venerdì 13 maggio 2016

Presentazione del libro "Note di parole" di Serena Lao a Ciminna


Salvatore Pasqualetto, "Un amore negato" (Iride)

di Gaetano Li Destri

Il fascino intramontabile della lettura continua a regalarci straordinarie emozioni in serate come queste perché è palpabile, in sala, la magica atmosfera che solo le emozioni estetiche riescono a regalarci anche nell’era dell’imperante  digitalizzazione informatica.
Provo una particolare emozione, di conseguenza, a parlarvi di : “Un amore negato” di Salvatore Pasqualetto.
Spero di suscitare la vostra curiosità, di farvi conoscere l’autore e, soprattutto, di indurvi alla lettura.
Lo sfondo delle vicende è la Sicilia. La nostra amata Sicilia, con le bellezze ma anche con i suoi vizi, con le sue capacità ma anche con i suoi tanti limiti, con le sue certezze ma anche con i suoi melodrammi.
Una Sicilia, quella descritta, che ci consente un tuffo negli splendidi colori della nostra terra ma che ci fa prendere atto delle tante realtà in bianco e nero che hanno avvolto e continuano ad avvolgere il nostro straordinario territorio.
È la storia di un imprenditore che tenta di condurre la sua azienda con una mentalità imprenditoriale degna delle migliori aziende europee, che cerca di condurre la sua impresa agricola aprendola ai grandi mercati del nord.
Ma, come spesso capita dalle nostre parti, l’azienda, gli operai il territorio debbono fare i conti con la S.p.a. più imponente del meridione. E così, se cominci a crescere, se mostri di avere capacità manageriali, devi fare i conti non solo con la concorrenza leale ma con le minacce e i ricatti del malaffare.
Ecco, è una storia tipicamente siciliana. Ma il dramma che e le problematiche che devono affrontare il protagonista, Giovanni, e la sua famiglia, nonostante le difficoltà insormontabili,  hanno una via di uscita.
È la via di uscita che tutti noi auspichiamo: la legge e l’onestà d’intenti possono essere un percorso lungo, tortuoso e difficile, ma alla fine paga!
Vorremmo che tante storie siciliane avessero l’esito descritto nel testo narrativo di Salvatore Pasqualetto.
È una battaglia che ha visto in prima linea tanti eroi del nostro tempo, se pur in Sicilia si diventa eroi solo morendo.
Dalle trame del racconto, una volta tanto, l’eroe esce vittorioso e con messaggi di positività nei confronti delle nuove generazioni.
L’eroe, questa volta, non ha lapidi che lo ricordano ma… successo e trionfo della legalità sono un segnale di speranza per la Sicilia e per i siciliani.
È bella ed emblematica, in questo contesto, una figura apparentemente secondaria del racconto, quella di don Peppe, uomo arcigno e di poche parole (come si dice… “ A megghia parola è chiddra chi un si dici”), figlio del suo tempo. Mafioso per necessità, perché nato e cresciuto in una terra e in un contesto in cui, a  volte, non hai altra scelta.
Don Peppe è l’emblema, l’icona dell’uomo che può cambiare se… solo gli è offerta la possibilità di farlo!!!!
Il testo, comunque, offre altri spunti. Vi si intravede  la storia della famiglia siciliana.
Quella legata alla terra e ai valori di quella che un tempo si chiamava la civiltà contadina. Una famiglia unita che resiste alle intemperie di vicende forti e drammatiche.
È la testimonianza, visto i tempi che attraversiamo, che i valori tradizionali che ancora resistono possono costituire un’ancora di salvataggio.
Una famiglia che resiste anche allo sbandamento del protagonista che, in mezzo a mille battaglie, non può farsi mancare una bella e appassionante storia d’amore.
Già... l’amore. L’amore passionale, sincero, profondo che questa donna rappresenta nel testo narrativo. Un amore… per nulla negato ma che  deve fermarsi di fronte al valore della famiglia.
Ecco il melodramma siculo che però ha un risvolto inaspettato perché negherebbe il valore della famiglia e tutte le virtù che fanno del siciliano un vero uomo d’onore.
Emerge, in questo contesto, la figura di Lucia. Donna mite e attenta, ma allo stesso tempo determinata e forte che regge le sorti della famiglia e dell’azienda perché le due cose sono complementari e unite a doppio filo.
Lucia, forse la vera protagonista del racconto, che deve negare la passione e la voglia d’avventura del marito per affermare un altro amore, quello per la famiglia.
Lucia… che è impegnata in un personale percorso di ricerca. Una ricerca che deve dare senso alla sua esistenza di madre, di moglie di donna, ma… anche di figlia
Anche Lucia vive la sua storia d’amore. L’amore verso la famiglia, il marito che ha costantemente bisogno della sua presenza (ma anche della sua assenza), delle sue cure (ma anche della sua discrezione).
Vari aspetti dell’amore che Lucia  dona!… Del resto non è così che si dice: “l’amore è donarsi agli altri o all’altro”… Ma c’è un amore che tutti noi abbiamo bisogno di ricevere!  E Lucia non fa eccezione.
Anche lei è inquieta! A un certo punto della sua vita comprende che c’è qualcosa che le manca, qualcosa di cui è stata privata. La sua vita necessita di un completamento che per lei è indispensabile.
Lucia è alla ricerca delle sue radici!!!
È un percorso lungo, arduo, irto di ostacoli, specialmente in terra di Sicilia, con le sue menzogne con i suoi soprusi, che vedono soccombere i più deboli.
La storia di Lucia non è isolata! Non è insolita per i tempi e per il contesto in cui si svolge l’azione narrativa.
È la storia – una tra le tante – di chi è alla ricerca dell’amore per eccellenza! L’amore non per una passione passeggera, né per soddisfare un occasionale desiderio, ma l’amore che a nessuno può essere negato.
Lucia sa che la sua vita non potrà realizzarsi appieno se non riuscirà a svelare l’arcano delle sue origini.
Vorrà sapere se lei è il frutto di atto d’amore o se è l’errore di un attimo d’amore!
Ecco il filo conduttore del testo di Pasqualetto. Lucia ha bisogno di ri-costruire con esattezza la prima tappa della sua esistenza: chi sono i suoi veri genitori?
E qui un’altra bellissima storia d’amore.  Un amore sbocciato e reciso, un amore dolcissimo e straziante, un amore d’altri tempi che – per citare il padre del romanzo storico -“… non ha da continuare”.
Lucia frutto inconsapevole di un amore impossibile per i tempi, vittima innocente di un contesto che le ha negato il punto di riferimento più importante.
Allora questo non è un amore negato… piuttosto è l’amore negato, dove l’articolo è forse la cosa più importante.
Volete sapere come finisce?
È l’invito che rinnovo al lettore.
Per concludere… qualche parola sull’autore.
Qualcuno si chiede e mi chiede: ma è un testo autobiografico? È una storia vera?
Certo per chi come me conosce l’autore del testo è inevitabile notare come in certe pagine emerga un vissuto che forse ha del personale.
Così come in certi momenti si ha  l’impressione di una profonda condivisione – quasi come se fossero vissuti in prima persona – di valori e stili di vita tra l’autore e il protagonista. Una condivisione che, ancora una volta, ripropone la magia di quel simbiotico rapporto che, inevitabilmente, sembra legare il narrato e il narratore e, come sul palco, il personaggio e l’attore.
Detto ciò comunque ritengo che il testo in questione vada letto al di là di queste considerazioni perché ciò che Salvatore Pasqualetto ci consegna è meritevole della nostra attenzione al di là delle vicende che in esso sono rappresentate, pardon raccontate.

