sabato 9 gennaio 2016

Rendiconti Critici / 1

Pubblichiamo recensioni e interventi critici sulla raccolta di poesie “Anima all’alba” edito da Thule di Maria Patrizia Allotta, raccolti in un quaderno della nuova serie dal titolo “Rendiconti Critici “ che ospiterà raccolte di articoli a autori o recensioni e saggi su singoli autori non necessariamente pubblicati da Thule. Riportiamo di seguito il recentissimo giudizio espresso dall’autorevolissimo critico letterario Giorgio Barberi Squarotti sul volume della poetessa palermitana: ”Raffinato e luminoso è il lirismo di  Maria Patrizia Allotta,che tende all’essenziale visione statica, alla sentenza commossa e sapiente delle vicende delle stagioni”. 

Angelo Scola, "Non dimentichiamoci di Dio" (Ed. Rizzoli)

L'attualità della difesa della libertà religiosa

di Domenico Bonvegna

Il tema delle persecuzioni religiose soprattutto nei confronti dei cristiani, richiama quello fondamentale della libertà religiosa, che deve diventare libertà realizzata, posta a capo della scala dei diritti fondamentali, senza questa libertà, tutta la scala è destinata a crollare. La libertà di fedi e di culture e politica non è minacciata solo nei Paesi dittatoriali o in quelli a maggioranza musulmana, ma anche nelle società democratiche, plurali. Pertanto la libertà religiosa e culturale si presenta come la più sensibile cartina di tornasole del grado di civiltà delle nostre società odierne.
L'attualità del tema è stato affrontato qualche anno fa dal cardinale Angelo Scola, in occasione di un discorso rivolto alla città di Milano per la festa di Sant'Ambrogio e in particolare anche per 1700 anni del cosiddetto “Editto di Milano”. Ne è nato un agile libretto pubblicato da Rizzoli nel 2013, col titolo: “Non dimentichiamoci di Dio”, sottotitolo: “Libertà di fedi, di culture e politica”. “La questione della libertà religiosa, - scrive il cardinale nella prefazione- intimamente connessa a quella della libertà di coscienza, si rivela oggi cruciale oltre che per lo sviluppo delle società occidentali, anche per l'evoluzione pacifica del loro rapporto con l'Asia, l'Africa e l'America Latina”.
Per il cardinale Scola il XVII centenario dell'Editto di Milano è un'occasione per riflettere in questo mondo tanto travagliato e complesso. Dopo la persecuzione dei cristiani da parte degli imperatori romani, arriva la svolta di Licino e Costantino. L'Editto di Milano del 313, in realtà, rappresenta una svolta epocale, perchè segna l'initium libertatis dell'uomo moderno,“l'alba della libertà religiosa”,“pur nei limiti oggettivi della mentalità del tempo”. Naturalmente perché questa libertà non apparisse un privilegio solo per i cristiani, fu riconosciuta a tutti indistintamente. Così che Eusebio da Cesarea poteva scrivere che, “tutti gli uomini furono quindi liberati dalle angherie dei tiranni e, sollevati dai mali del tempo...”.
Anche se l'Editto, per certi versi, rappresenta un “inizio mancato”, “gli avvenimenti che seguirono, infatti, aprirono una storia lunga e travagliata”, scrive il cardinale Scola. ”Nel rapporto tra Stato e Chiesa insorsero presto due tentazioni reciproche: per lo Stato quella di usare la Chiesa come instrumentum regni e per la Chiesa quella di utilizzare lo Stato come instrumentum salvationis.
Il cardinale nel libro ripercorre per sommi capi, il cammino travagliato della libertà religiosa, fino al Concilio Vaticano II, a San Giovanni Paolo II a papa Benedetto XVI.
Il testo si sofferma sui “nodi” della questione, facendo riferimento sia alle società occidentali che a quelle dove la libertà religiosa e culturale sono violate.
