mercoledì 16 settembre 2015

Presentazione del libro "Mafia e responsabilità cristiana - Il grido del Cardinale S. Pappalardo" Ed. Prova d'Autore e consegna del Premio " Il Marranzano d'Argento"


Fabio Giallombardo, "La bicicletta volante" (Ed. Autodafè)

di Tommaso Romano

"La bicicletta volante" è opera prima di un docente di lettere al Liceo Classico di San Benedetto del Tronto, Fabio Giallombardo. L'Autore ha vissuto la sua giovinezza, formazione intellettuale e civile a Palermo - è nato nel 1973 a Padova - e della città nel libro, a piene mani, coglie le profonde contraddizioni, la violenza, il degrado, la mafia. Alla maniera di Seneca, il libro si snoda attraverso una lunga e circostanziata lettera che Gaspare Traina scrive al figlio Salvatore, dove si incontrano e si scontrano lacerti di umanità, di sconfitte e di speranze.
La finzione letteraria nasce dall'invio di un manoscritto spedito a un Procuratore, Ettore Toselli, da un tale Fava, dal cardiochirurgo Traina al figlio, pochi giorni dopo l'immatura morte, per un incidente in bicicletta dello stesso Salvatore. Gaspare Traina è figlio, a sua volta, di Achille uno stimato medico coinvolto in pesanti dichiarazioni di un pentito, accusato di essere "il medico della mafia" e poi assolto. Gaspare Traina scrive così il testo a Salvatore, una sorta di autobiografia, per raccontare la sua storia, gli incontri d'amore, la giovanile caparbietà verso un rinnovamento possibile di sé, con l'impegno per i più giovani all'interno di un quartiere popolare, il Capo, si racconta di una convivenza difficile con una giovane prostituta, che diventa la sua amante e il fratello più piccolo. Poi la partenza per Milano, lasciando così la giovane Rosalia.
Su tutto domina la mafia urbana descritta così dall’Autore: "organismo tentacolare capace di lavorare in sinergia con i servizi segreti e con le multinazionali del riciclaggio", nella  commistione ulteriore con la politica. L'Autore denuncia le ambiguità della cittadina borghesia, carica di compromessi e ipocrisie, di vizi che si manifestano tanto subdoli quanto violenti, specie sui bambini, feriti dalla pedofilia, con gli interessi illeciti dominanti. Senza moralismi e facili cadute nella drammaturgia la scrittura di Giallombardo, che ha parentele con il noir di Carofiglio, si intreccia e si distende con un lessico ricercato su più piani narrativi, "a scatole cinesi", dove però è possibile trovare il filo d'Arianna di una sorta di laico apologo, in cui i "vinti" hanno pure una parola. Senza per questo cadere nelle illusioni, anche se appare come probabile la rivincita della giustizia. Intanto, continuando a vivere nella normalità e nel servizio al prossimo, con uno scatto di civile volontà, per fare uscire, in tal modo, anche scrivendo un libro, dallo stato di anestesia in cui continua a trovarsi la Sicilia e raccontando-attraverso personaggi emblematici-volontari, sacerdoti, bambini-coraggio, maestri elementari, la voglia di uscire dal ghetto. L'Autore ci conduce con abilità nel labirinto delle storie che s'incrociano, con incursioni nella lingua madre efficaci (corredate alla fine da utile glossario), ricordando nella lettera, a ritroso, l'idea di testimoniare e combattere per un mondo migliore, per recuperare il filo di un rapporto interrotto e mai espressosi con la totalità dovuta, di Gaspare con il figlio morto.
 Una ricerca introspettiva, insomma, delicata, per riannodare i fili spezzati e i sentimenti e della storia.
Emergono che le figure dei magistrati uccisi dalla mafia, metafore di una realtà complessa e, appunto, labirintica. Comunque non scontata negli esiti finali dell'auspicata risorgenza, della vittoria sulla mafia.
Una frase del libro ci dà poi la chiave per comprendere, letterariamente ma non solo, la consapevolezza e la prospettiva di Giallombardo: "E tutti noi scriviamo solo per narcotizzare, a rendere così sopportabile, la coscienza della nostra infelicità".

lunedì 14 settembre 2015

Presentazione del libro "Mafia e responsabilità cristiana - Il grido del Cardinale S. Pappalardo" Ed. Prova d'Autore e consegna del Premio " Il Marranzano d'Argento"