martedì 10 maggio 2016

William Golding, "Il Signore delle moschee"

di Luca Fumagalli

Il Signore delle Mosche è un romanzo che nasconde una rivelazio­ne; il suo scopo è quello di mostrare il male dell’uomo che, capitolo dopo capitolo, diventa sempre più evidente, fino a trascinare i giovani protagonisti in un gorgo di follia e disperazione. Quella che coinvolge i ragazzi – naufraghi su un’isola in cui regna la violenza mentre il mondo è devastato dalla guerra nucleare –è un’operazione di autoco­scienza che li porta a rendersi conto che non esiste nessuna bestia selvaggia se non quella che dimora in loro. Da bambini innocenti, certo desiderosi di essere salvati ma, soprattutto, di divertirsi e di godersi la bellezza del luogo, tutti si svelano col­pevoli. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro – una sorta di cartolina infernale – sembra suggerire l’impossibilità per l’uomo di edificare qual­cosa di sano e durevole. Tutto è contaminato, rovinato, abbruttito anche solo dalla sua presenza.
Golding, come prima ipotesi per il suo romanzo, aveva pensato al titolo diStranger From Within, un riferimento alla condizione dei protagonisti che si scoprono diversi, stranieri appunto, portatori di un male che, all’arrivo sull’isola, era loro sconosciuto. La storia non è però quella di un cambiamento, di una mu­tazione, ma del passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. La terribile realtà è che non è stata l’isola a condurli al male, ma loro, come tutti gli esseri umani, sono così, sono sempre stati così. Non era la colpa che li rendeva stranieri a se stessi, ma l’inconsapevolezza.
Sarebbe quindi errato limitare il romanzo a un confronto tra mondo civile e mondo selvaggio perché, se da un lato si ricadrebbe inevitabilmente negli ste­reotipi del passato, espressamente avversati da Golding, dall’altro lo stesso testo non suggerisce questa divisione. Nel libro l’intero mondo è in guerra, tanto quello degli adulti che quello dei ragazzi, e per nessuno è possibile sfuggire al destino che la natura ha scelto per lui: da questo punto di vista il bambino è padre dell’uomo adulto.
Il Signore delle Mosche, titolo definitivo proposto in seconda battuta per motivi editoriali, oltre a essere la perifrasi biblica di Belzebù, rimanda a quella testa di maiale conficcata su un palo da un gruppo di ragazzi che figura come una sorta di oggettivizzazione del male, facendo esplicito riferimento all’o­rigine demoniaca della malattia che contagia l’uomo. Golding puntualizza la parabola umana scegliendo come protagonisti i fanciulli, evangelico e tradizionale sinonimo di innocenza, proprio per rompere ogni schema e per provocare, ancora più nell’intimo, il lettore.
La questione in gioco è dunque più profonda ed essenziale; così l’autore commenta l’origine e lo schema generale del romanzo:
Prima della Seconda guerra mondiale, credevo nella perfettibilità dell’uomo sociale, che una società correttamente strutturata avrebbe potuto produrre buo­na volontà, e che, allo stesso modo, si sarebbero potute rimuovere tutte le ma­lattie sociali attraverso il riconoscimento nella società. È possibile che oggi creda ancora in qualcosa di simile, ma dopo la guerra sicuramente no, perché non ne ero capace. Avevo scoperto cosa un uomo può fare ad un altro […] vi erano cose fatte in quel periodo dalle quali devo distogliere l’attenzione della mia mente per evitare di impazzire. Non erano state commesse dai cacciatori di teste della Nuova Guinea o da alcune tribù primitive dell’Amazzonia. Erano state fatte abilmente e freddamente a esseri della loro specie da uomini di buona educazione, dottori, avvocati, da uomini che avevano dietro una tradizione di civilizzazione… Devo dire che chiunque ha attraversato quegli anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape il miele, deve essere stato cieco o ammattito.
La devastazione del più grande conflitto della storia ha spinto Golding a una riflessione che non si limita solamente al dramma della guerra in sé, ma che va oltre, cercando le radici che hanno generato tale sciagura. La missione che si autoimpone non è quella di fotografare un determinato periodo storico – Golding non è uno scrittore di guerra – ma di strutturare una sorta di apologo che sia universalmente valido. L’obiettivo è piuttosto ambizioso, ma è proprio questa la cifra che rende Il Signore delle Moscheun’opera tanto riuscita quanto spiazzan­te. Nella trama, d’altronde, la guerra fa solo da sfondo a un’azione che è autonoma e che si situa in un luogo dove, almeno in teoria, vi sono tutte le condizioni per poter condurre una vita pacifica.
Dal 1954, data di pubblicazione del volume, a oggi, si sono susseguite di­verse teorie interpretative, tese a individuare più chiaramente quale fosse l’ori­gine del male, dello scontro viscerale che coinvolge i gruppi sull’isola. C’è chi si è spinto in considerazioni freudiane indentificando il romanzo come una sorta di drammatizzazione delle teorie psicologiche del mito e del tabù, della crescita o del rapporto tra i sessi. Chi, invece, ha voluto vedervi un’aperta accusa alle ideologie del XX secolo in cui la democrazia è distrutta dall’autoritarismo irrazionale, e chi, in ultimo, vi ha colto una sorta di allegoria sociale in cui l’uomo, senza i legami della civilizzazione, ricade nella belluinità selvaggia.
Sono tutte piste suggestive e valide, a patto però di non considerarle singo­larmente. Ne Il Signore delle Mosche, infatti, si compenetrano naturalmente tutte queste tracce, rivelazioni diverse della medesima natura. Del resto, se è vero che Golding condanna apertamente le ideologie politiche primonovecentesche, è altrettanto evidente che il libro non si può limitare solo a questo aspetto. Anzi, la politica è presente soprattutto nelle premesse generali al lavoro, dal momento che gli esperimenti sociali del XX secolo sono tutti caratterizzati dalla parzialità e dall’insensato ottimismo:
Sistemi sociali e politici furono creati indipendentemente dalla reale natura umana. […] Essi volevano perfezionare l’uomo o, almeno, ridurre le aberra­zioni. Perché, allora, non hanno mai funzionato? Come ha fatto il primitivo idealismo socialista a trasformarsi nello stalinismo? Come ha potuto l’idea­lismo politico e filosofico della Germania produrre Adolf Hitler? Sono con­vinto che quello che è successo è stato mettere il carro davanti ai buoi. Si guardava più al sistema che all’uomo. Mi sembrava che la naturale attitudine dell’uomo per l’avidità, la sua innata crudeltà e autoreferenzialità fosse stata coperta sotto un paio di pantaloni. Credevo quindi che l’uomo fosse malato, non l’uomo eccezionale ma quello qualunque.
Golding si spinge oltre la critica ai totalitarismi per attaccare la banalizzazio­ne razionalista di Hobbes – per cui la civiltà può porre una freno agli atteggiamenti più ferini – e, soprattutto, di Rousseau, convinto che l’umanità sia naturalmente buona e che a depravarla sia la società. Le convenzioni sociali, in realtà, sono solo un maldestro espediente per coprire quel male che, usando una dizione cristiana, si potrebbe definire “peccato originale”.
L’utilizzo esplicito di tale concetto suscita occasionali malumori tra gli stu­diosi, così come è vero che una velata critica al cristianesimo è insita nella de­scrizione di Jack e dei ragazzi del coro, istituzione che, nell’ambito del sistema scolastico britannico, ha la scopo principale di accompagnare le funzioni religiose. D’altro canto il concetto di peccato originale offre l’unico punto di vista, al con­tempo ampio e profondo, in grado di tenere insieme tutte quelle interpretazioni particolari accennate in precedenza. Golding ne fa menzione esplicita, forse in un senso più antropologico che teologico: «L’uomo è un essere umano caduto. È pre­da del peccato originale». Il giudizio negativo che l’autore esprime ne Il Signore delle Mosche non va dunque inteso secondo una visione politica, psicologica o economica, ma in senso globale, investendo tutti i fattori costitutivi dell’e­sperienza umana. È l’uomo che è malato in natura, e tutto il male che compie altro non è che l’esplicitazione della ferita che porta nella sua anima: «La vita poteva essere infelicemente dispersiva, poteva anche andare nel peggiore dei modi, pur senza la presenza di qualcuno straordinariamente malvagio».
L’idea di peccato originale che Golding manifesta differisce però fondamen­talmente da quella teologica tradizionale perché vi è esplicitamente contenuta la negazione della possibilità di redenzione che è naturale complemento dell’errore. Nel testo non vi è alcuna traccia di Grazia.
Lo scrittore britannico si avvicina poi a una concezione più protestante che cat­tolica; il suo essere umano è spiegato attraverso Lutero e Pascal, accomunati nel rilie­vo decisivo che entrambi danno al peccato. Ma, forse, il giudizio è troppo affrettato se si considera il ruolo chiave della conchiglia che, in questo ulteriore senso, può testi­moniare almeno un lembo di bontà e vocazione all’ordine che, anche solo sul fondo, giace comunque nel cuore dell’uomo.
Il dato che emerge incontrovertibile dalla lettura del romanzo è che, innan­zi al male, Golding non trova una risposta, forse considerandolo inemendabile. Il pessimismo radicale lascia spazio solo occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di qualcosa che, in un certo senso, possa libe­rare l’essere umano dalla sua condizione disperata. Ma nulla è in grado di offrire sostegno, neanche il mondo degli adulti. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido inascoltato negli occhi di Ralph.