Interessanti le indicazioni storiche come quelle riguardanti il Medioevo, le tesi di  San Tommaso e poi la cosiddetta Riforma Protestante, che paradossalmente ha portato al soggiogamento della religione nei confronti del potere statale. Infatti per Scola, il Protestantesimo,“Lungi dal favorire una ripresa della 'libertà religiosa', conduce a un irrigidimento della commistione tra potere politico e potere religioso che sfocerà nelle guerre di religione”.
Prima della Dignitatis humanae, fa riferimento al Magistero di Pio VI, Gregorio XVI, Pio IX e Leone XIII. Questi Papi, seguendo la lettura del teologo spagnolo Del Pozo, anche se “si opposero al laicismo, alla proclamazione dell'autonomia dell'individuo e della società in relazione a Dio e alla sua Chiesa. Ma non negarono la libertà di cui deve godere l'uomo di fronte allo Stato per cercare la verità su Dio[...]”.
Pertanto con la dichiarazione conciliare, la Dignitatis humanae, si trasferisce il tema della libertà religiosa dalla nozione di verità a quella dei diritti della persona umana. Se l'errore non ha diritti, una persona ha dei diritti anche quando sbaglia. Chiaramente non si tratta di un diritto al cospetto di Dio; è un diritto rispetto ad altre persone, alla comunità e allo Stato”.
Il cardinale si sofferma sul magistero di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in particolare di quest'ultimo riporta le parole del 2005 in riguardo al discorso sulla corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II, qui Papa Ratzinger tra l'altro scrive, la Chiesa, oltre a trovarsi in sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso, si trova con quello dei“Martiri, con i martiri di tutti i tempi. La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (cfr. 1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professione della propria fede- una professione che da nessuno Stato può essere imposta [...]”.
Al 4° capitolo il cardinale si occupa della persecuzione violenta su base religiosa in diversi Paesi del mondo, affermando che “parlare oggi di libertà religiosa significa affrontare un'emergenza che va sempre più assumendo un carattere globale”. Monsignor Scola auspica che nei Paesi dove prevale la religione di Stato, dove ancora non si è scoperto il valore dell'aconfessionalità dello Stato, si cominci a promuovere e a incoraggiare il pluralismo religioso e l'apertura a tutte le espressioni religiose, cominciando con l'abrogare le leggi che puniscono anche penalmente la blasfemia”. Come in Pakistan, dove la povera Asia Bibi ancora marcisce in carcere duro.
Il cardinale nel suo studio, cita l'associazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che ogni anno stila un Rapporto sull'enorme quantità di violazione dei diritti umani e della libertà religiosa nel mondo. Inoltre il testo affronta altre questioni legate sempre alla libertà religiosa, come quelle del cosiddetto Stato laico e neutrale, di fronte alle opzioni religiose. In particolare monsignor Scola si riferisce al modello francese della laicitè, che spesso impone vincoli alla religione e nello stesso tempo fa aumentare i conflitti sia religiosi che sociali. Un altro nodo da affrontare è quello del giudizio morale sulle leggi che questi Stati applicano. Infine il cardinale auspica una sana laicità dello Stato, o “aconfessionalità” effettiva, “in cui lo Stato non faccia propria nessuna delle identità culturali, degli interessi, delle aspettative dei soggetti che abitano la società, ma invece apra e renda equamente praticabile a tutti i soggetti civili lo spazio pubblico del confronto e della deliberazione”. E qui Scola tende per la soluzione “anglosassone”, in particolare quella americana, dove le diverse identità entrano in comunicazione in una leale dialettica di riconoscimento e anche di competizione, regolata dal potere pubblico.


