sabato 28 maggio 2016

Maria Teresa Santalucia Scibona, "Los Caprichos de la luna" (Grupo Editorial Sial Pigmalión)

di Marcello Falletti di Villafalletto

Sono trentaquattro poesie che Maria Teresa Santalucia Scibona ha scritto in un arco di tempo piuttosto vasto che, ora raccolte, certune rielaborate, con l’allusivo titolo I capricci della luna, in lingua spagnola e italiana, offre agli estimatori della sua feconda produzione. Stanno a dimostrare la vasta fama e il ripetuto interesse che la nostra poetessa senese ha conquistato in lunghi anni di maturata esperienza in campo letterario e culturale.
     Proprio all’inizio della Prefazione al volume ho scritto: «Mi sovviene, in proposito, la leopardiana lirica Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, dove il poeta, osservando con ingenuo stupore l’universo, gli invia angoscianti interrogativi sul mistero della vita e sul destino dell’umanità. Anche in altra, Alla Luna, Leopardi, idillicamente, la invoca con memorabili versi, non solamente per trovare conforto al dolore e rievocando il tempo giovanile: «… La speme e breve ha la memoria il corso, / Il rimembrar delle passate cose, / Ancor che triste, e che l’affanno duri», in un ricordo amoroso e allo stesso tempo doloroso. Alla stessa maniera, Maria Teresa si confronta con un passato, proteso verso il futuro, dove “i capricci” di Selene sono presi a pretesto per imbastire una trama fortemente esplicativa, simbolica della conoscenza acquisita con il trascorrere degli anni e, filosoficamente, rivelante il suo personale messaggio che, attraverso accurati versi, diventa universalmente cosmologico.                                  
«Forse un giorno / qualche affocato / seme germoglierà / nel mio sarchiato campo. / Ora valuto i limiti». In pochi versi comincia a prendere visione una realtà vissuta, nella quale trovano spazio: passato, presente e futuro. «Tu mi svelasti trucchi / di ermetici anagrammi / che intrigano / sconforti con i miti, / idiomi e psiche.», dove la stessa esistenza, per quanto ardua, si dilegua sinuosa verso nuovi orizzonti, senza limitati confini. «Ma, l’ottica è diversa / e balbe le parole / per vette azzurre e inferni. / Persevero tenace, / non demordo e seguito / con mani insanguinate / a svellere gramigna». La prospettiva è, complessivamente, differente; le parole potranno essere balbuzienti o incerte, attraversando il buono, il bello, anche il cattivo, ma perseveranza e costanza continuano a sostenere l’indomito che, seppur ferito, martoriato, continua a strappare, sradicando tutto ciò che infesta, frena, pensando di arrestare, o travolgere, un cammino irrefrenabile. Non è mera euforia, né chimera poetica!
     In effetto, questa prima lirica, potrebbe, da sola, orientare tutto il contenuto del libro; appellandosi a quelle bizzarrie lunari che non sempre lo sono. E che, anche per altri scrittori, hanno stimolato coraggiose, imperiture suggestioni, divenute magistralmente: orizzonti, preferenze stilistiche, alternative esistenziali.
