tutta la sua vita, per lui “L’Elogio della Distinzione” è l’elogio dovuto a chi si distingue dalla massa amorfa ed uniforme, di chi si tira fuori dal gregge, assumendo posizioni nette ed inequivocabili, fuori dai sofismi e dall’ambiguità, di chi pur ricercando la sintesi, rifiuta il sincretismo che attualmente sembra espandersi a macchia d’olio su tutte le questioni più importanti del mondo: da quelle politiche a quelle economiche e perfino alle questioni riguardanti la sfera più intima e privata del genere umano. Tommaso Romano, in questo mondo che cambia per opportunità i propri principi, muta le opinioni per ottenere nuovi benefici, inventa nuove soluzioni pescando dal passato, ha la particolarità che nei quasi 40 anni che lo conosco è rimasto quell’uomo serio, corretto, lineare, onesto con le sue pietre miliari che sono le stesse provenienti dalla nostra tradizione europea, dalla nostra identità cristiana, dalle nostre famiglie che ci hanno fornito quegli strumenti di saggezza utili a lavorare senza sosta per quella aristocratica società migliore che amiamo e a cui aspiriamo. Ho ancora negli occhi l’immagine di quel giovane che durante un suo convegno a Montecarlo in una dolce estate dei primi anni Ottanta, esprimeva ieri (come fa oggi) quella sintesi che non muta né può mutare sino alla fine della nostra moderna società, rappresentata e diversamente incarnata dai tanti personaggi che hanno lasciato quei loro messaggi che l’Elogio della Distinzione ci racconta nelle sue belle pagine. 
da: "Nobiltà", n. 137 anno XXIV, Milano, marzo-aprile 2017

sabato 6 maggio 2017

Guglielmo Peralta, "La via dello stupore" (Ed. Thule)