venerdì 8 gennaio 2016

Giulio Alfano, "Falangismo e Fascismo" (Ed. Solfanelli)

RAFFRONTO FRA DUE REGIMI
di Lino Di Stefano

   In un saggio di non grandi dimensioni, ma denso e significativo – ‘Falangismo e Fascismo’ (Solfanelli, Chieti, 2015) – lo studioso romano Giulio Alfano, cattedratico di Filosofia politica ed Etica politica presso la Facoltà di Filosofia alla Pontificia Università Lateranense – ci fa dono di una bella ricerca mettendo a confronto due note esperienze politiche del Novecento e vale a dire il regime impostosi in Italia nella prima metà del Novecento e quello affermatosi in Spagna più o meno nello stesso periodo, ma di più lunga durata.
   Il sistema iberico, prima dell’avvento di Francisco Franco, fu iniziato, com’è noto, da José Antonio Primo de Rivera come reazione alla vittoria del Fronte popolare nel 1936; a seguito dei gravi disordini, uno dei quali portò alla morte di un esponente del Fronte, per mano di un seguace della Falange, quest’ultima fu messa al bando e il suo capo fu fucilato. Da qui, lo scoppio della guerra civile che vide la vittoria del generale Franco.
   Il quale unificò, organicamente, in una sola formazione, il proprio movimento - la Falange ufficiale – ed altri gruppi minori mercé un programma ricalcante le posizioni più conservatrici del Fascismo di Mussolini e del Cattolicesimo più tradizionalista. In questa maniera, ‘El Movimiento Nacional, osserva Alfano, rimase “l’unico partito politico permesso in Spagna e anche l’unico canale di partecipazione alla vita pubblica di quel paese.
 A questo punto, mentre la Falange basava il proprio progetto sul Sindacalismo popolare, sull’autogestione, sulla nazionalizzazione delle banche, sullo Stato laico - che riconosceva l’importanza del Cattolicesimo - sull’anticomunismo nonché su alcuni rilievi al Corporativismo, il Fascismo italiano, dal suo canto, adottò tali princìpi solo durante il breve periodo della Repubblica sociale.
   L’Italia fascista, comunque, nel 1936, conquistò il suo Impero coloniale, ma l’entrata in guerra, nel ’40, di fianco alla Germania, vanificò, a seguito della sconfitta militare, tutte le conquiste tradotte in realtà, subendo, altresì, molti tagli territoriali; Franco, da parte sua, non facendosi sedurre dalla seconda guerra mondiale, restò al potere fino alla morte avvenuta nel 1975 anche perché appena uscito dalla cruenta guerra civile.
   Chiarisce, al riguardo, Giulio Alfano, d’accordo con altri storici, sottolineando, giustamente, a nostro giudizio, che, in sostanza, il Falangismo non fu altro che franchismo, nel senso, cioè, che esso, parole dell’Autore del libro, “non fu una vera dittatura bensì un regime autoritario e non già totalitario, come invece nel caso del Fascismo italiano. Da qui, la profonda differenza fra i due sistemi politici.
   Nell’ultima parte del suo lavoro, Giulio Alfano ricostruisce le laboriose e complicate vicende che sfociarono nel colpo di Stato del 25 luglio 1943, allorquando, cioè, il Re, terminata la seduta del Gran Consiglio, nominò Capo del Governo il Maresciallo Pietro Badoglio il quale agì pure, in senso contrario allo Statuto.
 Va, inoltre, ricordato che quest’ultimo, scrive lo studioso romano, “ancora nel 1944 (…) era formalmente in vigore e costituiva principio dell’ordinamento giuridico la dichiarazione secondo la quale ‘la Nazione italiana si realizza integralmente nello Stato Fascista’”, senza parlare di altre colossali violazioni messe in atto dal Re e dal suo Primo Ministro.
   Chi intende conoscere i retroscena politici del Fascismo e del Falangismo, non può prescindere dalla breve, ma succosa ricostruzione operata, con precisione, chiarezza e serenità dallo studioso Giulio Alfano.
  
  

   

lunedì 4 gennaio 2016

Giorgio Bàrberi Squarotti, "Le Avventure dell'anima" (Ed. Thule)