     Certamente, affrontando criticamente un’opera, sia essa letteraria, pittorica, che artistica, ci sentiamo inadatti a poterlo fare spontaneamente, senza incorrere al personale sentimento di inadeguatezza e legittimità dell’analisi del bello.»; giustamente a indicare quanto sia difficile non solamente il giudizio ma la stessa capacità di cogliere il pensiero e l’intento recondito che spinge il poeta a verseggiare: senza incappare in errori che possono insorgere quando ci si spinge a voler immaginare anche quello che l’artista, giustamente, non ha minimamente sfiorato. Per quanto riguarda Maria Teresa, sono persuaso di aver colpito nel segno e aver centrato pienamente non solamente le emozioni ma anche quel giusto recondito che si cela dietro a versi così elevati.
     La luna, ancora misterioso soggetto, con i suoi “attribuiti” capricci, non è altro che l’animo inquieto del poeta in cerca di se stesso; perdutosi allorquando ha desiderato di scoprire e svelare l’animo di ciò che lo circonda; di quello che lo stimola a pensare: fino intromettersi dentro se stesso e proiettandolo, apertamente, verso un’umanità ferita, confusa, talvolta leggera e assente onde poterlo richiamare al costante che sembra sfuggire inesorabilmente. E proprio nella lirica “Alla Luna”, la Scibona, descrivendola in modo aureolato, la promuove a suprema sovrana dei pensieri umani: Enigmatica luna, / complice astuta / di mutevoli amori. / Come l’ape regina / di stellati alveari / ammicchi suasiva / al giorno spossato che muore. / Icari ardimentosi del duemila / vennero a te, languida / sfinge dei cieli, / a disvelare l’alone di mistero / di cui ti ammanti / col bruno scialle della notte. // In deserti siderei / d’immota polvere posero / passi malcerti, fra speranze / e bandiere, prelevando felici / come bimbi pietre grezze, remote / per carpirne l’essenza / nei giorni vittoriosi del ritorno. / Ma, per l’uomo romantico, comune / che sogna ancora / al tuo chiarore antico / lontana inaccessibile rimani, / diafana luna., pur facendola restare, in fine, semplicemente: pallida, impenetrabile e distaccata dall’essenza terrena.
     L’ammaliante e luminoso corpo celeste, preso a pretesto, assurge a conflittuale tema dell’intera raccolta; senza però riuscire a nascondere una più vasta diversificazione che coinvolge non solamente l’Autore che, attraendo, attraverso un più esteso raggio d’azione entro il quale si colloca l’intera produzione di Maria Teresa Scibona, arriva a noi per essere armoniosa poesia dalla quale attingere essenzialità fondamentali.
    Lasciandoci calare nell’attenta lettura di questa ulteriore opera scopriremo quanto l’umano sentire può spingersi verso infiniti orizzonti, apparentemente inspiegabili, che vengono con semplicità e spontaneità a noi consegnati per essere assimilati e vissuti nella loro universalità.
     Dalla mia tana: Una bufera di malinconia / perturba la siberia del mio cuore. / Come fiera stanziale svernerò / nel mio ristretto bioma. / Ecco, la valle s’indora / di ginestre e di trifoglio / il molle prato affolta. // Tenere foglie addensano le siepi. / Dietro tracce odorose bradi puledri / fremono al morso delle briglie. / Dall’esodo migrante, per disgelo / ritornano le rondini. / Ed io dalla mia tana, più /  non vedrò fiorire la primavera.
     Non si tratta dell’angariato “pessimismo” leopardiano”, che apparentemente può sembrare costernazione, in quanto in esso, recuperiamo i sintomi di un positivo desiderio che accompagna l’intera silloge verso una terminazione ottimistica e concreta: dettata e favorita da efficace dottrina e dalla speranza che guidano ogni anima eletta verso quella soluzione finale che traspare e appare con rilevante evidenza.

