mercoledì 13 settembre 2017

Guglielmo Peralta, "La via dello stupore (Ed. Thule)

      di Salvatore Lo Bue

Alle volte, un gesto riassume una vita. E allo stesso modo, una parola riassume una vita. Così è questa soaltà di Peralta: un'attività che si realizza e si compie in un nome, in un neologismo che io penserei di definire come nome della vita, perché è un nome impegnativo, è un gruppo di sillabe che rappresentano una sfida enorme. Perché sogno e realtà, in principio, sembrerebbero contrari, perché una cosa è il sogno e una cosa è la realtà; quando qualcuno non vede bene la realtà si dice normalmente che sogna e quando qualcuno è immerso nella realtà è lontano dal sogno. Eppure, il sogno, con Francisco de Quevedo, Calderόn de la Barca, Cervantes e Gόngora, diventa un elemento fondante della modernità, con una finalmente nuova accezione, rispetto all'idea di sogno che era stata presente nel medioevo e nell'antichità greca e latina, e cioè di un sogno produttivo, creativo. Ed ecco la via principale per comprendere la spiritualità e il senso del discorso di Peralta. Tutto è in un nome.
      Nella Tempesta di Shakespeare, ripetuta da Pirandello nella commedia I giganti della montagna, all'improvviso, qualcuno stabilisce che la tempesta suscitata è una tempesta vera, nonostante non ci sia nessun sussurro, come dice Ariel, delle ossa di coloro che sono naufragati, ma non sono naufragati; che sono in quell'isola prigionieri, ma non sono in quell'isola prigionieri. E come si risolve il mistero? In una magia. Prospero è il mago, ma non il mago come lo intendiamo noi. Egli, come il mago Cotrone del testo pirandelliano, riesce a rendere vere le cose sognate, riesce a sognare ciò che diventerà vero. E da questa prospettiva, alla fine, ci riconosciamo tutti nella nostra vita come in una grande recita, dove le scene cambiano. Quale differenza c'è, allora, tra sogno e realtà; che cosa c'è di vero nel sogno, che cosa c'è di sognante nel vero? Qui siamo in un territorio radicalmente mistico, radicalmente platonico. Ci sono tutti gli elementi della rivelazione presentata nel Fedone e nel Fedro: la bellezza, la visione, lo sguardo, la memoria. E che cosa c'è di più reale delle idee platoniche? Niente, dal punto di vista di Platone, per il quale la ousia, l'essenza, è sostanzialmente questa unità tra sogno e realtà. Noi stessi che cosa siamo, se non questo contrasto tra la mente che sogna e il corpo che non può permetterselo per le sue catene, per i suoi limiti, per le sue tristi sorti. E allora noi abbiamo l'infinito sognare dell'anima e l'infinito perdersi nella realtà del corpo e siamo infelici perché abbiamo diviso l'anima-sogno dalla realtà-corpo. E naturalmente siamo in un mondo in cui, non sognando, il corpo viene o esaltato in tutte le sue follie o distrutto nella sua piena volgarità quando viene a mancare la dimensione del sogno.

      Lo sguardo è il tema di fondo di questa soaltà di Guglielmo Peralta. È un libro molto difficile perché la struttura, incredibilmente e intensamente stilistica, è complessa. Vi è presente una precisa e puntuale capacità di dissolvere le parole nelle loro componenti interne. Così, ad esempio, lo sguardo diventa s-guardo che, in virtù del trattino che separa, isola la «s» dal resto della parola, produce tutta una serie infinita di semanticità nuove. Questa nuova dimensione pensata da Peralta è fortemente e radicalmente mistica, fortemente e intensamente platonica e, al tempo stesso, moderna nella sua struttura originaria, rigorosamente secentesca. A volte, mi ha ricordato certe cantate di Bach perché tutte le scale della soaltà vengono in questo libro analizzate, riprese. Sembrano le pagine uguali, ma sono come le fughe del clavicembalo ben temperato; ci sono fughe una diversa dall'altro. Come sono opposti realtà e sogno, allo stesso modo c'è un luogo, come dice Hegel nella Scienza della logica, in cui l'essere e il nulla coincidono, e questo luogo è il divenire. Ma quale divenire? Non quello storico, perché la storia appartiene a un'altra dimensione, alle cose che sono accadute e non possiamo, perciò, cambiarle. Ma c'è un modo, una dimensione, in cui l'infinita libertà della mente, del pensiero, porta alle cose che potrebbero accadere in un'altra dimensione. Per Hegel, questo luogo, in cui essere e nulla s'incontrano, in cui sono lo stesso, è «il morire». Quanto al luogo, in cui sogno e realtà coincidono, esso è la poesia, è la parola. E la poesia e la parola sono la stessa dimensione della soaltà. La soaltà è l'essenza del poetico; è quello che nel “dvanialoka”, che è il testo fondamentale della poetica orientale indiana, veniva chiamato il «rasa», cioè l'essenza poetica che mette insieme ciò che non è possibile sia messo insieme: la realtà e il sogno. (...) Gli studi di Guglielmo Peralta sono di alta poetica. Tornando alla radice, cioè alla Genesi, dobbiamo renderci conto che tra il Padre e il Figlio c'è la stessa differenza che c'è tra il sogno e la realtà. Perché Dio è il Sogno, il Figlio è la Realtà. Quando si arriva a creare il mondo, non viene detto: Dio creò; quando creò il cielo Dio disse: sia la luce, e la luce fu. Non esiste un creare senza un dire, non esiste un Dio o creatore senza la sua parola, non esiste un padre senza un figlio, ma soprattutto non esiste niente senza l'amore e lo spirito. E quest'amore è ciò che impregna ogni pagina di questo libro di Guglielmo.