di Guglielmo Peralta

     
Le poesie che compongono questa silloge sono state scritte tra il 1998 e il 2013: in un arco di tempo di 15 anni, ma a distanza di 38 e di 53 anni dalla pubblicazione, nel 1960, del saggio "Astrazione e realtà". Ebbene, ritroviamo in questa raccolta quei poli opposti che costituiscono ancora oggi la visione del mondo di Giorgio Bàrberi Squarotti. Tuttavia, si tratta di un'opposizione solo apparente perché i poli suggeriscono la rotondità di una visione che non è solo concezione, interpretazione, astrazione, immagine del mondo ma anche un guardare, un "vedere accanto a sé e fuori di sé quello che è la verità sull'esistenza".[1] In sostanza, il pensiero non si priva della compagnia degli occhi, della loro oggettività, e la vista, a sua volta, si lascia "impressionare" dal pensiero assumendone l'impronta, il taglio, il tratto immaginifico, per cui la realtà appare trasfigurata. Ma ciò che unisce pensiero e sguardo è la letteratura, senza la quale "l'uomo sarebbe meno capace di 'vedere' e di capire sé stesso e il mondo".[2] E il mondo come astrazione e realtà è letteratura, e questa è vita che vuole comprendersi e comprendere; sempre pronta alla lotta, all'avventura, senza mai concedersi interamente al realismo o all'idealismo, all'attrazione o all'astrazione. Perché 'vivere' non è mangiare con gli occhi la realtà, la cui conoscenza non può prescindere dal sogno o immaginazione, e il sogno è questione d'anima, la quale pure deve "avventurarsi" arricchirsi dei nuovi accadimenti, di ciò che è a venire, senza chiudersi in sé o trincerarsi nel passato, ma stando invece al passo col presente e aperta al futuro. "Le avventure dell'anima" sono i percorsi  della vita reale, le sue peregrinazioni e i suoi incontri, il suo stare accanto alle cose, agli oggetti, agli eventi senza doverli assorbire, fagocitare e dissolvere dentro di sé, nella coscienza, anche perché, come ha argomentato Husserl nella sua opera "Idee per una fenomenologia pura", gli oggetti sono di diversa natura rispetto alla coscienza, alla quale, tuttavia, va riconosciuto il diritto di esistere come coscienza d'altro da sé, diritto che essa può esercitare con un atto d'«intenzionalità» che le consenta di prendere posto nel reale senza estromettere da questo la componente del sogno ma, anzi, convivendo con entrambe le realtà per una più completa e vera conoscenza.
      Leggere la realtà non è osservarla come in un fermo immagine, ma renderla dinamica attraverso le proprie esperienze vissute, investendola, arricchendola del tempo trascorso: dei ricordi, delle emozioni, dei sentimenti e delle "astrazioni" che essa stessa offre nel corso della vita. Significa ri-visitarla con la leggerezza che solo l'anima può darle adagiandovi o facendovi scorrere una serie d'immagini, di sogni anche grotteschi, straniati, fantastici, seducenti; mai però del tutto erotici, nonostante: "le due ragazze fradice di pioggia" che "si baciano e si spogliano"[3]; "la ragazza/ appoggiata alla statua dell'Inverno/ (...) bene aperta/ la camicia celeste"[4]; "e venne alacre un vento che la scosse/ tutta, i veli abbrunati le strappò/ di dosso, ed anche la fascia crudele/che le stringeva le mammelle"[5]; "Negli artigli/ delicati teneva la ragazza/ tutta nuda"[6]. In molti altri testi, specie in quelli datati 2013, ricorre l'immagine di fanciulle nude o discinte. Si tratta di "visioni" inserite in un universo poetico e perciò sublimate, trasfigurate, o ridimensionate, attenuate negli aspetti più voluttuosi da un gustoso umorismo e da un tocco leggero d'ironia. L'espressione "la ragazza nuda" è un motivo ricorrente nell'intera raccolta e può considerarsi un segno, un distintivo che può ricondurre al suo Autore (come avviene in presenza di un hápax legómenon che, al contrario, è forma linguistica che compare una sola volta nell'ambito di un testo e ne consente l'attribuzione della paternità). In Squarotti, quell'espressione, anche se non rara, è figura specifica, caratteristica del suo "vocabolario" onirico.
      La realtà, qui, sebbene colta nella sua quotidianità, cessa di essere i luoghi, le cose, i personaggi calati nel presente e nella loro corporeità perché su di essa si distende il velo dei ricordi e le immagini vi scorrono come in un film. E la realtà si fa pellicola attraverso il racconto poetico e tutto si trasfigura e rivive, malinconicamente, nei percorsi dell'anima. La "narrazione" è trasversale a tutta la silloge e procede per epifanie, le quali appartengono alla memoria, sono sue proiezioni, sue rappresentazioni non suscitate dalla memoria involontaria, dagli incontri occasionali con cui la realtà, a volte, ci sorprende, dal venirci incontro delle cose che, d'un tratto, a noi si manifestano rivelandoci nuovi aspetti della loro natura. E queste epifanie, a loro volta, epifanizzano la realtà presente, vi si mescolano e la alterano. Così, in un gioco di rispecchiamenti e sovrapposizioni, autori e personaggi della letteratura, amati da Squarotti, compaiono accanto a personaggi reali. In un testo, qui esemplare, Angelica rivive in Angelina, e Ariosto (non espressamente nominato nella poesia) dialoga col nostro Autore[7]. In un altro testo, personaggi della storia, della mitologia, della Bibbia e del tempo attuale sono compresenti, fanno parte di un medesimo copione su una nuova scena del mondo: "cambiano solo i nomi, non il tempo/ né il teatro e le parti dell'attore/ protagonista"[8]. Passato e presente, sembra dirci Squarotti, "convivono", coesistono in un tempo che è della memoria e della conoscenza ma, ancor prima, della storia universale o dell'anima del mondo, in cui Tutto si ripresenta e si rappresenta. Ed è l'eterno gioco delle parti nella