     Maria Teresa Santalucia Scibona, ha ragione, può essere annoverata tra i grandi poeti e pensatori che ci accompagneranno lungo questo giovane secolo; guidandoci nei meandri di una letteratura che, all’apparenza, potrebbe sembrare languente ma che grazie anche a lavori come questo non lo è e non lo sarà affatto.

venerdì 27 maggio 2016

Tommaso Romano, "Café de Maistre" (Ed. ISSPE)

di Sandra Guddo


Una cornice elegante, lungo il Foro Italico, a due passi dal mare, lontano dal chiassoso,  imbarazzante ed ordinario tempo delle chiacchiere di  opinionisti à la page , è il “ Cafè de Maistre “,  sagacemente intitolato ai fratelli Joseph e Xavier De Maistre così diversi tra loro da potersi contrapporre, in una dialettica stringente, come tesi ed antitesi.
Probabilmente è questo il motivo per cui il cafè è stato intestato a loro in quanto rappresenta la metafora di un luogo simbolico ed immaginifico, di uno spazio mentale dove sarà possibile, in compagnia di un panormita inattuale come si definisce Tommaso Romano, accomodarsi su una sedia di paglia viennese davanti ad un tavolino Ducrot  per dissertare liberamente di filosofia o di teologia, di poesia o di narrativa, di pedagogia o di storia, di musica o di pittura, di cinema o di teatro, senza rincorrere il politicamente corretto per apparire a tutti i costi  un intellettuale  alla moda, salito sulla giostra della vanità in cerca di plausi e di  ipocriti consensi, ignorando che, come saggiamente scriveva Victor Hugo,  spesso il successo non equivale al merito e che non sono “ i palcoscenici agghindati alla festa dell’ipocrisia”  le piazze o gli stadi pieni di folla delirante a decretare i meriti di una persona anche se ne rappresentano un importante indicatore. Ammonisce T. Romano “ i conti non fateli con le folle, li farete col Padre Eterno “.
Il café de Maistre è come un fortino, ultimo baluardo  di resistenza contro l’invasione dei nuovi barbari nei cui confronti occorre prendere posizione, avere il coraggio di dissentire e di dissertare fuori dal coro degli adulatori corrotti, dei beoti acquiescenti, del peggior buonismo, del falso intellettuale che opera in nome di un pasticciato sincretismo svuotato di ogni valore oppure agisce in nome di un frainteso spirito di tolleranza a tutti i costi e di una fuorviante, tragica interpretazione del principio di libertà di espressione attribuita, forse a torto, a Voltaire, considerato il padre dell’Illuminismo.
Coerentemente con i suoi principi, T. Romano interviene dal suo blog ( Mosaicosmo-Romano) sul caso Messori- Boff, esponendosi in prima persona e prendendo decisamente posizione, confortato da Lucio Zinna, insigne intellettuale e poeta il quale, in una lettera pubblicata per intero nel presente volume, condivide la posizione di T. Romano, affermando quanto siano centrali e fondanti per una vera Unione Europea, i valori della Chiesa cattolica che oggi si trova ad un bivio e dovrà scegliere tra il principio di tolleranza a qualsiasi costo, tanto per stare al passo con i tempi che cambiano o la salvaguardia di quegli stessi principi che sono fondanti  dell’identità non soltanto della Chiesa ma dell’ Europa stessa !
 Il cafè De Maistre rappresenta “  un rettangolo di ammutinamento”, un luogo di difesa della nostra Tradizione che non può cedere il passo ai burattinai dei poteri occulti che si nascondono dentro le potenti organizzazioni delle multinazionali che, attraverso un processo di appiattimento, depauperamento ed annichilimento dei valori legati alla nostra Tradizione, ci impongono modelli di comportamento basati sulla omologazione, annullando le peculiarità di un popolo . Ed è questo che fa più paura: assistere quasi del tutto impotenti, al diffondersi di mode, gusti, abitudini e  stili di vita condizionati dalla pubblicità che, con i suoi messaggi sublimali, impone i  prodotti della globalizzazione a scapito delle nostre migliori tradizioni oltre che delle economie locali. Contro tale tendenza, viene auspicato  in particolare “  una rinascenza del Sud … basata sulla riscoperta, rivalutazione e coraggiosa riaffermazione del nostro passato e delle nostre radici” al di fuori della retorica “ nostalgia del bel tempo andato “ che ci possa sostenere nella riscoperta del “ senso dell’appartenenza “.