Polisemia e nominazione nel mundus imaginalis della soaltà di G. Peralta

di Antonio Martorana
   
   Un duplice obiettivo persegue il saggio "La via dello stupore nella visione est-etica della soaltà" di Guglielmo Peralta: quello di tracciare una teoria estetica il cui statuto ontologico ribadisca la centralità della Bellezza ed il suo valore salvifico nello scenario inquietante della post-modernità; e quello di enucleare una poetica che, in coerenza con quell'assunto teorico, presenti nella sua strutturazione triadica (la coabitazione di Realtà e Sogno "nell'unione profonda della Soaltà") la carica eversiva della sua forza visionaria.
       Il termine stesso "Soaltà" sembrerebbe evocare la metafisica del bello come luminosità, uno dei due filoni del pensiero estetico cristiano nel Medioevo, che fa capo a Roberto Grossatesta e a San Bonaventura, mentre l'altro filone, ossia la teoria del bello come 'numero', misura, proporzione, ha tra i suoi esponenti Sant'Agostino, Boezio e San Tommaso. Ma al di là di tali posizioni, spesso così contrapposte, che in un certo senso ripropongono il confronto dialettico tra eredità platonica ed eredità aristotelica, il significato più interessante del pensiero estetico medievale consiste, come avverte Gianni Vattimo, nell'accentuazione del concetto di opera. Ed allora il mondo, in quanto opera di Dio, presenta come suoi caratteri peculiari, oltre alla verità e alla bontà, anche la Bellezza. Vattimo  afferma che "senza la visione cristiana del mondo come opera di Dio non sarebbe stato possibile pervenire a quella connessione tra opera d'arte e bellezza su cui riposa l'estetica come noi la conosciamo", e su cui riposa, aggiungiamo noi, la stessa estetica di Guglielmo Peralta.
       Il fatto che egli riporti il termine estetica nella forma spezzata est-etica, evidenzia quale spessore etico intende dare al concetto di bellezza. Ricordiamo quella straordinaria lettera inviata agli artisti da Giovanni Paolo II il 4 aprile 1999, per la Pasqua di Resurrezione. Viene lanciato qui un appello perché la loro creatività "contribuisca all'affermarsi di una bellezza autentica, che, quasi riverbero dello spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell'eterno".
       Come destinatario ideale del messaggio papale, Peralta obbedisce al cogente imperativo etico che impone alla coscienza dell'artista di riconoscere che "la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore". Si può già intuire il senso pregnante della simbologia che connota il cammino dell'Autore sulla via dello stupore. È un'esperienza emozionale che sarebbe come percorrere il "diagramma dell'indicibile" di cui parla Heidegger. Indicibile, e già Dante stesso non esitava a confessare questa sua difficoltà, sarebbe rispondere al richiamo fascinoso e possente del mistero, così come indicibile sarebbe il brivido provato dinanzi all'incanto del Verbo che emana dal dettato biblico nelle pagine della Genesi. Ma un poeta come Peralta, chiamato, direbbe Paul Claudel, a "ricevere l'essere e restituire l'eterno" non può sottrarsi a quella sfida, essendo suo preciso compito quello della nominazione (nomen - numen). Colpisce allora l'inesauribile ricchezza polisemica della nominazione con cui il Nostro, al di là degli automatismi retorici e delle forme convenzionali di un sistema linguistico ipostatizzato, sa recuperare tutta l'energia che, occultata, giace sotto il segno. È il rifiuto di quella pan-semiosi, dove, avverte Maurizio Della Casa, "non vi è più un oggetto da dire, ma solo un linguaggio da pronunciare, in cui i rimandi e la costruzione dei sensi si esauriscono nel cerchio dei codici e dei simboli, in una spirale che non riesce mai ad attingere alla presenza delle cose"[1]. C'è in Peralta il bisogno di liberarsi dalle maglie di una visione precostituita del reale, insabbiata in parole costrette dalla convenzione semantica ad essere depositarie di un'unica immutabile valenza. La creatività linguistica di Peralta, riconducibile per la sua forte spinta innovativa al modello chomskiano, si manifesta con quella prorompente inesauribilità che il linguista Luis J. Prieto vede realizzabile all'interno di un codice comportante un numero infinito di semi. La creatività, precisa Prieto, altro non è se non "la possibilità per un soggetto di operare con un sema che per lui sia assolutamente nuovo in quanto sema, ma che venga costituito da una combinazione di monemi a lui noti, fatta secondo regole che gli sono ugualmente familiari"[2].