domenica 8 maggio 2016

Thich Nath Hanh, "Fare pace con se stessi" (Ed. Aam Terra Nuova)

di Giovanni Taibi

La nostra società, sempre più ipertecnologizzata e ultraconnessa, ha fatto aumentare lo stress individuale a livelli che per i nostri avi erano impensabili.
Ecco che allora assieme allo stress crescono i rimedi per curarlo: dal training autogeno alla psicoterapia, dallo yoga al naturismo fino alle filosofie orientali più disparate alla ricerca dello zen, della pace interiore.
Un’interessante proposta è quella formulata da Thich Nath Hanh, monaco buddista candidato al nobel per la pace nel 1978 da Martin Luther King, che ha scritto un pregevole manuale “Fare pace con se stessi. Guarire le ferite e il dolore dell’infanzia   trasformandole in forza e consapevolezza” (edizioni Terra nuova, euro 14.00).
Il libro è diviso schematicamente in tre parti: Insegnamenti sulla guarigione, storie di guarigione e pratiche di guarigione.
La tesi dell’autore parte dall’assunto che in ognuno di noi è presente un bambino o una bambina sofferente, che versa lacrime sulle ferite del passato, impedendo loro di cicatrizzarsi. Bisogna perciò risalire al bambino che c’è in noi, dialogare con lui per potere affrontare la vita adulta con più serenità e consapevolezza, in pace con se stessi,  appunto.
Secondo Thich Nath Hanh durante questo percorso di riconciliazione è necessario riconoscere i traumi e i dolori dell’infanzia e affrontarle con la “mindfullness”, la consapevolezza,  detta anche presenza mentale, che si basa sulla pratica del respiro e della camminata consapevoli.
In pratica non bisogna lasciare nel deposito del nostro subconscio le esperienze che ci hanno ferito e che spesso ritornano nella vita presente sotto forma di malessere e male di vivere. È necessario invece accoglierle, riconoscerle e dialogare con bambino interiore convincendolo che adesso disponiamo delle energie per controllare quel dato avvenimento negativo che tanto ci aveva sconvolti . Imparare ad accettare la sofferenza di quelle esperienze tristi è fondamentale per accrescere la compassione e l’amore. “La comprensione e la compassione nascono dalla sofferenza. Quando la comprendiamo non recriminano più, ma la accettiamo e siamo consapevoli. Per questo la sofferenza è utile, ma se non sappiamo come affrontarla, rischiamo di affogare nel suo oceano; al contrario, se la sappiamo trattare, ci può essere di insegnamento.” (Pag. 37)
Sofferenza e felicità sono dunque strettamente connessi. Dice ancora l’autore: “Senza sofferenza non c’è felicità. Non c’è loto senza fango” (pag. 38)
Nel 1982  Thich Nath Hanh ha fondato in Francia,  il Plum Village, a 80 chilometri da Bordeaux. Qui l’autore vive e insegna circondato da una vasta comunità di monaci provenienti da tutto il mondo.
Nel corso dell’anno il Plum Village accoglie migliaia di praticanti da ogni angolo del mondo  soprattutto nel corso dei due ritiri: quello estivo, che dura circa un mese e quello invernale, di circa tre mesi. Durante i ritiri i visitatori sono sollecitati con gentilezza e poesia a guardare dentro loro stessi per scoprire come i conflitti interiori siano all’origine di tensioni con noi stessi e con gli altri. Questa scoperta aiuta a comprendere il passato e vivere in pace nel presente, migliorando sia la propria vita che le relazioni sociali.     
Anche in Italia è stato aperto un centro che applica gli insegnamenti di Thich Nath Hanh. Si chiama Progetto Essere Pace e ha sede nel comune di Castelli, in provincia di Teramo  sul versante adriatico del Gran Sasso a 550 metri di Altezza. Per informazioni è possibile collegarsi al sito www.centrovitaconsapevole.org

venerdì 6 maggio 2016

Nicola Romano, "Voragini ed appigli" (Ed. Pungitopo)