Una società senza famiglia è destinata a morire

di Domenico Bonvegna

Sono anni, decenni che sento parlare di famiglia sotto assedio, un tema che per certi versi ha un po’ stancato, tuttavia occorre resistere e continuare a combattere, come hanno fatto le tante famiglie cristiane e non, i tanti giovani, le tante persone singole che hanno manifestato il 20 giugno in Piazza S. Giovanni a Roma. Soprattutto oggi che la famiglia forse sta subendo il più forte attacco della sua lunga storia, portato dalle potenti lobby gay attraverso l’ideologia del Gender.
Però non basta resistere, bisogna dare ragione della battaglia che stiamo affrontando, per questo dobbiamo dotarci di buoni strumenti culturali come un buon libro. In questa estate abbiamo scoperto un testo di Pierpaolo Donati,La famiglia. Il genoma che fa vivere la società (Rubbettino, 2013, p. 187). Si tratta di un libro importante, che Marco Invernizzi, dirigente di Alleanza Cattolica, consiglia di leggere e studiare soprattutto agli educatori e a tutti coloro che intendono partecipare a questa autentica battaglia di civiltà.
“La famiglia è - scrive Donati - quell’operatore sociale unico e insostituibile che, mentre educa alle virtù personali, le mette alcontempo al servizio dell’Altro. La famiglia trasforma le virtù personali in virtù sociali. Infatti, è in famiglia che si apprende che la felicità personale dipende dalla felicità dell’altro. È in famiglia che l’individuo umano, fin da piccolo, impara che può essere felice solo se rende felice l’altro”.
Nell’incertezza di oggi, il testo intende rispondere a una domanda fondamentale: “la famiglia è un’istituzione del passato che possiamo modificare secondo i nostri sentimenti, affetti e desideri soggettivi, oppure è una realtà che ha una forma propria, una struttura sui generis, rispetto alla quale si misura il carattere più o meno umanizzante della società?” Dunque  ecco il motivo per cui si parla de “la” famiglia e non de “le” famiglie senza nessuna distinzione. La risposta a questa domanda per Donati non dev’essere solo di considerazioni filosofiche o morali, ma soprattutto occorre dare “ragioni sociologiche per sostenere che la famiglia è una istituzione del futuro e non solo del passato”. Infatti, Pierpaolo Donati, professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi nell’università di Bologna, nel testo offre delle risposte “laiche” e non religiose.
Nonostante i mutamenti in atto, la famiglia rimane una istituzione aperta al futuro. L’argomento forte del professore è che la famiglia ha un suo “genoma” proprio, che “non è biologico, ma sociale”. Purtroppo questo genoma può essere seriamente modificato dalla società stessa, fino a fargli perdere la propria identità, così non abbiamo più la famiglia come genere di beni relazionali, ma qualcos’altro, che non è più famiglia.
Di tutto questo ne risente la società intera che perde la coesione sociale e diventa sempre più alienata. Infatti per Donati, “molti disagi e malesseri individuali e sociali che oggi milioni di persone sperimentano dipendono dal fatto che esse non hanno potuto o saputo ‘essere e fare famiglia’, Spesso - continua Donati – queste persone non ne sono consapevoli, perché ad esse mancano gli strumenti culturali e materiali per perseguire la famiglia come il loro bene più prezioso. Lo desiderano, ma non riescono a realizzarlo”.
Infatti, nell’introduzione del libro, Donati è abbastanza chiaro: “se la famiglia si spezza, anche la società si spezza; se la famiglia diventa liquida, anche la società diventa liquida”. Quindi, “non possiamo lamentarci della frammentazione della società, delle ingiustizie sociali, della povertà, della mancanza di rispetto della dignità umana, se tutto questo proviene dal fatto che la legislazione e le politiche sociali non promuovano la famiglia, ma invece sostengono degli stili di vita che producono precisamente quei mali sociali”.