giovedì 7 settembre 2017

L'orgoglio e il riscatto del sud

di Domenico Bonvegna

Dopo aver letto e presentato dei testi che evidenziano la distanza netta tra il Nord e il Sud Italia, come “Brandelli d'Italia”, di Romano Bracalini e “Il Sud deve morire” di Carlo Puca, ma anche“Un paese troppo lungo” di Giorgio Ruffolo. Anzi qualcuno rileva pure la superiorità del Nord. Mi appresto a presentare un testo che seppur fa notare, la distanza tra il Nord e il Sud, nello stesso tempo traccia un percorso di riabilitazione del Mezzogiorno. Mi riferisco a “Il Sud Puzza”. Storia di vergogna e d'orgoglio”, di Pino Aprile (Piemme, 2013).
Anche Aprile fa una specie di viaggio nelle regioni meridionali e racconta in 400 pagine come il nostro Mezzogiorno d'Italia, nonostante tutto ha le potenzialità per risollevarsi. Il libro racconta anche nei minimi particolari, come i napoletani, i pugliesi, i lucani, i calabresi, i siciliani, a poco a poco, si sono risvegliati, assumendo quello spirito antagonista, per ribellarsi.“E' la storia di una decisione che ne ha portato con sé molte altre, e che si riassume in un grido di protesta: 'non vogliamo sopportare più'”. Ma che cosa ha fatto ribellare i meridionali? Per Aprile è stata,“La Puzza”, anzi “Le Puzze”. Le puzze di Taranto con l'Ilva, di Gela con l'Eni, della “Terra dei fuochi”, con i veleni tossici, in Campania, con i pozzi petroliferi in Lucania. E' un Sud che rischia di morire di cancro, di leucemia, di malattie genetiche, proprio perchè in certi suoi territori, senza badare all'ambiente naturale, si sono costruite industrie o si è scaricato rifiuti tossici pericolosi.
In tutte queste “puzze”, ci sono intrecci politici e malavitosi, che per Aprile, non sono solo prodotti del Sud, spesso sono del Nord. Tante volte si è parlato e scritto sui mali che affliggono il Meridione, tra quelli più vistosi, non si può trascurare il fenomeno mafioso. Molti hanno scritto che il Sud per decollare deve liberarsi da tutte le criminalità organizzate. Il libro di Aprile, racconta in maniera semplice, come fare per liberarsi da questa malattia, ma anche da tutte le altre che affliggono e tengono prigioniero il Sud.
Pino Aprile è ottimista, forse anche troppo, il Sud risorgerà. Lui ci crede, forse, tra i giornalisti, scrittori, è quello che ci crede di più, si nota in “Terroni” e in “Giù al Sud”. Questo ottimismo nasce dal proliferare di  numerose iniziative, dalle tantissime associazioni, nate per sensibilizzare e contrastare tutto quello che ha affossato il Sud, principalmente, la criminalità. E' ottimista perchè intravede una fitta rete di persone ricostruttori di buona società. E questo si nota principalmente nella “Terra dei fuochi”, in Campania, nella piana del Volturno, dove la puzza ha fatto letteralmente ribellare le varie comunità del territorio. Per Aprile si tratta del più grande avvelenamento di massa in un Paese occidentale. Come minimo, i politici, di fronte a un disastro del genere dovrebbero perdere il sonno. Per il momento, lo perdono i napoletani. Ricordo il racconto di padre Maurizio Patriciello, nel suo “Non aspettiamo l'apocalisse”, Rizzoli (2014), dove scrive che per la forte puzza, non  riesce a prendere sonno. La Campania felix, era una terra ricca,“non c'e frutta, ortaggio  che possa concorrere con quelli coltivati qui, né terra, in Europa, che dia, come questa, sino a quattro raccolti l'anno”. Ora è diventata, infelix. A fianco di questi terreni coltivati, c'è un'immensa discarica, “di migliaia e migliaia di tonnellate e rifiuti tossici e no, ammassati per anni in modo illegale e poi persino legale[...]”. Qui troviamo interessi della camorra, ma anche della grande industria del Nord, “che ha pensato di essere furba e risparmiare, scaricando i suoi scarti tossici attraverso un circuito illegale[...]”. Scrive Aprile, a proposito dei veleni, “oggi in Campania si respira e si mangia diossina in percentuale sino a diecimila volte superiori alla media italiana e ci sono più di 2.500 siti da bonificare, il doppio della Lombardia[...]”. Il tutto in un territorio, in un'area dove c'è la più alta densità di esseri umani per metro quadro, al mondo.
Il giornalista pugliese, nel libro, non può non fare riferimento a don Patriciello, un grande prete, parroco a Parco Verde (non vi inganni il nome).“Siamo diventati sommelier delle puzze: dal colore del fumo (nero: plastica; grigio: polistirolo...) e soprattutto dall'odore, sappiamo indovinare cosa brucia. E, con buona approssimazione, dal vento che tira, pure dove”. Padre Patriciello è diventato un leader involontario delle tante associazioni che vogliono liberare la piana dei veleni. E Aprile, le elenca tutte, ci sono volute 4 pagine. C'è stata una proliferazione di comitati, quello che non è avvenuto in trent'anni, e successo in soli due anni. Aprile alla fine, si chiede:“cosa unisce medici, preti, ambientalisti, attori, economisti, ciclisti, casalinghe, attivisti antimafia...?”. La risposta mi sembra ovvia.
Rimanendo in Campania, il libro di Aprile affronta anche il grosso nodo del famigerato quartiere dei centomila di Scampia a Napoli.“Bisogna essere geni per costruire il caos sociale con tale precisione […] Una perfetta antisocietà civile; o società incivile”. A proposito Aprile scrive:“E' l'immagine del Sud: costruito male, per obbligarlo al male e all'assenza di futuro[...]”.
Il capitolo, dedicato a Scampia, parte dalla manifestazione del Carnevale, tra le strade del territorio. Le associazioni che lo organizzano a poco a poco sono riusciti a coinvolgere gli abitanti. I vari organizzatori legati allo slogan,“Qui si fa la buona Scampia o si muore”, cercano la ricostruzione sociale del territorio. “E' lungo l'elenco dei sognatori, perchè si sappia che non è utopia far bella Scampia”, scrive Aprile. Anche a Scampia l'associazionismo prolifera, anzi qui c'è il più alto tasso di “cure sociali per metro quadro d'Europa”. I religiosi sono i più attivi come sempre. E' una lunga lista, per forza, incompleta, addirittura Aprile scrive: se vi annoia saltate il paragrafo.
Tuttavia anche per Scampia Aprile vede il riscatto, non è un “inferno chiuso, ripiegato su se stesso a consumarsi nel male”. Invece, è innervato da una rete di luci, sono quelle associazioni, come la palestra Maddaloni, dove frequentano oltre cinquecento persone.“E' il sociale concepito come capacità di innovazione, - ha detto Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud - lo stare insieme per costruire regole e progetti comuni. La somma di queste cose può cambiare il quartiere”.