       È Peralta stesso ad esplicitare il perché e la funzione dei suoi neologismi: "portatori di una visione nuova, inedita, che essi annunciano ponendoci in cammino con la promessa di una rivelazione", finiscono per innestare "un processo creativo che essi stessi contribuiscono ad esplicitare attraverso un metalinguaggio che, nel tentativo di spiegare il loro significato, finisce per tradurre e dare forma a quanto è in essi contenuto" (p. 38). Termini come soaltà, sognagione, kalosfera, spazio antropografico non fanno che supplire "all'insufficienza lessicale, alla mancanza di parole che siano ancelle, angeliche messaggere di un  pensiero nuovo" rivestendo in tal modo una funzione gnoseologica nell'esplorazione della realtà.
       Guglielmo Peralta offre in tal modo una chiara dimostrazione delle potenzialità "inesauribili" insite in quella che James Hillman definisce la "base poetica della mente". Quei neologismi rendono specularmente il mundus imaginalis dell'Autore, che è come dire la sua psiche, stando alla massima fissata da Jung: "l'immagine è psiche"[3]. Schiudono un orizzonte immaginale che richiede facoltà percettive diverse dalla normale percezione sensoriale del mondo empirico, ponendosi in una posizione mediana tra la realtà sensibile e quella intelligibile. Il mundus imaginalis di Peralta viene a configurarsi come la "topologia dell'essere" di cui parla Heidegger[4]. Su di esso irradia la sua luce la soaltà, termine eponimo indicante "l'unione indissolubile tra sogno e realtà" ed indirettamente un ritrovato equilibrio armonico tra coscienza diurna e oniricità. Vediamo dissolversi i nebulosi confini che separano il momento razionale delle certezze sperimentali dal regno oscuro dell'involontario. L'attività autogenerativa dell'anima di Peralta crea così una dimensione di magica sospensione che ricorda, a mio avviso, i grandi pittori visionari dell'Ottocento, come Gustave Moreau. Questi affermava: "Non credo né a quello che tocco né a quello che vedo. Non credo che a quello che non vedo e unicamente a quello  che sento". Sono parole che Peralta potrebbe sottoscrivere nel momento in cui volge lo sguardo "al di là" delle illusorie apparenze fenomeniche, per cui la natura, l'oggetto per eccellenza, si trasforma in soggetto, in "altro da noi", e noi diventiamo nei riguardi di essa oggetto riflettente.
       Quando Peralta precisa che l'introduzione dei neologismi è finalizzata a supplire "all'insufficienza lessicale", rivendica un diritto alla creatività che non può essere garantito dalla finzione - costruzione del linguaggio codificato, da quel monstrum onnivoro, che preclude al parlante qualsiasi possibilità di feed-back. In tal modo egli si pone in linea con le posizioni più avanzate dell'odierna filosofia del linguaggio, pronta a denunciare, come fa Schaff, gli effetti delle determinazioni filogenetiche del linguaggio, per cui questo è il "prodotto" che ha finito per sovrapporsi al "produttore", imponendogli stereotipi, meccaniche semiotiche ed automatismi che lasciano emarginato il sottocodice emotivo[5]. Possono aiutarci a comprendere il senso dello sperimentalismo linguistico di Peralta i passi che qui riportiamo di due autorevoli filosofi del linguaggio: il primo è di Gadamer che richiama l'attenzione sulla "esigenza inappagata della parola giusta"; il secondo è tratto dagli Atti linguistici di Searle. Afferma Gadamer: la parola "è un voler dire, un intendere, sfiorandolo appena, va sempre aldilà di quel che realmente, nella lingua, nelle parole raggiunge l'altro. Un'esigenza inappagata della parola giusta: ecco che cosa costituisce la vera vita e la vera essenza del linguaggio"[6]. Sono estremamente interessanti pure le conclusioni cui approda Searle: "perfino nei casi in cui è di fatto impossibile dire esattamente quel che voglio dire, è possibile, in linea di principio, se non in pratica, aumentare la mia conoscenza della lingua, o più radicalmente, se la lingua o le lingue esistenti non sono adeguate al compito, se esse semplicemente mancano delle risorse per dire quel che voglio dire, posso, perlomeno in teoria, arricchire la lingua introducendovi nuove parole"[7]. La tesi di Searle finisce in un certo senso per legittimare i neologismi introdotti da Peralta facendo apprezzare l'attualità e l'originalità della sua estetica.


[1] M. Della Casa, Lingua Testo Significato, Brescia, La Scuola, 1979, p.19
[2] L. J. Prieto, La sémiologia, in Le langage, a cura di A. Martinet, Paris, 1968, pp. 93-144
[3] The Collected Works of C. G. Yung, New York - London - Princeton, 1957-1979; tr. it. Torino, 1970-1979, vol. XIII, p. 75
[4] Pensiero e poesia, tr. it.  Roma, Armando, 1977, p. 55
[5] A. Schaff, Filosofia del linguaggio, tr. it.  Roma, Editori Riuniti, 1969, pp. 182-83
[6] H. G. Gadamer, I limiti del linguaggio, in Linguaggio, a cura di D. Di Cesare, Bari, Laterza, 2005, p. 71
[7] J. R. Searle, Atti linguistici, tr. it.  di G. R. Cardona, Bollati Boringhieri, 1992, pp. 44-45