Inoltre per Donati una legislazione che non riconosce la natura della famiglia produce certamente patologie sociali, è una casualità evidente, attestata ormai da una ampia documentazione scientifica internazionale, che purtroppo viene ancora ignorata dai mass media. Appare chiaro che la famiglia è influenzata dalle forze politiche, economiche, culturali che la governano.
Tuttavia il sociologo è convinto che proprio in questa società post-moderna serve “elaborare una cultura della famiglia che sappia affrontare le sfide odierne dando ragioni per le quali la famiglia è e rimane la fonte e l’origine (fons et origo) della società, il che significa del bene comune da cui dipende anche la felicità delle singole persone”.
Intanto come possiamo realizzare la vera famiglia nel prossimo futuro, visto che la nostra società di oggi sta facendo di tutto per distruggerla e per costruire altre forme di famiglia? Questo attacco contro la famiglia,dura da secoli”, scrive Invernizzi, La modernità infatti le “ha lanciato una sfida mortale” (p. 67), privatizzandola, facendo “implodere il senso del legame famigliare” (p. 68) e facendo “regredire le relazioni famigliari a forme primitive di comunicazione”(M. Invernizzi, La famiglia. Il genoma che fa vivere la società, 17.6.15, comunitambrosian.org)
Il libro di Donati vuole dimostrare che la famiglia nonostante tutti gli scontri e confronti, è una realtà relazionale, al suo interno avviene “il bene relazionale primario”. E’ il tema affrontato nel 4° capitolo, “Senza una visione della coppia come bene relazionale, che richiede di essere compreso e trattato con la ragione relazionale, la famiglia va incontro a grandi delusioni”.
Difatti, l’individuo che viene ’liberato’ dal senso relazionale della famiglia, sperimenta una crescente solitudine”.
Vediamo cosa tratta il sociologo negli altri capitoli, nel 1° cerca di spiegare che la famiglia non è solo luogo di affetti e sentimenti, ma è una relazione sociale. Nel 2° capitolo, Donati risponde alla domanda: dove va la famiglia, come soggetto educativo del XXI secolo? La pluralizzazione delle forme famigliari non dev’essere interpretata come un “crollo” della famiglia. Nel 3° capitolo si affronta il tema dell’identità sessuale che è fondamentale per la famiglia stessa,“in quanto è nella famiglia che la differenza fra maschio e femmina assume il massimo della sua valenza ontologica. Il pensiero umano si regge sulla polarità fra il codice simbolico maschile e quello femminile, senza il quale tutto diventa confuso. La famiglia non esiste senza la differenza sessuale”. A questo proposito il sociologo scrive: “servono nuove idee-guida. Il senso di essere maschi o femmine sta nell’indicare la vocazione originaria della persona umana alla reciprocità interpersonale mediante il dono di sé rispettivamente come uomo e come donna”. Naturalmente questa dualità originaria non deve trasformarsi in divisioni o conflittualità, tantomeno in contrapposizione dialettica.
Infine nell’ultimo capitolo, il 5°, Donati cerca di spiegare come la famiglia non favorisce solo le virtù individuali, ma anche quelle sociali.“Bisogna ri-conoscere (cioè conoscere ex novo) ciò che ‘è’ e ciò che ‘fa’ famiglia”. In conclusione, “la famiglia rimane la sorgente vitale di quelle società che sono più portatrici di futuro. La ragione di ciò è semplice: è dalla famiglia che proviene il capitale umano, spirituale e sociale primario di una società. Il capitale civile della società viene generato proprio dalle virtù uniche e insostituibili della famiglia”.
Infine Donati lancia una proposta politica basata sulla“cittadinanza della famiglia”,secondo cui la famiglia è portatrice di diritti-doveri propri, che vanno al di là di quelli individuali, che lo Stato deve riconoscere, che sono un bene in sé che deve essere ottenuto attraverso le relazioni famigliari.
All’Europa, meglio alla UE, Donati pone una domanda “politica”, che purtroppo nessuna forza politica italiana ha fino a oggi voluto indossare senza riserve: “abbiamo ancora bisogno della famiglia oppure è più conveniente puntare sugli individui, sulle loro preferenze individuali come base della società futura? ” (p. 234).