di Guglielmo Peralta

      
La prima volta che sentii Nicola Romano "recitare" le sue poesie restai colpito, oltre che dalla sonorità dell'endecasillabo, presente in molte sue composizioni, dalla gestualità fatta di sguardi e di mani. D'allora sono trascorsi trent'anni e ancora oggi mi stupisco del modo in cui egli "rappresenta" i suoi testi. Con lo sguardo segue i pensieri, contempla le immagini sognate dalle parole, e con le mani accompagna le parole come se volesse disegnarle nell'aria, con l'intento di "mani-festarne" i concetti, e così, attraverso i gesti, fa festa al linguaggio, il quale, sia esso scritto che parlato, si fa comunicazione visiva, acquista quella visibilità, non solo a livello semantico ma anche fisico, teorizzata da Apollinaire, il quale la realizzava attraverso i calligrammi. Gesti e parole si corrispondono. Dalla loro espressività traspare il sentimento poetico che li pervade e impreziosisce. Gesti e parole, come Romano dice in uno degli haiku che compongono la seconda sezione di questa silloge, sono la vera ricchezza dell'uomo. ("diventa ricco / di gesti e di parole: / le tue monete"). La sua poesia mantiene, anche nei settenari, che costituiscono la sezione principale, e nella lettura silenziosa, un’inconfondibile "oralità" giocata su ritmi, cadenze, sonorità depositari di una voce, di un parlato che si fa narrazione, racconto e, spesso, poema della quotidianità. Egli non recita, ma comunica mettendoci a contatto sia con le cose e con gli eventi, sia con le sue emozioni, con la sua vita interiore, che rappresenta visibilmente, realisticamente. Il testo che apre la silloge è, forse, il più drammatico per l'improvvisa e brusca interruzione della parola, la quale, dopo essere affiorata con le altre sue sorelle "dal caglio dei silenzi" per offrirsi in "fonèmi  / rime (...) afèresi / (...) accenti e sillabe" - elementi, questi, con cui essa cerca di comunicare -  corre, d'improvviso, il rischio di restare monca, inespressa, senza voce, di fronte alla ferocia umana che "cava il bene dagli occhi / e tracotante spazza / l'integrità e la pace". Tuttavia, questa parola, è la sola in grado di aderire agli stati d'animo, di mantenersi in rapporto costante con essi rendendoli manifesti e, al tempo stesso, di stabilire un contatto, un legame con la realtà, colta sempre nella sua quotidianità, e che il Nostro ci restituisce senza idealizzarla o trasfigurarla, carica ora di pathos, ora di sottile ironia e in una veste "tonale", come nelle arti figurative, con un'intensità di colori e d'immagini accompagnati da suoni, che la mettono in risalto evidenziandone gli aspetti e rendendola, così, maggiormente presente, più visibile, divenendo, essa, oggetto della nostra attenzione e riflessione. Ecco, allora, che la parola non è perduta, non resta sospesa, non cessa di cantare. Il suo poeta non appende la cetra "Alle fronde dei salici" (come, del resto, non fece nemmeno Quasimodo, che, cantando, non mantenne la promessa del "voto"). Romano salva la parola dal naufragio assicurandole il contatto con la realtà, la quale diviene il suo destinatario privilegiato. Tra la parola e la realtà si stabilisce un canale di comunicazione, all'interno del quale c'è il messaggio poetico, ovvero, la poesia con i suoi "appigli". Romano guarda il mondo con gli occhi disincantati, ma in quanto poeta e sognatore non riesce ad assuefarsi, a rassegnarsi alle crudeltà, alle efferatezze della società che "sconquassano la nostra anima". In evidente contraddizione con quanto abbiamo appena affermato, il nostro poeta sembra prendere le distanze dalla realtà quando dice con Vasco Pratolini, nella terzina di questi messa in esergo alla raccolta: "Sono come un animale / sento il bisogno d'appartarmi / quando sono ferito". In verità, se, da un lato, egli sente con Pratolini il bisogno d'appartarsi, di chiudersi nella torre d'avorio della poesia, dall'altro lato, sente che non può estraniarsi dalla realtà e non se ne distacca, ma mantiene, proprio grazie alla poesia, il legame con essa non restando indifferente alla barbarie dell'uomo del nostro tempo, agli eventi ferali che denuncia ed elenca, come vedremo, negli haiku che compongono la seconda sezione della raccolta. Le poesie della prima sezione sono introdotte, ciascuna, da un distico (una sola da un "monoverso") di un poeta diverso. Sono ben trentasei poeti che impreziosiscono la silloge. Sono costellazioni del firmamento poetico, che, evidentemente, Nicola Romano ama contemplare e da cui trae spunto e ispirazione per i suoi versi. E sono, essi, i punti di riferimento, gli "appigli": il richiamo della poesia e alla poesia, che è la luce necessaria per combattere il buio, per sanare le ferite, per compensare le "voragini" di una società che fagocita e distrugge sempre più i sentimenti, i valori tradizionali. All'uomo, egli si rivolge direttamente e gli pone la domanda a bruciapelo: "Dimmi se hai kuore", titolo, questo, della seconda sezione, dove «ku», al posto di «cu» di cuore, preceduto da «hai», rende visivamente la presenza della parola "haiku" anticipando, annunciando così la forma poetica di cui è composta la sezione. Ma il cambio del fonema iniziale della parola "cuore", non è per mero gioco linguistico, ma per esprimere la durezza, l'insensibilità, l'indifferenza, la cattiveria, la ferinità dell'animo umano. La realtà, per il nostro poeta, è ciò che "appare"; egli non va alla ricerca di un assoluto, ma guarda alla vita che diviene sempre più precaria; vive un disagio che non è soggettivamente esistenziale, ma oggettivamente esiziale e che riguarda la società mondiale, sull'orlo della catastrofe. Il suo sguardo di uomo e di poeta è rivolto verso ciò che realmente, concretamente suscita inquietudine, senso di disorientamento e annientamento e incomprensione assoluta; cioè verso quella violenza dai mille volti, anche gratuita, quel "gioco" al massacro, quella minaccia, quella forza distruttiva che si alimenta di tutto il male di cui l'uomo oggi mostra di essere capace e che grava e incombe anche sulla stessa natura, la quale, sconvolta e ferita a morte, si ribella con impeto devastante. Romano è un poeta devoto e vero, amante della bellezza e della verità, la quale, tuttavia, resta per tutti segreta e misteriosa. Dell’uomo onesto e sensibile sono il forte rammarico e la sofferenza, espressi qui poeticamente, per una società, per un mondo che ha fatto sempre di più del dolore e delle tragedie il proprio pane (o veleno) quotidiano.