Un intero capitolo è dedicato all'altra “puzza” del Meridione. Taranto, la città più inquinata del mondo. Pino Aprile, conosce bene il territorio, perche c'era, quando è arrivata la più grande fabbrica siderurgica d'Italia, d'Europa. Abitava di fronte e sua madre si accorse subito, cosa significava: l'odore e la polvere nera. “Smettemmo di vivere con le finestre aperte; di passare le notti d'estate sul balcone. Un'unica tinta fra il bruno e il rossastro spento si stese sull'intero quartiere; il nostro mondo perse i colori”. Poi la gente cominciò a morire, di “brutto male”, allora non si diceva di cancro o di tumore. E anche qui il libro racconta delle associazioni di tarantini, nate per salvare la città e la sua gente. Le difficoltà, la fatica, dei vari promotori a far capire, a prendere coscienza agli ignari e distratti tarantini della grave pericolosità dei veleni diffusi dall'industria.
Il capitolo dedicato alla Calabria, prende il nome di “Orgoglio”, forse perchè un professore, un intellettuale, si è messo in testa di reagire, di ribellarsi a certi sistemi. E' Giancarlo Costabile, professore all'università di Arcavacata di Cosenza, uno di destra, che è approdato alla teologia della liberazione di Freire. Ha indetto un corso di studi dove secondo Aprile,“entri terrone inconsapevole e da cui esci terrone consapevole”. Il testo di riferimento è un libro di pedagogia,“La Pedagogia degli oppressi” di Freire. Il professore cambia strategia di studi, non più l'aula, ma bisogna andare a studiare fuori, negli ambienti dove vive la gente, dove si contesta il sistema.  Pare che il corso di studi ha avuto un certo successo, Aprile stesso ha parlato ad una grande folla di studenti.
In Aprile noto un certo fascino per i temi “terzomondisti”, dove si sottolinea la negatività della “conquista” occidentale dei territori dell'America latina. Nel capitolo Aprile racconta il suo percorso nel territorio calabrese, a cominciare da San Luca, alla Piana di Gioa Tauro. Soprattutto espone i viaggi in pulmann, carovane di auto, del professore Costabile con i suoi studenti. Arrivano in cento, duecento.”Tutti in paese sanno e vedono che l'università 'va a lezione' di sana cittadinanza da chi non si piega al boss, che magari è amico del sindaco, del parlamentare, a cui procura voti”. Da questi viaggi dovrebbe nascere, stimolare la nascita di una nuova società. Per Aprile, è la Pedagogia della resistenza che produce qualcosa per la società.
Poi c'è il capitolo della Lucania, “la regione nascosta”, la “colonia d'Italia”. Dove le compagnie petrolifere stanno ottenendo diverse concessioni per estrarre il petrolio. Qui Aprile evidenzia la pericolosità dei vari siti vicini ai centri abitati. Nell'ultimo capitolo si affronta la situazione complessa della Sicilia. In questo caso a puzzare, è soprattutto la costa meridionale.“Un paradiso stuprato dall'industria chimica e petrolifera[...]”. Mezzo secolo di inquinamento, danni genetici, tumori. Aprile racconta come mutò il territorio intorno alla marina di Melilli, fra Augusta e Siracusa. Come hanno eliminato un migliaio di persone, proprio come hanno fatto a Gioia Tauro. Anche qui bisognava scegliere tra lavoro e salute. E poi si passa a Gela, dove si offriva il lavoro a tanti siciliani. Anche qui ben presto si scoprì che l'industrializzazione del territorio, portava guai ben peggiori. Nacquero le associazioni non solo ambientaliste per denunciare il problema.
Il libro di Aprile coniuga molto il passato storico con il presente del Meridione. Ogni tanto apre delle parentesi sulla storia, e riferisce della brutale conquista del Sud ad opera dei piemontesi nel 1860. Fa riferimento ai cosiddetti “briganti”, che hanno lottato contro la militarizzazione del loro territorio. Forse è il giornalista che più di altri ha rivendicato magari confusamente un certo orgoglio meridionale nei confronti del Nord. Aprile denuncia il potere politico che ha condannato il Sud e continua ancora oggi a condannarlo:“alla minorità infrastrutturale (meno strade e rare autostrade, niente treni, pochissimi aeroporti, mentre il resto del Paese ne viene dotato pure con i soldi dei meridionali).
Pertanto dopo aver riscoperto come è stata unificata l'Italia, a tutto danno dei meridionali, sono nati comitati, associazioni, partiti, che pretendono equità e rispetto della verità storica, come quella che riguarda Pietrarsa, presso Napoli, dove c'era la più grande ed efficiente officina meccanica del tempo, dove i soldati nel 1863 spararono contro i lavoratori decisi ad impedire la rottamazione della fabbrica, per favorire la più piccola del genovese Ansaldo.
Aprile sottolinea la pubblicazione, in pochissimi anni di opere che fanno giustizia sulla verità storica della conquista del Sud. Non solo libri, ma anche decine di lavori teatrali che si richiamano alla storia negata, alle stragi patite, ai ribelli che presero le armi e furono sterminati, come l'eccellente festival della Grancia in Lucania. Ormai rileva Aprile, nonostante l'avversione di alcuni cattedratici, all'università, sembra normale presentare tesi e tesine che raccontano un'altra storia, sul risorgimento. A questo proposito mi piace ricordare, quando presentai alla prof di storia, alle superiori, io giovane studente, uno studio di due fogli di carta di protocollo sulla storia della Vandea e dei crimini dei giacobini francesi.
Dopo “Terroni”, scrive Aprile, mi chiedevano:“Quando sarà davvero unita l'Italia?”. Io rispondevo:”Il giorno che ci daremo appuntamento in via Cavour, angolo via Carmine Crocco Donatelli”. Pareva fantascienza proprio in un paese della Puglia, a Villa Castelli (Brindisi), ci si può incontrare fra “Via Garibaldi e via Sergente Romano”.
Pertanto per Aprile, non sono fenomeni diversi quelli della moltiplicazione di comitati, associazioni, dei ribelli positivi sulle questioni ambientali, economiche, della salute, da quelli dei valori  e temi storici. Lo spirito antagonista è lo stesso. Infatti capita spesso che a dare vita ai comitati antimafia e contro le discariche, sono gli stessi protagonisti del recupero della storia nascosta e dimenticata del Sud.