commedia umana o della vita. In "Chi crede", ritorna Gesù, "nel bar di Monforte", nel personaggio "invecchiato, stanco", che, con malcelato fervore, annuncia l'arrivo dell' "amico pescatore in Tànaro", con chiaro riferimento a Pietro. E rivive la misericordiosa Veronica nella figura di Diana, che col suo gesto pietoso asciuga il volto madido di sudore e di lacrime del personaggio, alter ego di Cristo. Mettendo a confronto il passato col presente ci si accorge che i vari aspetti della vita, i suoi accadimenti si ripresentano in un fluire monotono e quasi ossessivo. E questo continuo ritorno, che induce a interrogarci sul senso del tempo, è un movimento necessario perché "continui il mondo". E ciò lascia "stupefatto il Creatore" che, perplesso e disorientato, non può che prendere atto della routine in cui il mondo si eterna: un'eternità, questa, che genera in Lui quel sentimento di stupore che è, al tempo stesso, timore e felicità[9]. Una necessità, a volte, è ritornare con la memoria al passato, alla spensierata fanciullezza per ritrovare il "gioco che solleva il peso/della vita": quella leggerezza che dà il senso e "la speranza/ dell'eterno fluire"; ma il dolce fiume dei ricordi, che scorre placidamente e in cui affluiscono suoni, rumori, musiche, colori e immagini, ritira le sue acque, e le apparizioni che, d'un tratto, si dissolvono "non sono altro/ che ombre della favola scritta dove/ non c'è più da troppo tempo nessuno". E con questo amaro e malinconico risveglio finisce l'incanto dei sensi e il ritorno alla realtà è un sollievo, "il bacio/ vero della rinata vita"[10].
    La memoria immaginaria lega insieme i testi di questa silloge, i quali seguono la caratteristica della poesia/racconto, tipica della poetica pavesiana. Squarotti, come Pavese, concepisce le immagini concretamente, congiunte con l'oggetto, perché solo così esse possono dare rilievo, spessore semantico e identità a fatti e personaggi e non apparire semplicemente come elementi di superficialità e di abbellimento del racconto o della rappresentazione. Ma qui, le immagini sono soprattutto i ricordi, senza i quali la raccolta sarebbe popolata solo da una folla anonima di personaggi e da un insieme di eventi, di cose, di stati d'animo privi di tensione, di pàthos e di quello stile che si raggiunge solo con la conquista dell'immagine poetica da parte della parola quando questa, piuttosto che descrivere un'oggettività mutevole o effimera, si elèva a rappresentare le verità dell'anima, alle quali Squarotti dà qui il nome di "avventure", ma che tanto somigliano alle rêveries, le quali non sono una fuga dalla realtà, ma servono al nostro Poeta per raccontarla, per meglio rappresentarla, per approfondire la conoscenza del proprio essere. A differenza di Proust, che riduce alla soggettività la realtà oggettiva, Squarotti non si lascia catturare dalla soggettività, e, pur non disdegnando l' "astrazione", non cessa di rivolgere lo sguardo alla realtà. Non sempre, però, si riesce a scrivere quello che si vede e si sente. La realtà, spesso, sfugge alle nostre percezioni e allora bisogna ricorrere all'immaginazione per invĕnīre, per trovare ciò che si cela oltre l'apparenza. Ma bisogna inventare "la Parola infinita" per conquistare l'altra immagine e farne il luogo prediletto della scrittura, "dove/ non esiste nessun dove, contro ogni/ ragione e senso"[11] e dove solo è possibile intra-vedere "la luce sfolgorante" della verità che resta, tuttavia, incomprensibile.  
      Come in Pavese, ritroviamo in questa poesia narrativa, accanto a uno stretto autobiografismo espresso dai verbi in prima persona, un più ampio raccontarsi attraverso storie narrate anche in seconda e terza persona e nelle quali si configura la più vasta "biografia" di un'anima. E non mancano testi nei quali sono intercalati versi dialogati, come in "Lavorare stanca". Qui, nelle sezioni: "La terra e la morte" e "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", c'è un uso insistito della seconda persona: un «tu» che caratterizza e accompagna i due gruppi di poesie che di queste sezioni fanno parte. Anche Squarotti si rivolge a un «tu», il quale, però, ha una connotazione personale che è assente nell'invocazione pavesiana, pure essendo, questa, riferibile alle due donne amate: Bianca Garufi e Constance Dowling raffigurate, l'una, nella prima sezione, con una simbologia di elementi che costituiscono la grande isotopia semantica[12] della terra e della morte, in cui ricorrono i semi: "terra, mare, sassi, campagna, frutto, cielo, luna, collina, canneti, vigna, piante, acqua, cantina, camera buia, roccia, erba, frutto di scoglio, morte, buio, silenzio, dolore, pietra, terra dura"; l'altra, nella seconda sezione, con una isotopia della vita e della morte, i cui semi, molti dei quali ricorrenti lungo la catena sintagmatica dei testi, sono: "alba, luce, occhi, fiato, vento, vita, risveglio, brezza, tepore, respiro, mattino, sangue, carne, capelli, sguardi, terra, piante, riso, acque, zolla, sole, virgulto, cielo, nube, silenzio, morte, sera, insonne, sorda, rimorso, vizio assurdo, vana parola, grido taciuto, nulla, viso morto, labbro chiuso, gorgo". Nella silloge di Bàrberi Squarotti, dietro quel «tu», spesso sottinteso, non sempre c'è un interlocutore, ma vi è una forma impersonale espressa con questo pronome. Un esempio lo troviamo in "Il mulino del Tanaro"[13]. Altre volte il «tu» è una forma di "rispecchiamento", una proiezione dell' io lirico del nostro Poeta o un alter ego con cui egli cerca di superare la sfera della soggettività. E in questa alterità la poetica dell'immaginazione o dell' "astrazione" trova il suo legame e la sua più concreta corrispondenza con la realtà.