      Essere poeta realista, come lo è Nicola Romano, significa anche cogliere gli aspetti negativi della realtà sociale, denunciare la dissipazione dei valori e della bellezza vedendo in prospettiva la possibilità della salvezza, di ricostruire il mondo sulla base della poesia; significa non perdere la speranza, non abbandonarsi alla fatalità, non lasciarsi risucchiare dal buco nero dell'indifferenza mantenendo aperto, quanto più possibile, il "dialogo" con il prossimo, con la società, col mondo, con la vita. A ciò servono gli "appigli" che solo la poesia è in grado di dare. Ed essa lo fa col suo linguaggio mai avulso dal reale, ma con questo legato manifestamente. Sì che il realismo romaniano non è descrizione oggettiva e "impersonale" dei fatti, degli accadimenti sociali, ma un modo personalissimo di ripensare la realtà, di rappresentarla attraverso il linguaggio poetico che, restituendocela in tutta la sua drammaticità, incomprensibilità e assurdità, ne fa una visione insostenibile e impone una nuova coscienza, all'interno della quale tutti i conflitti siano risolti. E la poesia è l'atto interiore per eccellenza; essa sembra potere avviare questo processo di formazione per lo sviluppo di una coscienza critica, che consenta di prendere posizione sulle cose e nelle cose, ovvero, di prendere possesso della realtà allontanandosene, cioè, nel senso di ricusarla destandosi alla consapevolezza di potere operare per la sua trasformazione. Anche se non possiamo negare l'utopia che governa questo pensiero, questa aspirazione, tuttavia, quest'utopia non è l'impraticabile, il sogno irrealizzabile, ma è, nel realismo linguistico-poetico di Romano, atto di denuncia di una società disumana, "voraginosa" e, al tempo stesso, annuncio, pieno di speranza, di una società più umana da realizzare con l'aiuto della poesia, degli "appigli" di cui essa consiste e che hanno nome di bellezza, virtù, passione, valori, sentimenti, educazione, etica...insomma, di tutto ciò che la poesia «è», e che per la natura infinita della poesia stessa è impossibile elencare compiutamente. Le "voragini" sono colte dall'occhio, gli "appigli" dallo sguardo, che il nostro poeta rivolge dentro di sé, in interiore caelo, dove dimorano quei poeti da lui citati, che costituiscono una delle tante costellazioni. Le "voragini", elencate negli haiku, sono: lo sfruttamento dei più deboli; le prevaricazioni; gli scandali politici e sportivi; le violenze negli stadi, sulle donne, sui bambini, sugli anziani, sui clochard; gli omicidi, i suicidi, gli infanticidi e i figlicidi; le guerre; le barbare lapidazioni; le decapitazioni da parte dei miliziani dell'Isis; la tragedia dei migranti; l'uso e lo spaccio di droghe; il riciclaggio di denaro sporco; gli sversamenti e i roghi di rifiuti industriali, tossici; le frodi alimentari; lo scambio di provette; la fuga dei capitali dalle banche; il degrado delle città, il malgoverno; la corruzione politica e amministrativa; la decadenza "di Roma capitale/Kaput mundi"; le rapine, i sequestri di persona, le aggressioni, il malcostume, il bullismo, l'inquinamento degli ambienti naturali. Le "voragini" sono sotto gli occhi di tutti. Gli "appigli" sono cercati dal Poeta che non sa e non vuole rassegnarsi allo sfacelo sociale e mondiale. Il nuovo realismo non è quello del pessimismo irreparabile, distruttivo, impotente. Ma è il realismo che al negativo oppone la visione del positivo, la speranza del cambiamento. Il poeta del nuovo realismo è colui che acquistando coscienza della crisi non si ferma a descriverla, a denunciarla, ma spera, lotta, cerca la svolta. Anche se qui, il desiderio del nostro poeta di costruire una nuova realtà a partire dalla poesia non è espressamente dichiarato, tuttavia, non è difficile intuire il valore che egli attribuisce alla poesia, la quale, se non può dare "scacco matto" alle violenze e arginare tutto il male che minaccia e rende sempre più periglioso il cammino dell'umanità su questo nostro violento e violentato pianeta, essa può sostenerci, darci sollievo, interrompere il flusso negativo che avvelena il nostro vivere quotidiano mostrandoci gli "appigli" da opporre alle "voragini". E gli "appigli" sono, ancora, le occasioni da cogliere, le risorse dell'intelletto e dello spirito in cui confidare, la capacità reattiva, di "resilienza", cioè di far fronte agli eventi negativi e di riorganizzare, ciascuno, positivamente la propria vita secondo coscienza e sentimento, soprattutto, poetico. Bisogna, dunque, "appigliarsi" a tutto ciò che resta ancora di buono per lottare, per migliorare, per vivere, per salvarsi.
      Gli haiku, le "cronachette ferali" sono uno sguardo fotografico, dettagliato, esauriente sulla realtà sociale, di cui Romano coglie gli aspetti crudi, desolati, deplorevoli. Egli costruisce un quadro globale della drammatica condizione umana usando immagini e metafore, che mettono in risalto fatti, luoghi, volti, situazioni. Così si va delusi e smarriti "fra strade / che sembrano stazioni / dove tutto è in ritardo / e non comprendi i luoghi / gli orari e i marciapiedi / (...) il giorno poi transenna / voragini nei cuori" (pag.17). In questa plaquette la realtà è presente nella sua drammaticità, anche là dove sembra essere messa in parentesi o appare velata da una sottile ironia, che lascia trapelare un retrogusto amaro. Così, "sospesa" e un po' mascherata, la realtà di più si mostra e si fa insostenibile, sì che il Poeta avverte l'urgenza del cambiamento, la necessità di trasformarla in un luogo 'naturale', più familiare dove eleggere la nuova residenza su questa terra. Essa è presente fin dall'inizio, nei versi del primo componimento che abbiamo già citato: in quel "prossimo mio/ come me stesso/ che con mani feroci/cava il bene dagli occhi/ e tracotante spazza/ l'integrità e la pace/. Ed è, come abbiamo già visto, esposta, sciorinata attraverso gli haiku. E se ne avverte fortemente la presenza, ancora nel testo che apre la silloge: nella mancanza improvvisa delle parole, che pure il nostro poeta dichiara di sapere "radunare al meglio"; nella 'paralisi' del linguaggio, che è 'annichilimento' dei sentimenti, angoscia, trauma coscienziale, incapacità di trovare, di dare una spiegazione al "tracollo" dell'uomo, dei valori, della società mondiale. ("si spappola il precordio / tracollo in un deliquio / e non ho più par...") Qui, dunque, la realtà è la voragine, il  'buco nero' che tronca e inghiotte le parole, che toglie "fiato" generando inquietudine e perdita di senso. La realtà non "esiste", perché non può essere questa, che indossa le diverse maschere della tragedia contemporanea. Il nuovo realismo, allora, è la ricerca del volto senza maschere, l'esigenza di rivelare la vita nella sua normalità, cioè estranea, fuori dalla realtà, la quale, essendo diventata una tragica carnevalata, non può offrire o sollecitare nessuna forma di spettacolo rituale, nessuna critica parodistica e rende, pertanto, (come afferma Linguaglossa) inutile e privo di senso «il sentimento carnevalesco del mondo», la «letteratura carnevalizzata» tendente a istituire «un mondo alla rovescia», come ha teorizzato Bachtin.