giovedì 10 settembre 2015

Spiritualita’ & Letteratura tutti i numeri in rete e l’elenco dei Collaboratori dal 1986 al 2015

Spiritualita’ & Letteratura la rivista fondata nel 1986 da Giulio Palumbo, Pietro Mirabile e Tommaso Romano, e ora da questo diretta come collana-aperiodica dalla Fondazione Thule Cultura – www.edizionithule.it – e in rete fino al numero 85. È un importante risultato documentario che offriamo ai lettori e che si deve alla abnegazione della Ns. redazione con un grazie particolare a Giovanni Azzaretto e che mostra l’importanza di questa impresa culturale. Il blog dove leggere tutti i numeri è www.spiritualitaeletteratura.blogspot.it Sullo stesso sito verranno inseriti periodicamente i nuovi numeri della Collana di Spiritualità & Letteratura, con i numeri monografici e i tradizionali fascicoli con testi e poesie, che verranno stampati per chi ne farà richiesta a fondazionethulecultura@gmail.com
Spiritualita’ & Letteratura ha pubblicato testi di : Rosa Giovanna Abbenante, Nino Agnello, Gonzalo Alvarez Garcia, Vanessa Ambrosecchio, Franca Alaimo, Concetta Alesi, Nicola Amabile, Giovanni Amodio, Mario Ancona, Brandisio Andolfi, Elio Andriuoli, Sandro Angelucci, Lina Angioletti, J.K. Annand, Maria Adele Anselmo, Giuseppe Anziano, Ignazio Apolloni, Anna Maria Arace D’Amaro, Gianna Ardizzone, Gaetano Arnò, Francesco Aronadio, Marcella Artusio Raspo, Riccardo Ascoli, Giacinto Auriti, Fernando Bàez, Luca Balducci, Umberto Balistreri, Giuseppe Bagnasco, Ferdinando Banchini, Giorgio Barberi Squarotti, Anna Barbieri Repetti, Rosa Barbieri, Nino Barraco, Renzo Barsacchi, Divo Barsotti, Maria Gloria Bellatti, Silvio Bellezza, Luis Benitez, Rosa Berti Sabbietti, Mariella Bettarini, Maurizio Massimo Bianco, Alberta Bigagli, David Black, Francesco Bonanni di Ocre, Andrea Bonanno, Giovanni Bonanno, Enrica Bonazzi Canepa, Vincenzo Bondì, Anna Maria Bonfiglio, Neuro Bonifazi, Enrico Bonino, Virginia Bonura, Enzo Bonventre, Giuseppe Borghi, Ferruccio Brugnaro, Giuseppe Antonio Brunelli, Pierfranco Bruni, Domenico Bruno, Francesco Bruno, Gesualdo Bufalino, Salvatore Burrafato, Franco Calabrese, Salvatore Calleri, Franca Calzavacca, Francesco Camerini, Duccia Camiciotti, Marcello Camilucci, Angela Campagna, Franco Campegiani, Francesco Maria Cannella, Mariolina Cannila, Giovanni Cappuzzo, Tychon Capri, Domenico Cara, Pino Caracausi, Marina Caracciolo, Antonio Carano, Franco Cardini, Aldo Carpineti, Giuseppe Carruba, Pio Carruba, Salvatore Carta, Mariella Caruso, Gian Cristoforo Casa, Roland Catalano, Maria Clara Cataldi, Maria Giovanna Cataudella, Enzo Cavaricci, Guido Cecchi, Elena Celso Chetoni, Rossella Cerniglia, Emeterio Cerro, El-Mehdi Chaibeddera, Walter Chiappelli, Giovanni Chiellino, Francesco Civiletti, Pietro Civitareale, Dimas Coello, Pascol Colletti, Adalberto Coltelluccio, Enzo Concordi, Felice Conti, Antonio Coppola, Carmelo Maria Cortese, Vittoria Corti, Massimo Costa, Sarino Armando Costa, Lucia Gloria Costanza, Paul Courget, Crisafulli Vincenzo, Giovanni Cristini, Chantal Cros, Maurizio Cucchi, Orazio Cusumano, Sabino D’Acunto, Giovanni D’Aloe, Eusebio Dalì, Fabio Dainotti, Silvia Dai Prà, Gabriele De Giorgi, Irene De Laude Curto, Amalia De Luca, Liana De Luca, Antonio De Marco, Domenico Defelice, Silvano Demarchi, Maria Pia De Martino, Mario Dentone, Antonino De Rosalia, Gigi Dessi, Rosaria Di Donato, Enrica Di Giorgi Lombardo, Elisabetta Di Iaconi, Maria Di Lorenzo, Salvatore Di Marco, Lino Di Stefano, Ninnj Di Stefano Busà, Giovanni Dino, Giuseppe Dino, Arturo Donati, Placido D’Orto, Desmond Egan, Rita Elia, Vittoriano Esposito, Adalpina Fabra Bignardelli,  Patrizia Fanelli, Teresa Fardella, Sara Favarò, Cristina Fei, Ada Felugo, David Fernandez, Piero Ferrari, Giampiero Finocchiaro, Elio Fiore, Fernando Fabio Fiorese Furtrado, Carla Fiorino, Maria Teresa Folliero, Silvana Folliero, Bruno Forte, Giovanna Fozzer, Raffaele Francesca, Melo Freni, Andrew Frisardi, Carmelo Fucarino, Robin Fulton, Giuseppe Fumia, Giovanni Battista Gandolfo, Agostino Gandolfi, Maria Antonina Console Ganguzza, Elmys Garcia Rodriguez, Eraldo Garello, Rosario Mario Gazzelli, Brunero Gennai, Aldo Gerbino, “Getsemani” Gruppo – Palermo, Ubaldo Giacomucci, Rino Giacone, Pino Giacopelli, Renata Gianbene, Daniele Giancane, Anna Maria Giancarli, Francesco Paolo Giannilivigni, Franca Giannola, Antonino Giardina, Giuseppe Giardina, Giovanni Gigliozzi, Gianni Giorgianni, Fabio Girardello, Graziano Giudetti, Elio Giunta, Filippo Giunta,  Francesco