[1] G. B. Squarotti, dall'intervista rilasciata a Paolo Di Paolo, in occasione della presentazione del suo saggio, Addio alla poesia del cuore, e pubblicata sul web a cura della Redazione Virtuale di Italia Libri Milano, 11 gennaio 2003
[2] Ibidem
[3] La fuga in Egitto, pag.11
[4] Davanti alla statua dell'Inverno, pag. 13
[5] La sopravvissuta, pag.17
[6] L'aquila, pag.21
[7] Angelina o Angelica, pag. 28        
[8] I nomi, pagg. 26, 27
[9] L'eternità del mondo, pag. 40, 41
[10] Come era il canale, pagg. 47, 48
[11] Da Gemma, pag. 61
[12] Il concetto di isotopia è di A. J. Greimas e s'intende la ricorrenza in un testo dato di semi, o categorie semiche, che gli assicurano omogeneità.
[13] Il mulino del Tanaro, pagg.67, 68

R. H. Benson, J. R. R.Tolkien, W. Golding: i tre “Lord” della letteratura inglese

di Luca Fumagalli

Le letteratura è costruita attorno a un fascio denso di relazioni, citazioni e rimandi. Così come tra le biografie di autori diversissimi tra loro per cultura o sensibilità possono trovarsi corrispondenze più o meno ampie, allo stesso modo nei romanzi è facile imbattersi in quelle che a tutta prima potrebbero essere solo coincidenze, ma che, andando più a fondo, si rivelano come sovrapposizioni significative e ben lontane dalla casualità. Molti esempi potrebbero essere fatti − si pensi al debito storico-culturale che ogni epoca nutre nei confronti delle precedenti − ma tutti i rapporti trovano la radice, il minimo comune denominatore nell’esperienza umana.
Questo è quello che è accaduto a tre grandi scrittori inglesi dell’ultimo secolo, lontani per formazione, ma accumunati da un medesimo problema: indagare con lo strumento della letteratura le origini e gli esiti ultimi del male metafisico che attraversa la storia. R. H. Benson, J. R. R.Tolkien e W. Golding − cattolici i primi due, agnostico di formazione anglicana il terzo − seppero tracciare con singolare efficacia nei loro lavori i tratti luciferini di un mondo preda dell’egoismo e del disordine. Nacquero così tre capolavori, tre famosi “Lord” che ancora oggi sono conosciuti e letti da un grande stuolo di appassionati. A Lord of the World(Il padrone del mondo) di Benson, pubblicato nel 1907, seguirono l’intramontabile classico di Tolkien, The Lord of the Rings (Il signore degli anelli) (1954-’55) e l’altrettanto fortunato, soprattutto in ambito anglosassone, Lord of the Flies (Il signore delle mosche) di Golding, dato alle stampe proprio nel 1954, lo stesso anno in cui uscì il primo volume della trilogia tolkeniana.
Il “signore” a cui si riferiscono tutti è tre i titoli è il diavolo. Se Benson e Golding optarono rispettivamente per una perifrasi di derivazione neo e vetero testamentaria − tra le tante citabili «Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo» (Gv 14, 30-31) e «Andate e interrogate Baal-Zebub [letteralmente “il signore delle mosche”], dio di Ekròn» (2Re 1, 2) − Tolkien preferì riferirsi direttamente all’antagonista della sua opera, Sauron, una personificazione del male.
Proiettati verso i recessi dell’anima, attenti indagatori del cuore dell’uomo e delle contraddizioni che lo animano, i tre decisero di ambientare le loro narrazioni lontano dalla contemporaneità: prendere le distanze dal soggetto significava poterlo osservare più chiaramente, nel suo insieme, offrendo, nel medesimo tempo, un’analisi lucida quanto spietata.
Benson, per esempio, in Lord of the World parla di un universo distopico in cui l’ “umanitarismo”, una sorta di religione laica basata sul culto dell’uomo, soppianta il cristianesimo. Alla propaganda anticlericale fa seguito la violenza e la comparsa, nel doppiopetto del politico, dell’Anticristo, colui che tenterà di sferrare l’ultimo e fatale colpo alla Chiesa. Anche Golding si muove nella stessa direzione, ma il mondo futuro devastato dal conflitto atomico incide in piccola parte sulla trama che vede protagonisti alcuni giovani naufraghi, soli e senza adulti su un’isola deserta; i ragazzi, dopo aver tentato inutilmente di stabilire una rudimentale gerarchia di compiti e ruoli, cadono presto vittima degli istinti ferini inaugurando una spaventosa carneficina. The Lord of the Rings, il massimo esponente del genere “fantasy”, colloca la storia in un universo totalmente altro chiamato “Terra di mezzo”. Qui, dopo secoli di quiescenza, il signore oscuro si è risvegliato e brama con i suoi eserciti di riprendere l’anello del potere, l’unico oggetto che gli permetterebbe di sottomettere le genti libere dell’ovest.