martedì 5 settembre 2017

Carlo Puleo, "Ignazio Buttitta il presente della memoria 100 foto e 18 racconti", (Ed. ISSPE, 2016)

di Maria Patrizia Allotta

 Tu non leggi semplicemente un libro. Tu hai come la sensazione di ascoltare una voce narrante che con pathos racconta le memorie della sua stessa anima, inoltre, contemporaneamente, percepisci riproduzioni figurative che solo l’occhio attento del vero artista può cogliere per poi donarle, nel tempo, a chi sa celebrare l’irripetibilità e l’importanza dell’attimo fuggente.  

Tu non sfogli soltanto un testo. Tu ti perdi in quel magico intreccio fatto di parole e immagini, dove la parola diventa versus, ovvero, viaggio iniziatico, cammino mistico, fede che intuisce la Tradizione rivelata generando l’eterno ritorno, come dire, quasi credo spirituale che sostanzia il divenire dell’esistenza, mentre l’immagine diviene forma del passato, sembianza di ciò che non può essere dimenticato, aspetto vitale, rappresentazione raffinata perché unione d’armonia e redenzione.
Tu non tocchi esclusivamente un’opera artistica. Vai oltre, perché naturalmente riesci ad avvertire l’immediatezza del linguaggio, la lucidità dello stile, l’espressività del semplice idioma, la linearità della tecnica, l’assenza dell’inutile allitterazione, il mancato vezzo retorico, la chiarezza dell’immagine, la preziosità dello scatto improvviso, tutti elementi questi che meglio fanno lambire le emozioni esplicitate, la palese sincerità, la schietta realtà storica raccontata senza inutili infingimenti e, soprattutto, senza quel falso inseguimento delle mode letterarie che spesso involgarisce i testi, banalizza i valori, esaspera il lettore.
Ma non è tutto. Tu non sei in presenza del ricordo dettato dalla sterile cronaca o dall’avulsa registrazione di eventi, oppure dalla estranea individuazione dei fatti, tutt’altro - così come perfettamente suggerisce Stendhal nel suo capolavoro intitolato Henry Brulard dove si celebra l’importanza del “bel ricordo”, o come magistralmente rammenta Marcel Proust in Alla ricerca del tempo perduto dove si officia “il vero valore della rievocazione malinconica del passato perduto”,  oppure come attesta nei suoi Racconti lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa che della memoria ne fa letteratura - tu sei davanti alla sublimazione delle rimembranze che in quanto tali esaltano quelle virtù tanto più comuni quanto più nobili, sei davanti a quelle memorie che riconducono alle origini e alle tradizioni autoctone, sei  davanti a quelle rievocazioni soggettive che si dilatano fino ad abbracciare l’oggettività universale divenendo, forse inconsapevolmente, pneuma vitale per il nostro esserci.
E ancora. Tu non leggi per subito dopo dimenticare, così come molto spesso ultimamente capita. Tu leggi e inevitabilmente annoti, nel cuore e nella mente, l’alto magistero che abbraccia, in buona sostanza, tre insegnamenti fondamentali: l’importanza della ricostruzione storica, la preziosità del rapporto dialogico tra maestro e allievo, la rarità esplicativa dell’arte.
Tre lezioni che - nello spazio di 125 pagine - s’intrecciano fino a formare un tessuto musivo di carattere pedagogico di alta qualità.
La prima lezione, si diceva, è data dall’esaltazione dell’importanza di quella ricostruzione storica capace però di magnificare il mito dell’identità unitamente alla celebrazione delle proprie radici, del proprio ceppo, della propria terra che in questo caso è Bagheria, patria d’illustri artisti tra i quali - tanto per fare soltanto qualche esempio - si ricordano Renato Guttuso, Dacia Maraini, nipote del Duca di Salaparuta, Castrenze Civello, Giuseppe Tornatore e Ferdinando Scianna.
La seconda lezione - che inevitabilmente ci riconduce ai grandi insegnamenti socratici - è data dal dialogo continuo tra un anziano maestro e un giovane allievo.
Il giovane impara, l’anziano educa. L’allievo ascolta silenziosamente, convinto che il vero senso dell’insegnamento è dato dall’occasione di cogliere le virtù di chi conosce di più per intraprendere poi un cammino autonomo che si concretizza nella pratica della libertà; il Maestro, in modo austero, a volte severo, più raramente divertente - facendo leva anche sulla lezione di Rousseau - erudisce indirettamente, ammaestra informalmente, avvia, quasi inconsciamente, verso i difficili sentieri della vita.
Ma, nel leggere le pagine, ciò che più piace è il rispetto reverenziale del discepolo nei confronti del maestro, la sua ossequiosa disponibilità, la devota ammirazione, la fidata stima, la capacità d’ascolto e, soprattutto, la sincera amicizia che lega due generazioni sostanzialmente diverse eppure unita da un unico abbraccio.
Uno spaccato di vita d’altri tempi.
E sembrerebbe, inoltre, che mentre l’anziano educa il giovane al senso dell’umano dando prova della sua stessa poliedrica umanità, il giovane diviene più umano cogliendo l’umanità - a volte sorprendente - dell’anziano.
Infatti, attraverso diciotto racconti e 100 fotografie, l’Autore - che, per dovere di chiarezza è lo stesso giovane-allievo-artista - si diverte a mettere in luce il carattere ora illimitatamente spigoloso, ora infinitamente amorevole del vero protagonista del libro ovvero l’anziano Maestro-Poeta, anche Lui nato a Bagheria nel lontano 1899, uno dei più significativi lirici dialettali del ’900.
Ecco allora che l’anziano Maestro-Poeta viene colto e raccontato dal giovane Allievo-Artista-Autore ora nella sua quotidianità (A putia), ora nella sua straordinarietà (Nelle piazze della Sicilia); ora in qualità di maschilista-erotico (Visita alla casa di Ignazio), ora come esaltatore della bellezza femminile e della grazia del gentil sesso (La poetessa); ora come amante del sapere e della cultura (Una serata con Quasimodo), ora come ammiratore del Cosmo tutto e degli animali in particolare (Il poeta e gli animali); ora come soggetto insolito e burbero (Una recita a Palazzo Butera - Il divorzio dalle sigarette), ora come individuo sensibilissimo, perdutamente innamorato della vita e per questo contrario a ogni tipo di violenza e avverso ad ogni forma di guerra (Quelli del 1899).
La terza lezione, infine, è data dall’amore per l’Arte. I due protagonisti, uno affermato poeta dialettale e l’altro scrittore, scultore e pittore allora ancora in erba, per dirla alla Tommaso Romano, celebrano, entrambi, l’“Arte come l’unica possibile verità capace di promuove e svelare”.
Infatti, l’arte dello scrivere in versi svela l’essenza del Maestro, così la capacità di raccontare e fissare l’immagine attraverso le arti figurative rivela la vera natura dell’allievo il quale, in qualità di Autore, utilizza anche la fotografia che appare all’interno del testo, sia singolare mezzo capace di destare alla mente inesprimibili memorie sia come pregiato strumento capace di rappresentare l’anima di chi fotografa e di chi si lascia fotografare.
Scrive Christian Bobin: “… un libro così denso che, una volta chiuso, esso diventa lettore di se stesso. La sua presenza che ci irradia intorno a noi diffonde una profonda pace. Cosa contiene questo libro? Nient’altro che il perfetto racconto di una vita umana che si dispiega e che ci colpisce”.Ma nel leggere, nel toccare e nello sfogliare il testo intitolato Ignazio Buttitta il presente della memoria 100 foto e 18 racconti - edito dall’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici - tu assisti contemporaneamente al racconto di due vite umane: quella di Carlo Puleo e quella di Ignazio Buttitta.
Il primo è il giovane-allievo-artista nonché Autore del testo sopra menzionato, il secondo è semplicemente il grande Maestro.
  