In tale contesto anche il ruolo sociale dei poeti, un tempo paladini delle tradizioni popolari che si tramandavano dai padre ai figli attraverso i loro canti, sembra essere in crisi  “ poiché si è perso il senso e l’appartenenza alla comunità, in nome di un livellante e falsamente umanitario globalismo “. L’ intervista a Mario Luzi del 1989 costituisce un’interessante occasione per tracciare la fenomenologia della lirica chiarendo  la funzione altissima che essa svolge presso i popoli come stimolo per le coscienze addormentate e come pungolo ad una visione dell’umanità che non deve perdere la sua vera identità spirituale: la poesia etica e religiosa  “  di annuncio oltre che di denuncia “ che non è in contrapposizione con la Tecnica purché se ne faccia un uso adeguato.
Il cafè non è soltanto un luogo di resistenza ma è soprattutto un luogo di accoglienza di quanti credono ancora nei valori fondanti della nostra spiritualità e li manifestano, senza timore, con le loro opere, le loro proposizioni ed azioni, rifiutandosi di trasformarsi in grottesche “ maschere pirandelliane , in caricature  …  e prodotti assortiti di pseudo umanità “ .
 Così va accolto in questo luogo spirituale Padre Giuseppe Rizzo di Ciminna , sospettato di modernismo e di rosminianesimo filosofico, che, a seguito di un’ingiunzione della curia palermitana, è stato esule nella sua stessa cittadina natale. Oggi è stato riabilitato e beatificato, a seguito di un’attenta revisione della sue opere dalle quali emergono chiaramente le sue posizioni sempre rispettabili che affondano le loro radici nella filosofia cristiana di Antonio Rosmini. Una lettera ritrovata da Vito Mauro, nell’Archivio Storico Diocesano della Curia di Palermo, getta nuova luce sui rapporti tra questa e il clero di Ciminna. Ciò a riprova, semmai ce ne fosse bisogno, che Tommaso Romano, per ristabilire verità storiche dimenticate, fuorvianti o mistificate, utilizza rigorosamente il metodo euristico della ricerca supportandolo con documenti certi ed inoppugnabili. Il suo rigore e la sua onestà intellettuale non potrebbero consentirgli di fare diversamente.
Ma la sua preoccupazione più che legittima è rivolta soprattutto ai giovani, consapevole dei limiti  di un sistema educativo che, per le sue grossolane inefficienze acutizzate dalle rovinose riforme di questi ultimi anni, non può garantire e sviluppare nei tempi e nelle modalità dovute, la loro formazione umana ed intellettuale. I giovani sono bombardati da messaggi fuorvianti e spesso contraddittori che generano in loro soltanto confusione dove tutto viene messo in discussione perfino il concetto di genitorialità.
Sarebbe opportuno, a mio avviso, soffermarsi sull’etica della responsabilità, parola sconosciuta ai molti nuovi profeti, ampiamente spiegata dal filosofo tedesco Hans Jonas  nel suo libro “ Il principio della responsabilità “ ( 1979 ) , che egli applica all’ecologia ed alla bioetica. Egli afferma che non si può agire in modo disastroso  per la conservazione dell’ Ambiente e dello stesso Genere Umano, in nome della Tecnica, che si è sviluppata in modo sorprendente in questi ultimi decenni anche se la cosa in sé  è sicuramente positiva; non si può utilizzare la tecnologia senza considerare gli effetti che potrebbero risultare esiziali per la nostra stessa sopravvivenza. Appare perciò indispensabile declinare il nuovo imperativo categorico dell’Etica della Responsabilità: “ Agisci in modo che gli effetti delle tue azioni siano sempre compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. “  Occorre con urgenza rifondare un’etica cosmica con la quale affrontare i problemi che il terzo millennio ci prospetta.
Lo stile brillante, la dialettica sagace, a volte pungente ed ironica, caratterizza  la narrazione del presente volume che procede sapientemente per analisi e sintesi in quanto, pur  essendo una scrittura necessariamente veloce che ci propone parecchi  artisti di grande spessore, non  risulta mai affrettata o superficiale ; al contrario la capacità di analisi del suo autore si combina in un’alchimia perfetta che soltanto pochi posseggono, con la capacità di saper sintetizzare, con essenziali ed equilibrate parole, tutto ciò che d’ importante c’è da sapere sull’ artista preso in esame che viene contestualizzato nell’ ambientazione delle relazioni umane, sociologiche e storiche in cui si è formato, in sintesi , nel suo microcosmo.