     Dalla presa di coscienza della realtà "voraginosa", che disorienta e genera sofferenza, nasce l'esigenza di trovare "appigli", soluzioni, rapporti; di indicare modelli; di darsi un compito, una missione: indicare all'uomo la via della salvezza. "Ma quando torneremo / al centro delle cose / dentro quel solco antico / che luce diede al mondo?" (pag.18). In questa domanda ritorna l'utopia possibile. Essa è la via, l'auspicato ritorno là dove si riflette la luce della creazione: in quel centro delle cose, in cui l'u-topia trova il suo luogo ideale. Difficile è - dice lo stesso Romano - dare una risposta "se tutto non esiste", se non trovano via d'uscita i pensieri che ristagnano di fronte alle difficoltà e alle contraddizioni della realtà, ineliminabili perché intrinseche alla natura stessa delle cose (pag. 14). Bisogna, allora, trovare una soluzione per superare l'aporia entro cui si dibatte il pensiero. La poesia è il grande appiglio. Essa è l'altra realtà che può annullare le contraddizioni, la distanza che ci separa dalle cose e consentirci di prendere posto in esse. Essa è il "centro", "quel solco antico", ed è la "luce" che può restituirci l'amore e renderci romantici, come un tempo gli innamorati sotto la  luna, la quale "irride / chi al suo chiaror non s'ama" (15). Riscoprire la bellezza dei sentimenti, tornare a stupirsi del cielo stellato è la risposta alla domanda, dove la realtà torna ad esistere nella sua vera essenza, nello splendore di quel "centro" che è l'origine del mondo e la cui ricerca non è metafisica, ma è l'annuncio del nuovo realismo, ovvero, del posto che l'uomo deve occupare nel mondo. Solo elevandosi spiritualmente si entra nel cuore delle cose, si stabilisce il contatto con la nuova realtà. Il desiderio del nostro poeta di farsi "ramo / che svirgola nell'aria" con "i suoi bracci in fiore" è il suo bisogno di librarsi con la poesia e liberarsi dal "cordame dei passi", che non conducono alla meta. Qui, ancora una volta, sembra che il Poeta voglia prendere le distanze dalla quotidianità, dal "monotono fluire" delle cose, che con il loro contraddirsi ci disorientano; sembra che egli, di fronte al "male di vivere", voglia chiudersi nella «divina Indifferenza», di montaliana memoria, e involarsi con la poesia come "il falco alto levato". Ma quel "Vorrei porgermi ramo" è un verso che toglie ogni dubbio riguardo alle sue intenzioni, rivelando, invece, un sentimento di carità verso gli uomini (pag.19). Nell'ideale metamorfosi, in quell'arborea trasformazione, c'è il desiderio di Romano di invitare gli uomini a cogliere i frutti della poesia, a sentirne il profumo invogliandoli, al tempo stesso, a coltivarla, a lasciarla crescere dentro la loro anima. E questo è l'unico modo - lo diciamo con le parole di Musil - di indicare «all'uomo come può essere uomo; inventare l'uomo interiore».[1] Ma ciò è un miracolo, che solo la poesia può fare. Ed ecco: Il sogno del poeta / è leggere a una folla / rapita e gaudente"; è portare tra la gente "l'abbraccio" della poesia, "lanciare pagine / verso mani protese" desiderose di afferrarle (pag. 31). Questo ideale trionfo della bellezza non lascia spazio al pessimismo. In "questo tempo frusto / che buttera speranze (...) torneranno giubili / e danze nei cortili / per i giovani affranti / se si reincarna il tempo" (pag. 21). E qui, nella speranza della palingenesi, della rinascita dell'uomo entra tutta la realtà: il presente e il passato, tutto il tempo, prima e dopo la venuta del Cristo, un tempo logoro, consunto, sempre più povero fino a rischiare di diventare senza futuro. Deve pure esserci, allora, un tempo della gioia, della guarigione. Di questo sembra convinto il nostro poeta, il quale sembra dire con Herder: «la serpe del tempo deve mutare la pelle per portare all'uomo nella caverna erbe medicinali, per la rigenerazione».[2] E queste erbe non possono essere che i versi: gli "appigli" necessari per sollevarci al di sopra delle "voragini" e a-scendere verso quel "centro ", dov'è l'essenza delle cose: la Parola, la "luce" che le ha generate; dov'è la nostra anima, l'anima del mondo, la vera residenza, l'essere e il tempo della resurrezione. 
      Non manca, in questa silloge, il ritorno all'infanzia, che è tema ricorrente in quasi tutte le raccolte poetiche del Nostro. Ma qui, ai ricordi, che aprono scene del tempo felice, quando il domani era assicurato e addentato col cibo e col calore familiare, si legano ricordi di vita vissuta da genitore; gli umori "e i timori patiti / per riscaldare i figli / cresciuti a pane e labbra": momenti, stati d'animo assorbiti dai muri, e che la casa custodisce "come calda placenta" (pag. 37). Ancora presente è la realtà, quella che il Poeta vorrebbe non esistesse, là dove "Pare tutto perfetto", quando ci prendiamo cura delle cose più semplici e amabili ("quando t'affacci al sole / carezzi i ciclamini / diserbi le pomelie") dimenticando chi "giace / nell'angusto abbandono". Ed è una luce di speranza, un "appiglio" pensare "che il domani" sia migliore; che "dal nulla", dal vuoto, nel quale tutto sprofonda, possa iniziare il cambiamento, la rinascita dell'uomo (pag. 38). E accanto alla speranza ci sono i sogni ad occhi aperti, che lasciano vedere dentro quel "nulla", dentro quel "buco nero" tutt'altra realtà, di cui però resta alla fine solo l'illusione, la coscienza del sogno (pag. 42). Ma è, un'altra volta, la poesia l'àncora alla quale appigliarsi quando l'amicizia è tradita, la vita procura "mialgie" e la notte crea sonni agitati, trasformando in incubi e inquietudini gli "sbagli diurni". Dalla poesia Nicola Romano trae la forza per innalzarsi. Egli la considera una grazia, che riceve proprio dai dispiaceri, dai patimenti e dalle delusioni (pag. 44). In virtù di essa sarebbe possibile stabilire rapporti col nostro prossimo, conoscere la vita delle persone che incontriamo nel nostro quotidiano, vincere l'indifferenza verso gli altri tirandoci fuori dalla folla solitaria, in cui ognuno è un'isola, perso dentro sé stesso, dentro la propria storia e ignora ciò che si cela dietro lo sguardo, il fugace saluto, il silenzio del proprio vicino (pag.47). La poesia è in grado di reggere tutto il dolore che esprime, e che si raccoglie nelle parole versate sul "foglio". E questo, che in grembo "porta carichi / grandi come le pene";  che custodisce "grumi di memorie / pesanti come marmi"  e che "s'intride / con accenti di lacrime", è il "corpo sottile " della poesia stessa, la quale prende su di sé un'intera esistenza costituendosi, offrendosi come cura (pag.48). Ecco! Questa nobiltà della poesia, questa sua indulgenza, il suo essere stato di grazia, generato dal dolore, è l'ulteriore conferma della presenza della realtà, della "non-vita", la quale non può essere negata, ignorata, ma ha bisogno del volto veramente umano, che solo la poesia può darle.