Non fatevi rubare la speranza

di Domenico Bonvegna

Oggi il nostro tempo sembra fatto apposta per non sperare. Sono troppi i fattori che che impediscono di sperare. Penso al terrorismo islamista, alla crisi economica, alla mancanza di lavoro per i giovani, alla crisi del matrimonio, della famiglia, la crisi demografica. Si potrebbe continuare. Ma si può vivere senza speranza? Il cristiano, l'uomo d'oggi può vivere senza speranza? Risponde alla grande fondamentale questione il cardinale Gerhard Ludwig Muller, in un libro scritto insieme al giornalista spagnolo Carlos Granados, “Indagine sulla speranza”, Cantagalli (2017). Le pagine del libro mettono in evidenza la grande personalità dell'ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, uno splendido esempio di “cristiano credibile”, di un uomo che testimonia con coraggio e chiarezza la propria fede, il proprio pensiero, i propri sentimenti, non censurando ciò che pensa sui temi più importanti che riguardano la Chiesa, la società, il mondo.
Il testo assomiglia molto, già nel titolo, al famoso libro-intervista che l'allora cardinale Joseph Ratzinger, concesse al giornalista Vittorio Messori, “Rapporto sulla fede”, Granados lo ricorda nella presentazione. Peraltro il giornalista spagnolo sottolinea l'amicizia di Muller con il Papa emerito Benedetto XVI e spera che anche questa sua intervista abbia altrettanto successo come quella di Messori.
Il libro è composto di quattro sezioni: I. Cosa possiamo sperare da Cristo? II. Cosa possiamo sperare dalla Chiesa? III. Cosa possiamo sperare dalla famiglia? IV. Cosa possiamo sperare dalla società? Inizia con l'appello di Papa Francesco: “Non fatevi rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù”, ma poi si ricorda che Benedetto XVI, nell'enciclica Spe salvi, del 2007, sosteneva che la crisi della fede nel mondo contemporaneo coincide con la crisi della speranza cristiana. Nello stesso tempo il Papa, facendo riferimento alle due grandi rivoluzioni della modernità: quella francese e quella comunista, spiegava che per colpa di queste ideologie, gli uomini, avevano cessato di sperare, come pure il cristiano moderno. Nell'epoca della modernità, Dio è stato sostituito dalle ideologie, che hanno prodotto false speranze e indotto all'errore milioni di uomini. Oggi, dopo il 1989, venute meno le ideologie, l'uomo è rimasto solo e disperato.
L'opera del cardinale Muller, conferma questa situazione dell'uomo contemporaneo, che non crede più in nulla, neanche nella propria storia personale.
Allora che fare? “Alzare lo sguardo, guardare in alto, dove troviamo il Signore della storia” e soprattutto fare riferimento, come aveva suggerito Benedetto XVI a Ratisbona, ai“quattro movimenti che avevano fatto grande la civiltà occidentale”: il mondo greco, il profetismo ebreo, la fede cattolica e la libertà di coscienza moderna”.
E' necessario elaborare e diffondere un “pensiero forte”, scrive Marco Invernizzi, recensendo il libro sulla rivista Cristianità (n.385; maggio-giugno 2017). Un pensiero che trasmetta certezze, tenendo conto delle fragilità del mondo contemporaneo, delle situazioni di disagio esistenziale di molti giovani e adulti di oggi.
“La nostra società - scrive il cardinale - che si vanta della democratizzazione della cultura e dell'informazione, assiste però impavida alla marginalizzazione di quegli intellettuali che propongono un pensiero forte, alla nascita costante di convinzioni irrazionali e offensive per la loro volgarità, alla diffusione di ideologie distruttive che si impongono con la scusa del politicamente corretto, ai movimenti oscuri di poche persone che detengono il potere economico e che manipolano a propria discrezione le coscienze di gran parte della popolazione”.
A questi intellettuali, uomini di buona volontà, il cardinale sembra consigliare di abbandonarsi alla Persona di Cristo, perchè qui sta la speranza, la Persona che ha il potere di salvare e di offrire la vera felicità che ogni uomo cerca. Quella del cristiano non è una speranza generica, che nasce da una specie di ottimismo, il cristiano spera in Cristo, persona concreta, uomo e Dio.
“Credo che la nostra società odierna – scrive Muller – considerando Dio come metafisicamente non necessario e proponendo un ottimismo che non si basa sulla realtà, stia rendendo ancora più drammatici i problemi che affliggono. Si sta diffondendo - continua il cardinale - uno stile di vita scettico ed edonista, totalmente contrario alla natura dell'uomo, che irrimediabilmente lo danneggia. Basta notare la rassegnazione, oggi tanto diffusa, e la disperazione di tante persone riguardo alla possibilità di trovare un senso alla vita”.