Sfogliare questo libro, intenso e bellissimo, ricco di vibrazioni messianiche ed escatologiche,  è come aprire uno scrigno pieno di gioielli rari e preziosi tra i quali è quasi impossibile scegliere il più bello ed è per questo che, per non offendere alcuno, tralascerò di citare i nomi prestigiosi delle donne e degli uomini, presenti nel “ Cafè de Maistre” , che hanno dato, con le loro opere e con l’esempio di vita, testimonianza  della fervida attività culturale che la generosa terra di Sicilia, pur con tutti i suoi limiti, produce e che ci fa sperare, nonostante “ mala tempora currunt “, nonostante l’ attuale condizione  culturale globalizzata  e disumanizzata, lontana dalla Tradizione,  in un mondo migliore. 

da: "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura", n. 41 - 42, 2017

giovedì 26 maggio 2016

Perdere la testa senza subire danni: Thomas More raccontato da G. K. Chesterton

di Luca Fumagalli

Ancora oggi, a quasi mezzo millennio dalla scomparsa, ciò che sfugge dell’affascinante vita di Thomas More è il senso del suo martirio. Sebbene siano facilmente comprensibili le ragioni che spinsero il brillante umanista a opporsi alle pretese luciferine di Enrico VIII, allo stesso tempo si fatica a capire come mai un noto riformatore come lui, che tante parole spese per fustigare il malcostume di certa gerarchia ecclesiastica, abbracciò volentieri la morte quando fu l’ora di difendere Roma e il Papa.
Nell’immaginario collettivo More ha vissuto una sorta di scissione, come se il suo sacrificio costituisse una cesura tra il proto-liberale degli anni giovanili e il santo della maturità. Del resto, chiunque abbia avuto occasione di avventurarsi tra i capitoli del suo più noto libro, Utopia, non può non percepire un senso di smarrimento: possibile che un testo come quello, sovraccarico delle ardite congetture di una mente schiettamente rinascimentale, sia stato scritto da chi morì come un fiero cattolico medievale, come l’omonimo Thomas Beckett?
Per risolvere un paradosso tanto complicato ci voleva G. K. Chesterton, il re dei paradossi.
Nella sua lunga carriera l’inglese ha scritto migliaia di pagine, molte delle quali, oltre una preziosa testimonianza di Fede, costituiscono un serbatoio citazionistico praticamente inesauribile. Eppure, strano a dirsi, Chesterton non ha mai dedicato nessun libro a Thomas More, solo un esiguo pugno d’articoli. La qualità dei testi, però, è inversamente proporzionale alla qualità, eccellente come sempre, e la ponderosa densità delle argomentazioni fa comunque ipotizzare che il pregiato autore avesse intenzione di sviluppare ulteriormente il tema, magari in forma di biografia. I numerosi impegni, con tutta probabilità, lo costrinsero a una scelta, e preferì dedicare tempo e spazio a San Francesco d’Assisi e a San Tommaso d’Aquino piuttosto che a More, la cui devozione è molto diffusa in Inghilterra e vanta solide radici.
Per Chesterton More è un diamante: la sua mente riflette le numerose sfaccettature della realtà e non rinuncia a incidere fino a sfregiare la carne morta dell’ingiustizia e del peccato. Era la sua natura, la stessa che lo spingeva a difendere le cause perse, quelle dei poveri e dei deboli, la stessa che in giovane età egli scambiò per vocazione, la stessa che rendeva quello della preghiera il momento più esaltante della giornata. L’abnegazione con cui si spendeva per gli altri era accompagnata dall’umiltà; divenne cancelliere di Enrico VIII nella speranza di condurre il bolso Tudor sulla via della ragione, ma rinunciò senza remore all’incarico quando il progetto si mostrò irrealizzabile. A chi si congratulava con lui dopo un incontro in cui il sovrano gli aveva ripetutamente battuto le mani sulle spalle con bonaria foga, More aveva risposto arcigno: «Se la mia testa gli dovesse procurare un castello in Francia, non si farebbe problema a staccarmela».
L’ironia di More è proverbiale, un tratto che lo accumuna a Chesterton e che costituisce la chiave di volta per comprenderne la complessa personalità. L’universo immaginato in Utopia è infatti una fantasia senza peso, che nulla ha a che spartire con fini apologetici o progetti ideologici: «Thomas More fu quasi l’ultimo a respirare l’aria fresca di un paese incantato dalla libertà … Poteva raccontare le favole che voleva, e la favola non doveva necessariamente avare una morale o una morale immorale». Un atteggiamento quindi diametralmente opposto a quello dei tanti utopisti moderni, animati dalla folle e violenta idea di fare della terra un luogo diverso attraverso la scienza e la tecnica.
Che quello di More fosse un innocuo divertissement lo dimostra, tra l’altro, il fatto che dal suo mondo ideale aveva cacciato gli avvocati – e lui stesso apparteneva a quella categoria – e che, dopo aver ultimato Utopia, passò con grande rapidità a occupazioni più gravi. In un’occasione era addirittura giunto ad affermare di preferire che tutti i propri libri e quelli di Erasmo andassero distrutti piuttosto che, come a quei giorni era verosimile, procurassero danno a qualcuno.
Una mente come un diamante raccoglie i più brillanti scritti di Chesterton dedicati a More, organizzati per argomento e acutamente commentati da Giuseppe Gangale, direttore della rivista di studi moreani «Morìa». Un libro agile, ideale per chi fosse interessato ad approfondire questo strano mostro bicefalo, il dialogo tra antico e moderno instaurato da due brillanti prodotti del cattolicesimo britannico.
Il più grande insegnamento che More ha lasciato ai posteri è che l’importante, nella vita, non è la coerenza – umanamente impossibile – quanto la tensione ideale a Dio che dona senso e spessore alla quotidianità. Come ricorda Chesterton, More perse la testa ma, per sua fortuna, non subì danni.