Alberto Giunta, Duncan Glen, Giuseppe Gorlani, Rodolfo Gordini, Francesco Grisi, Sandro Gros Pietro, Francesca Guajana, Pino Guarino, Emilio Guaschino, Margherita Guidacci, Pasquale Hamel, Lance Henson, Federico Hòefer, Gianni Ianuale,  Anna Maria Ingria, Ennio Innocenti, Alfio Inserra, Gianfranco Jacobellis, Ernst Jùnger, Mitsuko Kawai, Richard Kell, Mariolina La Monica, Felice Lammardo, Franco Lanza, Liliano Lanzi, Serena Lao, Saverio La Paglia, Giuseppe La Russa, Giacinta Latino, Carmelo Lauretta, Maria Grazia Lenisa, Flavia Lepre, Salvatore Li Bassi, Enzo Li Mandri, Licia Liotta, Alejandrina Ketty Lis, Maria Teresa Liuzzo, Lidia Esther Lobaiza de Rivera,  Stefano Lo Cicero, Franco Loi, Rosario Lo Verne, Galileo Lombardi, Piero Longo, Lemus Virgilio Lòpez, Sandra Lucarelli, Luciano Luisi, Giuseppina Luongo Bartolini, Daniele Lupo, Francesca Luzzio, Giuseppe Macchiarella, Alessio Maestri, Pasquale Maffeo, Dante Maffia, Leo Magnino, Valerio Magrelli, Luigi Maniscalco Basile, Carmine Manzi, Gian Ruggero Manzoni, Riccardo Marchi, Giovanna Markus, Biagia Marniti, Antonio Martorana, Grazia Marzulli, Rosalba Masone Beltrame, Michele Massiglia, Antonio Mastropaolo, Giovanni Matta, Vito Mauro, Siro Mazza, Renzo Mazzone,  Miguel Oscar Menassa, Assunta Maria Menchinelli, Vittorio Messeri, Carmelo Mezzasalma, Guido Miano, Michele Miano, Maria Elena Mignosi Picone, Elena Milesi, Pietro Mirabile, Ester Monachino, Adriana Mondo, Vincenzo Monforte, Antonella Montalbano, Valeria Montaruli, Giovanni Monti, Pierino Montini, Franco Morandi, Massimo Morasso, Tommaso Moro, Nino Muccioli, Emanuele Muscolino, Maria Musotto, Renato Nale, Elisabetta Nascè, Maria Pina Natale, Walter Nesti, Adriana Notte, Pippo Oddo, Giancarlo Oli, Rossano Onano, Salvatore Orilia, Elisa Orsez Grillone, Padre Pio da Pietrelcina, Giuseppe Pace, Guido Pagliarino, Egle Palazzolo, Giulio Palumbo, Virginia Palumbo, Gaetano Pampallona, Roberto Panasini, Rina Pandolfo, Silvano Panunzio, Ernesto Papandrea, Salvatore Pappalardo, Gilberto Paraschiva, Pierre Pascal, Giuseppe Passamonte, Gisella Pasarelli, Domenico Passantino, Roberto Pazzi, Mike Peirano, Rosalba Pelle, Peppino Pellegrino, Guglielmo Peralta, Teresinka Pereira, Leicecy Pereira Darneles, Adriano Peritore, Raffaele Perrotta, Claudio Pestarino, Giuseppe Petralia, Luigi Picchi, Rosaria Picone, Renato Pigliacampo, Antonio, Piromalli, Carmelo Pirrera, Maria Antonietta Pirrotta, Juna Rosa Pita, Benito Juan Luis Pla, Giorgio Poli, Adrian Popescu, Hugh Probyn, Davide Puccini, Sergio Quinzio, Lionello Rabatti, Paolo Ragni, Aurora Ranieri, Antonino Rapisarda, Anna Repetti Barbieri, Aurelio Repetti, Gianni Rescigno, Rolando Revagliatti, Renzo Ricchi, Lina Riccobene, Rosaria Ines Riccobene, Franca Righi, Rolando Rivagliati, Elisa Roccazzella, Italo Rocco, Tilde Rocco, Elmys Rodriguez Garcia, Gianfranco Romagnoli, Giovanni Romano, Maria Caterina Romano, Nicola Romano, Tommaso Romano, Gabriele Romeo, Massimiliano Rosito, Christina Rossetti, Salvatore Rossi, Vincenzo Rossi, Giuseppe Rovella, Paolo Ruffilli, Peter Russell, Antonino Russo, Vincenzo Russo, Anna Maria Saccà, Giovanni Sacco, Pietro Sacco, Itala Sacco Giglio, Sebastiano Saglimbeni, Antonino Sala, Marcello Salemi, Giovanni Salerno, Gaetano Salveti, Ida Salvo, Lara Sanjakdar, Giorgio Santangelo, Mario Santoro, Benito Sarda, Michele Sarrica,  Marco Scalabrino, Giacinto Arturo Scaltriti, Adriana Scarpa, Veniero Scarselli, Emanuele Schembari, Luis Schnitann, Giuseppe Maria Sciacca, Giovanna Sciacchitano, Elvira Sciurba, Lorenzo Sena, Emilio Servadio, Giovanni Sevans, Curro Sevilla, Silvestro Silvestri, Piera Simeoni Scialanca, Mario Sciortino, Fininzia Scivittaro, Biagio Scrimizzi, Marcello Scurria, Francesca Simonetti, Susanna Soiffer, Antonio Spagnuolo, Santino Spartà, Ciro Spataro, Maria Luisa Spaziani, William Stafford, Arina Takashi, Luigi Tallarico, Orazio Tanelli, Emilio Paolo Taormina, Liliana Tedeschi, Massimiliano Testa, Selim Tietto, Francis Tiso, Teresa Titomalnlio, Patrizia Tocci, Francesco Saverio Tolone, Pino Tona, Gianluca Torti, Pino Tosca, Elide Triolo, Gilda Trisolini, Tryggve Edmond, Luca Tumminello, Domenico Turco, Fabio Tutrone, Mario Varesi, Alberto Varvaro, Turi Vasile, Piero Vassallo, Francesca Vella, Anna Ventura, Giusi Verbaro, Raymond Vettese, Vittorio Vettori, Pio Vigo, Stefano Vilardo, Gloria Weber, Simon Weil, Peter Paul Wiplinger, Carlos Chacòn Zaldivar, Lucio Zaniboni, Jose Alain Zegarra, Lucio Zinna, C. G. Zonghi Spontini, Carlos Arànguiz Zùniga.