La via di uscita a tutti i problemi dell'uomo moderno, è quella di confidare solo in Lui, non negli uomini. Anche se questo non significa, che dobbiamo diffidare sempre e di chiunque. Il cardinale ci ricorda“che non dobbiamo assolutizzare neanche la persona più onesta che merita fiducia incondizionata”. Pertanto,“Anche il più leale tra gli uomini alla fine muore e ci lascia soli”. Quindi la nostra speranza non deve venire meno neanche davanti ai molti scandali che sembrano travolgere la Chiesa, che, nonostante i tanti peccati gravissimi,“non hanno ostacolato la Chiesa nel continuare ad annunciare con forza il Vangelo [...]”.
Dopo essersi interrogato su che cosa possiamo sperare da Cristo nel primo capitolo, nel secondo il cardinale Muller risponde alla domanda su che cosa si possa sperare dalla Chiesa, che “se è santa nel suo capo rimane peccatrice nelle membra, compresi i vescovi e i sacerdoti”. Muller è molto realistico, accenna che “è nata tradita nel primo collegio apostolico e ha conosciuto periodi tremendi, come per esempio l'Alto Medioevo, per quanto riguarda l'esemplarità dei pastori”.
Subito dopo Muller fa riferimento al grande gesto di San Giovanni Paolo II di chiedere perdono per i peccati commessi dagli uomini di Chiesa, in occasione dell'Anno Santo del 2000. E' stato un grande gesto di purificazione della memoria. A questo proposito l'ex prefetto sottolinea che “sono gli eredi di alcune ideologie che dovrebbero imitare il Papa polacco, chiedendo scusa delle violenze inflitte alla Chiesa durante la Rivoluzione francese o quella comunista, o con le leggi che toglievano i diritti civili ai cristiani, come per esempio nel Messico del secolo XX. Ma ciò non avviene”i
Pertanto i cattolici, nonostante certi errori degli uomini di Chiesa, devono essere“fieri del tanto di vero, di bene e di bello che la Chiesa ha introdotto nella società attraverso l'evangelizzazione”. Inoltre è giusto ricordare l'inculturazione della fede che peraltro può avvenire se vi è una dottrina che a sua volta diventa vita e si incarna nella storia.
Muller è attento a denunciare qualsiasi contrapposizione tra dottrina e vita. “La dottrina cristiana non è una teoria, un sistema come lo presenta l'idealismo o anche un'ideologia, cioè una composizione di idee umane[...]”. Certo il cristianesimo non è una dottrina, ma ha una dottrina e questa deve essere conosciuta, promossa e difesa dagli errori, perché “l'ortodossia è la condizione per la redenzione e per concepire adeguatamente la vita eterna”.
E' una dottrina che è durata fino al 1789, poi dalla “Rivoluzione francese in poi, i regimi liberali e i sistemi totalitari del secolo XX che si sono succeduti, l'oggetto dei principali attacchi è sempre stato la concezione cristiana dell'esistenza umana e il suo destino”. Certo non è che prima in Europa c'era il“paradiso terrestre” e poi è subentrato l'inferno. Anche perchè si rammenta che“non potrà mai darsi la società perfetta”. Tuttavia il mondo occidentale ha conosciuto per due secoli una progressiva disumanizzazione, nonostante il grande progresso materiale. Aggiunge Invernizzi: “La fede è stata aggredita ed è entrata in crisi, finchè la stessa Chiesa ha convocato il Concilio Ecumenico Vaticano II al fine di riflettere e indicare la via per uscire dalla crisi”. Sul Concilio Muller è determinato: la crisi nella Chiesa si manifesta prima del Concilio Vaticano II e i documenti prodotti sono proprio per porre fine a questa crisi. A questo proposito Muller rivaluta il pontificato di Pio XI, che meglio di altri aveva compreso il “nefasto progetto culturale della mentalità laicista”.
Dalla crisi si esce, da una parte esigendo una condotta di vita seria dei religiosi e dei sacerdoti; dall'altra con “la formazione di giovani alla gratuità, alla costituzione di gruppi familiari forti[...]”.
Il terzo capitolo sulla famiglia, vista da Muller come “la realtà sociale che meglio esprime la speranza per l'umanità”. Sempre però se rimane fedele alla sua origine e non cede a quelle tentazioni di ridurre il matrimonio ai desideri soggettivi e ai sentimenti. Oggi si rileva“una pericolosa ridefinizione dell'amore basata sul sentimento, delimitando anche il concetto di famiglia sulla base dell'utilità e della soddisfazione e non in base alla verità accolta nell'intimo di questa esperienza”. E' una visione ideologica, che porta ad una vera e propria“rivoluzione sociale in base alla quale ognuno può determinare liberamente, secondo il proprio capriccio e la propria volontà, il modo di vivere la sessualità che desidera, anche se ciò significa snaturare la famiglia come istituzione basilare della nostra società”.