mercoledì 25 maggio 2016

Gennaro Sangiuliano , "Putin. Vita di uno Zar" (Ed. Mondadori)

di Annamaria Nazzaro

Vladimir Vladimirovic Putin, l'uomo che nasconde, al tempo stesso, forza politica e debolezze umane, dietro uno sguardo di ghiaccio. Occhi chiarissimi che fanno da frontiera al suo animo, ma che ne lasciano, comunque, aperta una porta. Piccolo per corporatura, grande per determinazione.
Freddo ed implacabile nelle decisioni, umanamente amante ed affettuoso nelle sue relazioni personali. Non dimentica mai né l'affronto, né l'amicizia. Abituato al silenzio delle steppe russe, alle albe troppo precoci e limpide, alle notti senza fine, dice di se stesso e del suo Popolo che "il loro cammino è tra le tenebre".
Tra le tenebre, Vladimir Putin ha saputo percorrere la strada della stabilità economica e sociale, in un valzer di alleanze e collaborazioni, talvolta discutibili. Ha, comunque, strappato - senza indugio e con ogni mezzo - la Russia alla criminalità post-sovietica. Ha saputo preservare l'identità spirituale, culturale e nazionale del Paese, mettendo in atto un coraggioso tentativo di resistere all'americanizzazione ed alla globalizzazione. Ha regalato alla sua Patria il "rinascimento nazionale e tradizionale", recuperando la memoria storica e ridisegnando l'identità dei Russi.
Improvvisamente asceso sul palcoscenico mondiale, il "nuovo Zar" ne condiziona - da più di un decennio - la politica internazionale, tanto da essere definito "l'uomo più potente del mondo" (Forbes). Sicuramente, il più temuto.
Nato in una kommunalka di una Leningrado staliniana ed ancora semidistrutta dalla guerra, battezzato in gran segreto dalla madre contro l'ateismo patriarcale e di Stato, membro del potentissimo KGB sovietico e del FSB russo, collaboratore di uomini di stato che - oggi - la storia relega in un passato scomodo, Vladimir Putin non ha mai rinnegato o taciuto il suo operato, consapevole del giuramento di fedeltà a se stesso ed alla Russia.
Come su una scacchiera, abilmente, gioca con la strategia dell'arrocco: Presidente e Primo Ministro, a seconda delle esigenze della sua Patria, sempre fedele alla Costituzione. Mai, però, gioca con le parole.
Appartiene alla sua Madre Terra. Non dimentica il passato e la tradizione, ma guarda negli occhi il futuro, tenendo a mente che, in un momento di transizione post-ideologica e di ricerca di nuove basi morali, bisogna ricorrere alla riscoperta delle proprie origini religiose. Del resto, a conferma della sua personalità, non rinnega nemmeno il Comunismo, alla cui scuola si è formato non senza contraddizioni. La sua azione politica è, oltremodo, discussa: tra stereotipi e pregiudizi, tra la Crimea e la Siria, Vladimir Putin è l'uomo più temuto da tutte le "democrazie". È il potere. Enigmatico e complesso, vive imperturbabile tra le matrioske di una Russia rinata. Chi è questo misterioso Zar?
Senz'altro, ancora oggi, Vladimir Putin è la Russia. È lo Zar del nuovo umanesimo russo: il suo ritratto trova posto tra i Re ed i Condottieri nel Foyer Malachite, policromo corridoio che conduce alla Sala S. Andrea del Gran Palazzo del Cremlino. È l'uomo che ha restituito l'anima ai Russi.
"È l'anima della Russia, la sua passione, il suo tumulto, la sua sconcertante misura di bellezza e di infamia: in lui non c'è traccia di quella precisa divisione tra bene e male, alla quale siamo abituati": l'anima russa secondo Virginia Woolf sembra scritta per lui.
Vladimir Vladimirovic Putin, con i suoi misteriosi occhi di ghiaccio, guarda al futuro lontano, come un cavaliere di bronzo venuto dal passato.

martedì 24 maggio 2016

Tommaso Romano, "Giuseppe Rizzo" (Ed. ISSPE)

di Piero Vassallo

“L'opera di Giuseppe Rizzo manifesta in piena luce da un lato il tendere infinito della mente nella ricerca della Verità, dall'altro caratterizza in maniera inequivocabile questo divenire della mente, perché il significato lo riceve dalla luce della Verità totale alla cui comprensione si sforza pervenire.
 Giulio Bonafede