mercoledì 9 settembre 2015

Può amare chi non è amato? Sulla tracce del “Frankenstein” di Mary Shelley

di Luca Fumagalli

Il rischio che corre un grande classico della letteratura occidentale come il Frankestein di Mary Shelley è quello di perdere la propria identità con il passare del tempo. Dalle varianti cartacee alle rivisitazioni cinematografiche, la riproposizione martellante di un soggetto così celebre corre il grave rischio di ridursi a conato consumistico. In altre parole, limitato a figurina da scambiare o da esibire nel qualunquismo quotidiano, è come se si privasse di mordente, subdolamente defraudato di ogni ricchezza. Il romanzo, una delle prove più brillanti del cosiddetto genere “gotico”, macerato in tante riproposizioni infedeli ed eterodosse, langue sul fondo della coscienza collettiva, conosciuto superficialmente ma raramente compreso.
Eppure, ripercorrendo le pagine del libro, il lettore viene investito da una serie impressionante di stimoli, brillanti intuizioni che hanno il sapore di un’esperienza drammaticamente attuale. La storia tormentata dello scienziato ginevrino e della sua creatura, frutto di esperimenti mefistofelici, è infatti una brillante allegoria della condizione umana, così riuscita da amalgamarsi con singolare efficacia al pastiche narrativo di un testo fluente e gradevole. Ogni parola, centellinata sapientemente dall’autrice, non dà mai l’impressione della casualità, ma partecipa a comporre quel significato globale di cui è testimone.
Tra momenti epistolari, dialoghi profondi e colpi di scena, la trama si dipana ininterrotta, impegnata a seguire la parabola umana dello sfortunato protagonista, un uomo che con il lavoro delle proprie mani ha prodotto la dannazione per sé e per i suoi famigliari. Anche le occasionali digressioni, non solo non disorientano chi legge, ma contribuiscono a rafforzare la trama di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1818 (del 1831 è l’edizione definitiva).
Nato quasi per caso, da una sfida letteraria tra Mary, il marito, Byron e Polidori, Frankenstein rivisita in senso moderno il mito di Prometeo di cui si fa esplicita menzione nel sottotitolo (Il Prometeo moderno). La figura del mitico usurpatore del fuoco è diventata nel corso dei secoli uno dei simboli del libero pensiero, della massoneria e, più in generale, della contestazione alla tradizione cristiana. Colui che porta il fuoco, il “lucifero” che sfida l’ira degli dei, è l’emblema dell’uomo contemporaneo, un essere egoisticamente ripiegato su se stesso che ingenuamente crede di aver reciso ogni legame con credenze e fantasie del passato. La modernità è il trionfo di un io che, per citare il frusto motto nichilista, si è ribellato a Dio e lo ha ucciso.
Il moderno Prometeo del romanzo della Shelley è il giovane Victor Frankenstein. Studioso appassionato ma asistematico, la sua curiosità insaziabile lo porta presto a interessarsi di autori “irregolari” come Cornelio Agrippa, Paracelso e Albero Magno. L’infatuazione per le loro idee alchemiche, frutto di una commistione tra scienza e magia, è il motore che lo spinge, qualche anno dopo, a tentare l’impensabile: donare la vita a un cadavere. Accecato dalla prospettiva degli onori accademici e dei riconoscimenti scientifici, Victor non si rende conto dell’errore che sta commettendo. Così, dopo mesi di duro lavoro, una notte prende finalmente vita la creatura, un orrendo mostro dal volto sfigurato e dalla statura gigante; incapace di articolare parola, tutto ciòche esce dalla sua bocca distorta sono solo orribili grugniti.
Il peccato di chi ha osato sfidare la legge di natura ha partorito un abominio. La creatura, riflesso della condizione umana, cerca un rapporto di affetto con colui che prende a chiamare, con timore reverenziale, “il creatore”. Davanti al rifiuto dello scienziato, atterrito da una bruttezza che scambia per malvagità, ad essa non resta che fuggire dal laboratorio e cercare altrove quell’affetto a cui la spinge un cuore gonfio di desiderio. In ogni dove, però, si ripresenta lo stesso amaro copione: chiunque posi gli occhi sul suo volto deforme è impietrito dalla paura. Anche quando la creatura impara da autodidatta a leggere e scrivere acquisendo un buon bagaglio culturale, quell’assaggio di pace, testimonianza della bellezza della vita, le è precluso. Davanti al rifiuto di un mondo incapace di guardare oltre le orribili apparenze, l’isolamento è l’unica soluzione. Presto, però, la solitudine e il rifiuto si tramutano in odio. L’ombra della vendetta oscura il suo cuore che, disperato e gonfio di rimorso, spinge la creatura a tormentare Frankenstein, lasciando dietro di sé una lunga scia di cadaveri.
In una lotta titanica che lo stesso essere paragona alla ribellione di Satana, si consuma il dramma bifronte del romanzo. Anch’essa prometeica nella sua risoluzione di chiudere i conti con il proprio creatore, la creatura vive la triste condizione di essere ridotta a mostro da una società ancora più mostruosa. Una realtà triste e abietta come quella descritta nel romanzo non è in grado di cogliere la positività di un valore oggettivo che si cela dietro un aspetto ripugnante. Citando Florenskij, è come se mancasse quello sguardo ampio capace di abbracciare l’esistenza all’interno di un orizzonte unico. La meschinità genera meschinità e la creatura si trova avviluppata in un vortice di disperazione devastante, privata dalle circostanze sia dell’amicizia che di uno scopo che sorregga la sua vita. È un rifiuto, uno scarto dell’esistenza che non può trovare consolazione neanche nella benevolenza di un padre. Così, dopo aver sporcato le sue mani col sangue di molti innocenti, si ritira in un volontario esilio polare, disgustata per ciò che ha fatto, piangendo lacrime amare per un odio che naturalmente non gli appartiene.
Alla fine del libro, giunti alla conclusione, il lettore rimane con l’amaro in bocca per una soluzione impossibile. I danni che ha prodotto la sciagurata ambizione di Frankenstein non sono emendabili, non si può riavvolgere la storia. L’unica speranza sono le parole di perdono che lo scienziato rivolge in punto di morte a un cielo che ha tradito. Invoca il Paradiso con fiducia, potendo confidare – almeno lui – in un creatore disposto ad amarlo oltre ogni umano limite.