Peraltro questa ideologia avvalendosi della legislazione penale censura chiunque non accetta questo “diritto alla scelta”, definendolo omofobo e considerandolo perfino un pericolo sociale. Muller chiarisce che i diritti umani si fondano sulla natura, non sui desideri dell'individuo. A chi desidera vivere con tante donne,“questo desiderio non dovrebbe mai ricevere alcun riconoscimento legale, poiché non si fonda su alcun diritto che debba essere riconosciuto come tale dall'insieme della società”. Per il cardinale i cittadini responsabili,“non dovrebbero mai cedere alla pressione intollerabile dell'ideologia del pensiero unico che confonde i desideri con i diritti soggettivi”. Il cardinale pertanto auspica una reazione contro i diversi “modelli di famiglia”, della società occidentale impazzita. La famiglia tradizionale oggi è sotto attacco, soprattutto dalle diverse “colonizzazioni ideologiche” come ama definirli Papa Francesco. C'è un autentico scontro, nonostante molti, anche cattolici, vogliono evitare ogni contrapposizione.
Le nuove ideologie anti-famiglia ci stanno conducendo a un paganesimo precristiano. Del resto per Muller,“non c'è niente di più controllabile di un individuo frammentato, senza veri legami familiari, senza storia e senza altro obiettivo della ricerca del benessere, anche se di scarsa qualità: gli si offre panem et circenses come nell'antica Roma, ma in versione moderna e digitale”.
Ci troviamo di fronte ad una sfida educativa di primaria grandezza. A questo proposito il cardinale ricorda che i totalitarismi del secolo scorso, “hanno sempre tentato di sottrarre alla famiglia questo diritto fondamentale all'educazione dei figli: il Konsomol, la Hitler-Jugend, l'Opera Balilla sono tre esempi chiari di come queste ideologie hanno compreso che la famiglia e il suo grande difensore, la Chiesa, fossero le istituzioni più resistenti alla disgregazione sociale  che loro cercavano di imporre”. Pertanto secondo Muller,“dovremo educare meglio i nostri bambini, i nostri giovani, accompagnarli meglio con la nostra testimonianza di vita”. Dobbiamo prepararli a un matrimonio indissolubile e soprattutto proteggerli “dal sesso inteso come mera occasione di piacere”. Non bastano sei o sette incontri prematrimoniali. Muller nel libro risponde a tutte le domande “calde” inerenti alle questioni del sesso e della coppia, facendo riferimento al documento tanto discusso della “Humanae vitae” del beato Paolo VI.
“Ma chi mai potrà restituire speranza al mondo contemporaneo, tecnicamente disperato, cioè privo di qualsiasi prospettiva per il futuro?”A questa domanda risponde la IV parte del libro: la società.
Qui il cardinale Muller utilizza molto l'immagine usata da Benedetto XVI: la “minoranza creativa”, che a sua volta faceva riferimento al grande storico, Arnold J. Toynbee, che era convinto che per superare la decadenza di una cultura, di una civiltà, “è necessario che nella società sorgano minoranze creative che affrontino la crisi con intelligenza nuova. Esistono oggi queste minoranze?”. Oggi i cristiani, cattolici, che vivono in un mondo che sta morendo possono contribuire a farne nascere uno nuovo, con alcune caratteristiche riconducibili al cristianesimo.
La realtà della minoranza creativa è sempre esistita nella vita della Chiesa, soprattutto nei periodi a cavallo fra due epoche, come poteva essere alla fine dell'impero romano, oppure dopo la Riforma protestante nell'epoca della scoperta dell'America.
Del resto,“La minoranza creativa, opposta all''uomo massificato' è un concetto profondamente evangelico”. Monsignor Muller a questo proposito ricorda l'esempio dei Paesi di frontiera, come la Polonia, la Croazia o l'Ungheria. Popoli con una tradizione culturale di prima grandezza che sono stati plasmati dall'evento cristiano sulla scia della conversione al cattolicesimo dei loro re.
Concludo con le parole del reggente nazionale di Alleanza Cattolica, Marco Invernizzi: “La minoranza creativa può essere un buon modello per i cattolici di oggi, che vivono dentro un mondo che muore, ma che sperimentano anche l'aurora di un altro che nasce”. Invernizzi insiste,“bisogna costruire degli ambienti dentro il mondo moribondo, come lievito che possa far fermentare con il loro esempio, imparando sempre ad attrarre, come spiega spesso Papa Francesco”.
I segni per riconoscere queste minoranze creative sono “la fiducia, il senso di appartenenza, la gioia, la generosità, il riconoscimento della sovrabbondanza di quanto hanno ricevuto, la gratitudine, la responsabilità di lavorare e costruire insieme”. 