[1] R. Musil, Schizzo della conoscenza del poeta.
[2]  J. G. Herder: Titan und Aurora.

giovedì 5 maggio 2016

Gonzague de Reynold, "La Casa Europa" (Ed. D'Ettoris)

di Domenico Bonvegna

Si ha la sensazione che stiamo vivendo la fine di un'epoca, di un mondo, per qualcuno addirittura siamo alla fine “del” mondo, ma sarà vero? O piuttosto siamo alla fine di “un” mondo, come sostiene il fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, che peraltro da molto tempo ripete a mò di slogan, che “la nonna è morta”, alludendo con ciò alla fine della Cristianità occidentale. C'è anche un'altra immagine che Cantoni usa per l'Europa, ed è quella della“balena morta, spiaggiata ormai morta”. Il processo che segue, quello della decomposizione, è ovviamente molto lungo.“Questa è la situazione che noi stiamo vivendo oggi. La cristianità è finita. Quanto tempo ci vorrà perché la sua dissoluzione si compia definitivamente? Non lo possiamo sapere con precisione. Ma la nostra situazione è simile a quella di coloro che assistono alla morte e alla decomposizione della balena spiaggiata. Una situazione sgradevole soprattutto nel momento in cui si incominciano a sentire i miasmi fetidi della putrefazione del cadavere dell'enorme animale”.(Pietro Cantoni, Riflessioni su “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione” e la situazione attuale, in Cristianità, n. 379, genn-marzo 2016).
E visto che stiamo vivendo dei momenti storici forti, probabilmente anche momenti di transizione, periodi “vuoti”, dove per gli storici delle civiltà esplodono grandi crisi, guerre, scomparse di Stati, frazionamento d'imperi, rivoluzioni, sconvolgimenti sociali, anarchia, tutti elementi che vengono a inserirsi tra due epoche, quella che muore e quella che nasce. Proprio in questo momento dove i popoli si sradicano e si rimettono in movimento e dove la curva della civiltà si flette, e ricompare la barbarie e le forze primitive, può essere utile leggere, le riflessioni di uno di questi storici delle civiltà, come lo svizzero Gonzague de Reynold, poco conosciuto in Italia, anche perchè le sue opere non sono state tradotte. Recentemente a pubblicare una raccolta di conferenze, lezioni e articoli di Reynold, curati da Giovanni Cantoni, ci ha pensato la casa editrice D'Ettoris editori di Crotone,  il titolo dell'opera è abbastanza significativo: “La casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità”. Cantoni da mezzo secolo cita a voce, in conversazioni private e in pubbliche conferenze, e per iscritto in articoli su Cristianità, il pensatore e politico svizzero che meriterebbe di essere conosciuto dalla nostra cultura. Magari nelle nostre università.
Reynold è convinto che la nostra civiltà sta scomparendo, quindi è molto utile conoscere come si è costruita e perchè sta scomparendo l'Europa. Infatti nella prima parte dell'opera, lo storico svizzero racconta La costruzione della casa Europa.
Reynold da grandi lezioni di Storia di alta qualità:“possiamo vedere dove andiamo solo se abbiamo imparato da dove veniamo”.Reynold era convinto che lo storico avesse una missione e che il passato servisse come “un arsenale a uso della politica”, ma nello stesso tempo era consapevole che lo storico spesso non veniva ascoltato, a questo proposito citava un suo connazionale, Alexandre [Rodolphe] Vinet [1797- 1847], che riconosceva nello storico una malinconica missione: “[...] egli ha una sua visone generale dell'avvenire […]. Ma la sua parola è spesso triste […]; costretto a profetizzare, getta agli uomini preziose verità, gravi avvertimenti, da cui sente interiormente che non ne trarranno profitto; dispensa tesori di saggezza speculativa e pratica per ottenerne pochi frutti, e prepara alle nazioni, per i loro momenti inevitabili di rimpianto e di pentimento, la malinconica soddisfazione di riconoscere che quanto è a esse accaduto era loro predetto”. Nel mio piccolo ho sperimentato che è faticoso trasmettere a certi “politici” l'importanza del messaggio storico, imprescindibile per una buona politica. Infatti l'aforisma:“Chi sbaglia storia sbaglia politica”, ha una validità incredibile.
Per leggere gli scritti di Reynold occorre munirsi di una carta geografica, di un planisfero, così si riesce accuratamente a disegnare i tratti caratteristici del nostro continente e soprattutto le varie fasi su come è stata costruita l'Europa. A partire da Strabone, geografo e storico greco, rileva che l'Europa era un concentrato di equilibrio e di armonia, di unità nella diversità. Un territorio con predisposizione naturale al federalismo, proprio perchè ogni gruppo umano vi s'istalli, vi si radichi e vi sviluppi la propria cultura.“L'Europa, dal solo punto di vista geografico, si presenta ai nostri occhi nella forma di un sistema di relazioni”.
Il terzo carattere dell'Europa per Gonzague de Reynold è la presenza della montagna e del mare. Tuttavia, la dominante è marittima, tra l'altro, l'Europa “è la parte del mondo con lo sviluppo più considerevole di coste. Ne deriva - scrive Reynold – che nessun paese, neppure la Svizzera, si trovi lontano dal mare...”
L'Europa è una penisola dell'Asia, secondo gli geografi, “il mare l'ha staccata dall'Asia, orientandola verso ovest, per fargli scoprire il Nuovo Mondo, quindi,“l'ha portata verso l'egemonia del globo, l'ha infine preparata a essere la fonte di luce irradiante della civiltà universale”.L'Europa ha dalla sua parte anche il clima, umido e temperato a causa del mare[...]Ne deriva che la terra europea è, di tutte le terre, la più favorevole alla vita umana e di conseguenza allo sviluppo di una civiltà superiore”. Inoltre è “la terra dell'uomo e della civiltà, l'Europa è anche il luogo dello spirito”. Qualche geografo la vedeva addirittura come “il capolavoro artistico della creazione”.
Dopo aver elencato i vantaggi naturali dell'Europa, Reynold coglie le debolezze. Per fare questo lo storico svizzero suggerisce di “stendere davanti a sé il planisfero”. Ribadendo ancora una volta la posizione privilegiata dell'Europa, intesa come “il focolaio generatore della sola civiltà che si sia rivelata capace di essere universale”. Questa stessa posizione però è generatrice di pericoli. L'Europa,“che non ha le dimensioni di un continente[...]si trova tutta presa fra due masse continentali che minacciano incessantemente di schiacciarla”. In pratica, scrive Gonzague de Reynold,“l'Europa è la parte del mondo nella quale il maggior numero di popoli diversi si trovano riuniti e racchiusi nello spazio più ristretto. Il che la vota alla guerra e all'immigrazione”.Per questo motivo, lo storico traccia un “carattere drammatico della sua storia”.
Quella di Reynold è una splendida e lunga meditazione sulla geografia dell'Europa per poi passare dalla“terra alla storia”, per entrare nella casa Europa appunto. I mari chiusi come quelli che bagnano l'Europa per lo storico svizzero,“sono centri di relazioni e di scambi, bacini fecondatori di civiltà”. Il Mediterraneo è il prototipo del mare chiuso. Peraltro“è il solo a essere assolutamente chiuso, dal momento che questo mare internum comunica con il mare externum, l'Oceano...” Sostanzialmente in questo ambiente, di mare e di isole, in questo clima mediterraneo si vive bene. Infatti è comprensibile che il Mediterraneo abbia esercitato fin dalla preistoria la sua attrazione sui popoli anche più distanti dalla sua riva. Pertanto senza possibilità di essere smentiti il Mediterraneo è il luogo della Storia, “la sua forza unitiva ha imposto a tutti i popoli che venivano a stabilirsi sui suoi bordi o nelle sue isole uno stesso modo di vivere, una stessa civiltà e uno stesso tipo riconoscibile in tutte le differenze, in tutti i contrasti e in tutte le opposizioni”. Praticamente tutti gli imperi, eccetto la Cina,“hanno fatto galleggiare i propri stendardi sul Mediterraneo”.
A questo punto il testo del nostro autore delinea magistralmente gli incontri e gli urti dei mondi antichi intorno al Mediterraneo, cominciando dall'Ellade, la Proto-Europa.
Ne riparliamo.