 Simile alla inconscia zagaglia di carducciana memoria, il piombo rovesciato su Giovanni Gentile dal gapista e pistolero fiorentino Bruno Fanciullacci avviò la calunnia e ispirò l'epurazione implacabile delle filosofie irriducibili all'utopia marxiana e al suo desolante esito crepuscolare.
 Ebbe inizio in quel tragico e oscuro 1944 il progetto degli oscurantisti, che hanno usato l'armato ma inconsapevole apparato culturale dei comunisti per sguinzagliare e promuovere i tenebrosi pensieri giacenti nel sottobosco esoterico e indirizzarli all'esito fumoso, ultimamente leggibile nei libri prodotti dalla squillante spocchiaadelphiana.
 Sugli autori irriducibili alla rivoluzione esoterica si è abbattuta, infatti, la severa e implacabile intolleranza di una censura protetta dal metafisico preservativo antifascista.
 Di qui il suggerimento di rileggere i testi dei protagonisti del vivace ma cortese dibattito che oppose i pensatori di scuola gentiliana ai filosofi d'ispirazione cattolica. Una vicenda sgradita agli esponenti della cultura in corsa illuminata – da Benedetto Croce a Monica Cirinnà e a Roberto Calasso - nell'interminabile dopoguerra.
 Alla faticosa impresa finalizzata alla ricostruzione di una importante pagina della storia filosofica italiana si è da tempo dedicato un allievo sagace e fecondo continuatore dell'opera di Giulio Bonafede, Tommaso Romano.
 Intrepido e ostinato visitatore della tradizione italiana calunniata, censurata e oscurata dal potere esercitato dai maghi freneticamente attivi nei vespasiani democratici, Romano esplora le pagine scomode della storia della filosofia.
 La più recente e impegnativa opera di Romano (edita in Palermo dall'Isspe) è dedicata alla discoverta del pensiero di un dotto sacerdote, Giuseppe Rizzo (1878-1933) filosofo rosminiano e canonico di Ciminna, un autore ingiustamente sottovalutato dalla storiografia d'ispirazione laicista e/o neo-modernista.
 Alla formazione filosofica di don Rizzo contribuirono alcuni illustri docenti dell'università di Palermo, interpreti di correnti di pensiero con le quali il sacerdote di Ciminna dovette misurarsi: il neo idealista Giovanni Gentile, e i positivisti Cosmo Guastella, Giovanni Antonio Colozza e Giuseppe Tarozzi.
 Rizzo fu stimato tuttavia da Gentile, che gli assegnò, quale argomento della tesi di laurea, Il problema del bene e del male e la Teodicea di Rosmini nella storia della filosofia.
 Romano rammenta, opportunamente, che “il giovane studioso di Ciminna si porrà lontano dalla filosofia dell'Idealismo e del Positivismo, allora egemoni”.
 Fu a Beato Antonio Rosmini cui don Rizzo fece costante riferimento, senza peraltro (rammenta opportunamente Romano, che al proposito cita un saggio di Michele Federico Sciacca) “diventare divulgatore pedissequo ma inserendo personali notazioni, osservazioni, innovazioni e varianti, non certo di scarso rilievo e interesse”.
 Lo storico Salvatore Corso ha dimostrato che don Rizzo intendeva “stabilire la concretezza e la stabilità del pensiero rosminiano in paragone con l'astrattismo dell'Idealismo e del semplicismo del materialismo”.
Pertanto saggio di Romano costituisce un prezioso contributo alla discoverta di un autore ingiustamnente sottovalutato e affondato nel gorgo del cattolicesimo spensante.

lunedì 23 maggio 2016

Nino Agnello, "Per sopravvivere al silenzio" (Ed. Thule)