A partire dalla presa di coscienza condivisa che il male, lungi dall’essere solo qualcosa di esterno, è parte dell’essere umano − anche un insospettabile come Golding parlava a questo proposito di “peccato originale” − ai tre autori si pose con urgenza la domanda se la malvagità fosse emendabile oppure se le tenebre fossero destinate a trionfare su una realtà inerme e corrotta. Ed è a questo punto che le risposte degli scrittori si differenziano notevolmente. Se in Lord of the World l’Anticristo riesce a conquistare la terra ma è schiacciato dalla seconda venuta del Figlio di Dio − che ha inizio nel momento in cui vengono uccisi gli ultimi cristiani − The Lord of the Rings fa del gesto generoso e disinteressato dei protagonisti l’antidoto per sconfiggere Sauron. Frodo, il portatore dell’anello, e con lui gli altri comprimari, riescono a trionfare nel momento in cui si scoprono capaci di superare limiti ed egoismi, di alzare lo sguardo oltre le maglie della tentazione per assaporare un orizzonte colmo di speranza (il tutto accompagnato da uno sguardo corale rintracciabile anche in Golding e Benson).
Nell’opera di Golding, al contrario, il male e la violenza hanno l’ultima parola. Significativa è la scena conclusiva del romanzo in cui i ragazzi, salvati da un gruppo di soldati, sono ricondotti in un mondo dilaniato dalla guerra, una versione adulta delle sanguinose caccie all’uomo che avvenivano sull’isola. Non esiste Grazia divina o possibilità di redenzione come in Benson e Tolkien; qui, soli con se stessi, i protagonisti vengono lacerati dalla “bestia” che è in loro e di cui non riescono a liberarsi: il “signore delle mosche”, tragicamente rappresentato da una testa di maiale conficcata su un palo, alla fine ottiene la vittoria.
Nonostante le differenze, tra Benson, Tolkien e Golding vi è una profonda analogia, del resto tipica di un certo filone della letteratura britannica novecentesca, costretta a fare i conti con i morti e gli orrori di due guerre mondiali. L’asserzione che il progresso, l’inesorabile avanzare del tempo, corrisponda a una regressione è parte integrante della poetica di tutti e tre gli scrittori. Non si parla solamente di sviluppo materiale e tecnologico, quanto di un’idea storiografica generale per cui, con il passare degli anni, l’umanità è destinata a scendere sempre più negli abissi dell’abiezione e della corruzione morale.
Al di là dei selvaggi moderni dipinti da Golding − che a questo tema dedicò il romanzo The Inheritors (Uomini nudi) − sorprende trovare il paradossale rapporto evoluzione-involuzione anche in lavori caratterizzati da una prospettiva ultimamente positiva come, appunto, Lord of the World e The Lord of the Rings. Nel primo caso il mondo, sempre più lontano dalla Chiesa, abbraccia l’apostasia, mentre nel libro di Tolkien, anche se il bene trionfa, l’epoca degli elfi, il popolo meno corrotto tra quelli che vivono nella Terra di mezzo, è ormai giunta al termine.
La risposta a questa apparente contraddizione si trova nella radice cattolica comune a entrambi gli autori. La Chiesa inglese, dai tempi di Elisabetta, era stata costretta a vivere nella clandestinità e la gerarchia ecclesiastica era stata rispristinata solo a metà del XIX secolo. Obbligati a vestire gli scomodi panni della minoranza perseguitata, i “papisti”, come venivano spregiativamente chiamati dai protestanti, maturarono una sensibilità peculiare rispetto a quella dei cattolici del continente, alieni da condizioni tanto dure. Convinti che la battaglia terrena fosse votata alla sconfitta, pur guardando con fiducia a Cristo anche diversi scrittori si adeguarono a questa vena di fatalismo tragico in temporibus. Non a caso Benson pubblicò numerosi romanzi storici dedicati alle persecuzioni anticattoliche e Tolkien lasciò tra le sue carte diverse annotazioni circa un possibile seguito di The Lord of the Rings in cui il male sarebbe ritornato per l’indolenza dell’uomo.
A prescindere dalle differenze che corrono tra essi, i tre “Lord” della letteratura inglese meritano dunque di essere letti e meditati perché mai come in questi testi l’anima dell’uomo sfibrata dal peccato ha trovato narratori all’altezza, ognuno capace con il proprio portato culturale di affrontare brillantemente un tema spesso dimenticato, eppure di capitale importanza. Per il lettore che avrà il coraggio di affacciarsi sul “cuore di tenebra” dell’umano descritto da R. H. Benson, J. R. R.Tolkien, e W. Golding le sorprese certamente non si faranno attendere.