mercoledì 4 maggio 2016

Bonifacio Vincenzi, "Bataclan" (Ed. LietoColle)

di Griselda Doka

È diffusa l’idea che paesi non occidentali (in particolare di matrice islamista) vogliano annientare la civiltà occidentale. Il terrorismo in questo modo è visto come espressione irrazionale che utilizza i metodi più spietati per ottenere il risultato. Esempio emblematico di tutto ciò, la figura del kamikaze palestinese; secondo questo punto di vista non ci sarebbe nessun altra “causa” alla base del fenomeno.
Ovviamente, la questione è molto più complessa. Soprattutto, dopo gli anni ’90 si sta assistendo in una serie di eventi imprevedibili tanto da poter riscontrare in ciascuno di noi ciò che si definisce “trauma globale”, evidenziato in particolar modo dopo la Guerra del Golfo. Non mi vorrei soffermare sulle varie tesi e ipotesi del cosiddetto “terrorismo islamico”, ma mi sento di poter affermare che la società in cui viviamo è diventata un laboratorio pullulante di crescenti disparità di potere e ricchezza, di egemonie politiche e pseudoreligiose, di malcontenti e di assenza di risposte su scala globale.
Ma la vita ha un’abitudine/vivere qualunque cosa accada, scriveva la Achmadulina, richiamata giustamente anche dal Vincenzi.
Nel magma indistinto del “qualunque cosa “ ci sono eventi, che più degli altri ci turbano. Allora, ci si chiede: che cosa possiamo fare? Nel contesto specifico, che cosa può fare il poeta?
Di certo, la poesia possiede gli strumenti per affrontare svariati nuclei problematici irrisolti, personali e sociali, il disagio e la violenza, le “ferite aperte”, l’ignoto e le vertigini del mondo interiore nel senso più lato.
Oltre al profondo sconcerto e dolore per la morte dei ragazzi del Bataclan, c’è in questa raccolta del Vincenzi, edita da LietoColle, il tentativo di rimanere attaccati a quel filo di razionalità, che di natura è discontinuo, ma acceso; cfr. Ad es. la prima poesia non più nomi, storie e vissuto/ ma un lampeggiare discontinuo/dalle caverne dell’odio.
Da qui l’entrata completa in scena per ricostruire pezzo per pezzo emozioni, impressioni, domande, opinioni, riflessioni, nate da un tragico evento che in misure differenti ci richiama alla responsabilità, intesa come cittadini globali, ma anche e soprattutto come esseri umani.
Ciò che a mio parere fa più paura di fronte alle stragi così cruenti, è l’assenza del pensiero, il fossilizzarsi nella paura, un ritorno quasi nella nostra nudità umana all’interno delle caverne; ed è questa assenza del pensiero che nella poesia sfocia in soluzioni diverse: (un solo esempio, nella stessa poesia della p. 17) abbiamo, da un lato; - c’è un muoversi di corpi e canti/nel procedere invariato dell’istante ; e dall’altro, un tratto larvale si espande/deforma la festa, rende la folla un bersaglio. In entrambi le immagini, c’è l’uomo, prima, chiuso, ignaro, indifferente nella sua normalità, dopo, irruente, deciso, mirato nella sua crudeltà. Il solito “disagio della civiltà”, direbbe Freud, l’aggressività rimossa e risvegliata.
Aperto, però, rimane l’interrogativo come possiamo abolirla? Intanto, si abbassino tutte le bandiere/si spengano tutte le luci/questa notte/ un mondo è morto. (p. 20)
È giunta la morte. Più terribile dell’istinto, più grande della paura. Non esiste artista che non prova a misurarsi con il tema della morte, e spesso si immedesima con le vittime, ignari, impotenti, quelle, le vittime sono sempre buone, ricorda l’autore, perché purificate dalla morte; il dado rimane a noi, i vivi, noi i compartecipi di questo mondo incapace di amare. (Ancora! sic.) A noi il silenzio e la sottile consapevolezza che si dovrà pur vivere in qualche modo. Ma se poi, capiti la fortuna di diventare coscienti della propria futilità, inutilità, il far finta di essere sani, forse, dico forse, possiamo cogliere l’opportunità di abbracciare la nostra fragilità e dare un possibile senso alla nostra presenza nel mondo come individui reali, vivi, interi, continui in grado di affrontare la vita nell’insieme delle sue difficoltà di ordine sociale, etico, spirituale e biologico.
In quest’ottica, mi sembra auspicabile quella microsociologia del rapporto persona a persona, corpo a corpo, rilanciata da Ronald Laing, lasciando da parte, anzi meglio non considerare, le strutture sociali e politiche causa delle condizioni in cui ci troviamo, così possiamo essere tutti: soldati disarmati/vicini come le foglie dello stesso albero/negli occhi ancora/ lo stupore/della primavera. (P.31)
Solo così possiamo, anzi dobbiamo urlare con la stessa intensità, non solo perché Bataclan (Parigi), ma anche, perché Palmira? Perché Ankara? Perché Kabul? Perché Bruxelles? Perché Londra? Perché Sanaa? Perché Maidagur? Perché Tripoli? Perché Istanbul? Perché Mogadiscio? Perché Damasco? Perché Kairo? Perché Baghdad? Perché…
Oh tristezza non trattarci con la stessa crudeltà di sempre/amiamo la letteratura! Amiamo la letteratura (NaimAraidi “Canzoni di Galilea” p. 15)
Perché, se tutti i miei perché li posso urlare, allora li posso anche scrivere per poi incontrarci liberi di Luoghi e Nomi.