lunedì 7 settembre 2015

Una seducente storia d’Italia

di Lino Di Stefano

L’Autore del volume di cui stiamo per occuparci – ‘…Libera e una!’ (Thule, Palermo, 2015) – si chiama Corrado Camizzi e senza indulgere a sedicenti encomi, egli non ha, certo, bisogno di presentazioni essendo la tua attività scientifica, nella fattispecie storiografica, conosciuta non solo per la sua attività, appunto di storico, ma anche per i suoi interessi pedagogico-speculativi, coltivati, in particolare, per alcuni temi scolastici, soprattutto gentiliani.
   Questa volta il docente emiliano è tornato ai motivi cari alla Musa della storia, Clio, con un ampio ed articolato affresco relativo alle complesse vicende che portarono la penisola alla sua unità dopo tanti sacrifici e dopo molte sofferenze. Giustamente, il Prefatore, Giulio Vignoli – docente di Diritto europeo e storico anche lui – ha definito il lavoro di Camizzi  “un libro che opportuno, è un sasso nello stagno putrido di questa Italia sordida e vile, che pare non avere più una meta”.
   Corrado Camizzi intitola il primo capitolo della sua preziosa ricerca, ‘La Nazione’, termine, com’è noto, quasi sconosciuto nell’Italia di oggi stante l’uso e l’abuso del vocabolo ‘Paese’, poco adatto, a nostro giudizio, ad esprimere la vera identità di un popolo visto, altresì, che la Nazione è la comunanza di cultura e di lingua alla quale vanno aggiunti i fattori geografici , storici, economici, giuridici etc., fermo restando, scrive l’Autore, che l’Italia “come ‘nazione culturale’ è ben più antica della ‘nazione politica’”.
   E, al riguardo, egli cita non solo autori italiani come Dante, Petrarca, Cuoco e Mazzini, ma anche scrittori stranieri come Herder ed altri; a questo punto, sebbene Gramsci ritenga che si possa parlare solo di ‘Età della Rivoluzione francese’, Camizzi intesta un altro suo capitolo esattamente, ‘L’età del Risorgimento’ circoscrivendolo, opportunamente, tra inizi Settecento e prima metà del Novecento non senza definirlo “risveglio della coscienza nazionale”.
Quantunque  l’eminente storico Gioacchino Volpe considerasse fattore centrale del Risorgimento non tanto la creazione dello stato unitario, bensì quella realtà voluta dal popolo italiano; in definitiva, per lo storico abruzzese, il Risorgimento “fu una conquista degli Italiani su se stessi, prima ancora che non sugli stranieri”. A questo punto,  Corrado Camizzi affronta anche il problema del Settecento individuando nelle  riforme e nei grandi autori - quali Goldoni, Alfieri, Parini, Muratori e Giannone ed altri scrittori – i pròdromi del risveglio nazionale.
   Riconoscendo, inoltre, il positivo ruolo svolto dagli Stati italiani, segnatamente il Piemonte, per una collaborazione fra cultura e politica in vista del risveglio nazionale; ora l’Autore, entrando ‘in medias res’, affronta una questione capitale per l’Italia e per l’Europa e vale a dire l’Illuminismo italiano avente come centri principali Milano, Firenze e Napoli con esiti considerevoli sia sul piano letterario, sia nella sfera artistica e filosofica.
   Anche in questo caso, l’Italia si trovò al centro di tale importante fenomeno e ciò vuoi per il generale clima di rinnovamento che agitò le Nazioni più civili dell’Europa, vuoi per la nascita, nella penisola,  di Circoli  di prestigio come, ad esempio, ‘Il Caffè’, vuoi, ancora, per la presenza di studiosi di grande levatura come i fratelli Verri, Cesare Beccaria,  geniali avventurieri quali Casanova, Cagliostro e Gorani e, naturalmente, la celebre triade formata da Goldoni, Alfieri e Parini.