di Giovanni Taibi

L’esigenza di lasciare tracce del proprio passaggio della nostra avventura mondana  è sempre stata connaturata nell’uomo, sin dai tempi in cui si circondava nelle caverne di graffiti che rappresentavano scene di vita familiari e volti amici e i primi ideogrammi con cui ingenuamente esprimeva i propri sentimenti. Questi altro non sono che gli antenati della parola scritta che ha permesso all’uomo di tramandare ai posteri le sue memorie e i suoi accadimenti. La Parola per sopravvivere all’oblio e al silenzio che inevitabilmente rischia di essere il nostro destino.
È questo il senso ultimo del nuovo libro del prolifico scrittore, poeta e saggista agrigentino Nino Agnello “Per sopravvivere al silenzio” ( Edizioni Thule 2012 Euro 15,00 ).
“Un segno è già una parola vera che durerà nel tempo” (cfr pag. 5) è l’incipit della prefazione di Tommaso Romano. “Nino Agnello, continua Romano, è un credente nella parola come manifestazione del profondo, nello spirito, nell’Amore che dall’identità sa inverarsi nell’universalità”( Ibidem).
Con uno stile ammaliante, pur nella sua plastica semplicità, l’autore ci conduce dentro la grande casa dei suoi ricordi, già dalla prima fanciullezza, alla scoperta di un mondo ormai scomparso, di personaggi amati e ormai perduti nella realtà ma non nella memoria, dei suoi spostamenti in giro per l’Italia per seguire la sua carriera di docente, per obblighi familiari o semplicemente per diletto. Ma dovunque andasse “mi seguiva e mi confortava la poesia come compagna sempre disponibile al sostegno morale, all’aiuto per impadronirmi di uno stile personale ( Cfr pag. 29 ).
A darci ulteriore aiuto nel dipanarsi dei suoi ricordi, Nino Agnello ha sapientemente diviso il volume  in tre parti intitolandole Res familiares, Res Amicales e Res Sapientiales, in omaggio alla cultura latina e generalmente classica di cui il nostro si è nutrito l’anima.
Nel libro di Nino Agnello si respira ad ogni pagina un senso di umanità che ha del prodigioso. Ricordando un amico medico, Vincenzo Terrana, così dice a proposito della sua missione : “Sconfiggere l’utilitarismo e lo sfruttamento del dolore altrui: a questo pensava e rivolgeva ogni giorno la mente, e sconfiggere anche il dolore, la sofferenza, anche l’ignoranza: e godeva se altri a ciò si adoperassero.” ( cfr pag. 33)
O ancora “Che vale la scienza se non alleggerisce il peso del dolore, che vale il dono della parola se non toglie ombre dalla mente e dal cuore di chi soffre nelle angustie della tristezza o nel buio dell’ignoranza o anche della sudditanza ?” ( cfr pag. 34) .
Non è difficile trovare echi di foscoliana memoria a proposito del compito supremo della poesia di saper eternare il ricordo di un uomo. Ricordando un altro amico poeta, Gigi Peritore, nell’anniversario della scomparsa: “Per me che lo avevo detto vivente nel mio volume antologico Agrigento in versi, poteva continuare a dirsi vivente …perché così a tutti appariva potendosi ancora quasi sentire il suo respiro, l’alito della sua presenza in mezzo a noi che…risentivamo l’eco calda e pastosa della sua voce, dei suoi versi, della sua prosa.” ( cfr pag. 35) 
Perché l’amicizia, quando è vera e sincera, supera i confini materiali e mortali e si mantiene nel tempo. Diceva ancora Foscolo nei Sepolcri “Sol chi non lascia eredità d’affetti/ poca gioia ha dell’urna” ( cfr vv 42,43).
Tante dunque sono le figure di amici che a vario titolo compaiono nella seconda sezione Res Amicales, da un lato rimpiante ma dall’altro amate come se fossero ancora presenti in carne ed ossa.
Non poteva mancare nelle memorie di un uomo che ha trascorso tutta la sua vita professionale a scuola un capitolo dedicato al mondo dell’insegnamento. È la terza parte Res Sapientiales, dove l’autore fa rivivere i suoi trascorsi scolastici non disdegnando di inserire commenti su fatti personali anche cuiriosi.
Ma la parte più apprezzabile del capitolo è quella in cui Agnello, molto in anticipo sui tempi, lamenta due gravi problemi legati all’insegnamento della letteratura italiana. La prima riguardava gli autori del Novecento non si affrontavano affatto. “Avevo conosciuto colleghi che si fermavano ancora a Carducci ignorando Pascoli e tutto il resto.” ( cfr pag. 79 ) Per questo lui già nel primo biennio introduceva lo studio di autore del Novecento.
La seconda questione riguarda lo studio del testo letterario, in particolare quello poetico,  in maniera analitica e scientifica. I manuali erano ancora fermi alla sola parafrasi ignorando la metrica, la sintassi e l’uso delle figure retoriche.
Così afferma Agnello “Avevo trovato da solo il sistema, per cui per me era un grande piacere farne edotti alunni e anche colleghi vicini e lontani, che lo apprendevano con meravigliato stupore.” ( Cfr. pag. 79) 

A Spazio Cultura "Poesia-Incontro" con Giorgio Barberi Squarotti, Relatori Elio Giunta e Francesca Luzzio, Mercoledì 25 Maggio alle 17:30