Presentazione del libro "L'uomo dei fiori" di Salvatore Ribaudo


Contro il logorio del laicismo moderno e non solo: dizionario elementare di apologetica

Ma davvero i medioevali hanno creduto che le donne non abbiano l’anima, che la Terra sia piatta, che le streghe si nascondano dietro ogni angolo del mondo, che la fede si possa imporre con la violenza perché il fine giustifica i mezzi? Sul serio, come ci racconta la televisione, le crociate, l’Inquisizione e la conquista spagnola delle Americhe sono stati abusi turpi? E allora è vero, come ci viene raccontato sin dai primi banchi di scuola, che l’Illuminismo e le rivoluzioni abbiano finalmente liberato l’uomo dal giogo ecclesiastico? E pure, come si legge sui quotidiani e sui rotocalchi, che la scienza dimostri inconfutabilmente che l’uomo e la scimmia discendano dal medesimo antenato, che la scienza e la fede siano incompatibili, che l’intelligentissima Ipazia, l’illuminato Giordano Bruno, lo sconfortato Galileo Galilei e il simpatico conte di Cagliostro siano martiri caduti in nome della libertà di pensiero? Che Martin Lutero avesse ragione a scagliarsi contro la vendita delle indulgenze, che i Papi siano sempre stati dei campioni di corruzione, che il culto mariano sia una pura idolatria cattolica, che Gesù sia stato solo un uomo come tutti gli altri, per di più marito di Maria Maddalena, e che la storia della sua vita raccontata nei Vangeli sia un semplice romanzo, bruttarello, tardo e imposto alle coscienze dalla nefanda alleanza fra trono e altare?
No, non è vero, e ci sono una gran quantità di prove che permettono di dimostrarlo; prove spesso alla luce del sole, se non persino alla portata di tutti, facili da consultare e semplici da comprendere, eppure censurate o nascoste dalla cultura che va oggi per la maggiore. Perché? Perché dando retta a quelle prove ci si dovrebbe arrendere alla realtà dei fatti, quella realtà che racconta e documenta tante verità dimenticate, come il fatto che in Occidente il monachesimo sia stato un fattore di civilizzazione imprescindibile, o che i “secoli bui” del Medioevo abbiano inventato gli occhiali e il riscaldamento centralizzato, o che la partita doppia e l’economia di mercato siano nate nei conventi francescani, o che gli ospedali siano una benemerita invenzione cristiana (e di santi) che prima non esisteva. E che invece il protestantesimo, il razionalismo, il socialismo, i fascismi, i nazionalismi e il relativismo oggi travestito da ecologismo o da teoria del gender hanno prodotto danni, decadenza e financo regresso. Ci si dovrebbe cioè arrendere all’evidenza: non solo che la fede cattolica è ragionevolmente credibile e solidamente fondata, ma anche che la morale che ne consegue è l’ autentico umanesimo e la cultura che ne deriva è un fattore di progresso senza eguali nella storia.
Per questo da oggi esistono le 600 pagine del Dizionario elementare di apologetica, un’opera di carità intellettuale curata da Gianpaolo Barra, Mario A. Iannaccone e Marco Respinti per i tipi dell’Istituto di Apologetica, che edita Il Timone.
Sono oltre 140 “voci” compilate da 36 esperti: storici e archeologi, esperti di bioetica, teologi, medici, psicologi, scienziati ed economisti.
Lo schema è semplice, di utilizzo immediato: definizione, obiezioni, risposte, suggerimenti bibliografici per un primo approfondimento.
da: il Timone.org