   L’Autore, nella sua ampia ricerca, affronta, altresì, moltissime altre questioni storiografiche non escluse  Restaurazione e Controrivoluzione tenuto conto, son sue parole, che “il pensiero controrivoluzionario dell’Ottocento fu radicalmente conservatore anche a costo d’ignorare completamente i mutamenti politico-sociali e culturali che si erano verificati a cavallo dei due secoli”. E, qui, egli cita due autori  ovverosia Monaldo Leopardi, padre del poeta, e Clemente Solaro della Margherita; anche le Società Segrete non sfuggono alle indagini di Camizzi il quale fa esplicito riferimento ai vari martiri Santarosa, Morelli, Silvati, Pellico e Maroncelli .
   Da qui, il passo alla cultura romantica è breve considerato che l’Autore discute, con cognizione di causa, dei vari movimenti che agitarono il periodo e degli uomini preposti alla formazione degli Italiani e della Nazione: Foscolo, Rosmini, Lambruschini, Mazzini, Gioberti, Tommaseo e tanti altri. Ecco perché occorreva attuare le riforme senza le quali l’unità non si sarebbe realizzata.
   Ed eccoci giunti al famigerato ‘48 che tante speranze suscitò negli Italiani specialmente quando Carlo Alberto impegnò la propria dinastia in vista dei futuri destini della patria italiana ad onta degli ostacoli frapposti dal Papa e dall’intero Stato pontificio ; per fortuna, i fatti andarono per il verso giusto con l’unità realizzata sotto il vessillo del ‘mito sabaudo’ non senza qualche dolorosissimo sacrificio come la cessione di Nizza e del suo territorio alla Francia.
   Sicché si può con concludere, con l’Autore, che “la formazione dello Stato nazionale in Italia è, forse, insieme con l’unificazione tedesca, il fatto di maggiore portata europea del XIX secolo”; senza nessuno stupore, egli continua, se “attorno all’Italia del Risorgimento si concentrò, specialmente nel cinquantennio fra il 1820 e il 1870, il vario interesse dei sovrani e dell’opinione pubblica europea”. Ciononostante, molti problemi rimasero irrisolti ad iniziare dalla ‘questione romana’ dato che Roma era destinata a diventare capitale della Nazione.
   Nel ‘70’, poi, la questione si risolverà mentre resterà sul tappeto il problema del Mezzogiorno risalente al Medioevo e, se si vuole, anche ad epoche antecedenti. Comunque, alla fine, tutto si risolse sebbene restassero fuori dai confini nazionali le cosiddette ‘terre irrendente’. Nelle pagine finali del suo pregevole saggio, l’Autore riporta, al riguardo, anche giudizi di studiosi stranieri.
 Come, ad esempio, Pecout, Michels e Vossler non esclusi i nostri Salvatorelli – il quale riteneva che il Risorgimento iniziasse nel ‘700 –  Maturi che parlava di Risorgimento come mito etico-politico e  Croce per il quale non vi fu scadimento di tono tra l’Italia risorgimentale e quella unitaria. A questo punto, accomiatandosi dal lettore, Corrado Camizzi  chiude le sue riflessioni sul Risorgimento facendo sue le tesi del grande storico Gioacchino Volpe.
   Secondo quest’ultimo ed altri studiosi, infatti, il Risorgimento fu un fenomeno prettamente italiano in quanto i sintomi sono rintracciabili attraverso i secoli visto che il concetto di ‘Nazione italiana’, in senso culturale, era presente nella mente delle persone più preparate fin dai primi anni dell’XI secolo. Non essendo possibile esaurire nell’ambito di un articolo l’intima ricchezza del volume di Corrado Camizzi, aggiungiamo che esso è stato ben concepito ed  altrettanto diligentemente sviscerato in tutte le sue parti.
     Anche, è doveroso sottolinearlo, con la dimostrazione, da parte dell’Autore, di un grande amore per la propria patria, termine, quest’ultimo, rifiutato dagli Italiani per una presunta ed errata convinzione di  richiami a fantasmi nazionalistici, laddove esso indica sempre e semplicemente la terra dei padri.