domenica 3 settembre 2017

“Mio padre era fascista”, il romanzo del figlio antifascista di un reduce di Salò

di Antonio De Vita 

Pierluigi Battista, nato a Roma nel 1955, è laureato in Lettere moderne all'Università La Sapienza di Roma. La sua attività politica inizia al liceo, nel momento in cui inizia a militare nell'estrema sinistra giovanile. Laureatosi nel 1978, comincia a collaborare con MondOperaio. Continuerà a lavorare come giornalista per L'Espresso, La Stampa, Panorama e dal 2005 al 2009 è vicedirettore del Corriere della Sera.
Sapendo tutto ciò, ci si aspetterebbe che quest'uomo sia nato e cresciuto in una famiglia politicamente rivolta alla sinistra, o visto il periodo e l'età si potrebbe presumere che il padre e la madre siano stati coinvolti nel movimento partigiano. Invece è esattamente il contrario.
Pierluigi è il figlio di Vittorio. Nato a pochi giorni dalla Marcia su Roma, nell'ottobre del 1922, Vittorio, figlio di un reduce del Carso e figlio di un fascista convinto, parte per il nord subito dopo l'Armistizio di Cassibile, reso noto l'8 settembre 1943. Scampato alla pena di morte per pura fortuna, partecipa alla fondazione del MSI nel 1946.
Pierluigi, a distanza di diversi anni dalla morte del padre, trova in casa un diario con annotate tutte le impressioni e le emozioni avute dal genitore durante la prigionia nel campo di concentramento partigiano di Coltano, vicino a Pisa. Insieme troverà alcuni scritti e carte private, sulla base delle quali deciderà di scriverne un romanzo. Mio padre era fascista è stato di recente ripubblicato da Mondadori nella collana OscarMondadori, dopo la prima edizione del 2016.
Nel libro vengono descritte le innumerevoli gite culturali fatte negli anni, gli infiniti "Guarda, quel monumento era fascista, l'hanno sfregiato i vincitori", le visite guidate a Roma, al Colosseo Quadrato dell'Eur, all'obelisco del Foro Mussolini, a Cinecittà, ai vari campi sportivi realizzati durante il Regime.
Quando si andava a Littoria, e non a Latina. Quando si andava a Firenze e, prima di visitare gli Uffizi, si ammirava la Stazione di Piacentini realizzata dall'Italia fascista.
Pierluigi Battista descrive con durezza e severità quell'ideale di fascismo oscuro, non più luminoso e splendente, ma cupo e colmo di ricordi frantumati, di cui quel padre fascista si era innamorato.
La parte iniziale dell'inno del Movimento Sociale Italiano, scritto dallo stesso Giorgio Almirante: "Siamo nati in un cupo tramonto, di rinuncia, vergogna, dolore", esprimeva benissimo l'animo di quel fascismo paterno e per lui "patetico", comune a moltissimi missini, in particolare i sopravvissuti della Guerra, quelli che avevano conosciuto il Fascismo reale e governante all'opera.
E comune anche ad alcuni di questi giovani ventenni che, come Vittorio, furono vittime di due sconfitte, la perdita della guerra e la sconfitta morale: l'umiliazione.
Camminare per le strade legati come bestie, passando assetati tra le strade delle città in festa, con i partigiani che puntavano i fucili e non aspettavano altro che passi falsi per freddarti sul colpo. Chiedere l'acqua a donne che potevano essere le loro madri e ricevere sputi e schiaffi, insulti e offese. Questa in particolare fu la cosa più brutta per Vittorio. Passare da scene in cui la folla ti acclamava, a scene di disprezzo esasperato, consumato pure su dei giovani in procinto di essere internati e, nella maggior parte delle occasioni, uccisi. 
Vittorio raggiunse a piedi, dall'estremo nord Italia, il campo di concentramento di Coltano. Scoprì dopo poco di essere in compagnia di Ezra Pound, l'internato che subì più maltrattamenti ed umiliazioni. Nei diari, Pierluigi aveva letto di acqua razionata per ogni internato e cibo sufficiente per un unico pasto. Botte e digiuno per chi protestava, ma non eri al sicuro neanche se stavi rintanato a scrivere senza menar dito o lingua. Fu il caso di Pound, che, sorpreso a scrivere uno dei suoi libri di maggiore successo, Canti Pisani, venne pestato e rinchiuso in una gabbia che gli impediva il minimo movimento. Poi si sparava a vista, caddero due camerati che, nel vedere il poeta martoriato dalla sete, cercarono di avvicinargli dell'acqua, ma furono freddati. (1)
Vittorio fu baciato dalla fortuna e, anche se ne uscì pelle ed ossa, ne uscì vivo. Certo non immaginava che suo figlio sarebbe diventato un famoso giornalista e fervente antifascista, ma andò avanti per la sua strada cofondando il Movimento Sociale Italiano ed essendo un lettore assiduo del Secolo d'Italia. Almirante era stato per lui un grande amico durante il fascismo repubblichino, ma era stato anche il vero punto di riferimento politico negli anni a venire.
Vittorio Battista morì a poche ore dal funerale di Pino Romualdi e Giorgio Almirante, presenziando all'onoranza funebre e al discorso di Fini. Poi, anziché cenare coi camerati per ricordare l'ex-segretario missino, chiese al figlio, dopo anni di costante gelo, una cena tranquilla, tra padre e figlio. E fu proprio quella sera, dopo che il suo ultimo desiderio fu esaudito, l'esatto momento in cui spirò.
Un rapporto, quello fra Pierluigi antifascista e il padre fascista, che non si riconcilierà mai, se non pochi minuti prima della morte di Vittorio. Non solo per l'opposta posizione e veduta politica, ma per l'accaduto della morte dei fratelli Mattei.
Quando Pierluigi tornò dalla manifestazione in cui aveva difeso l'autore degli omicidi, il padre fascista con furia lo rimproverò e gli sbattè in faccia le prove della colpevolezza di Achille Lollo. Essendo un noto e importante avvocato, aveva avuto accesso alle carte che dimostravano la realtà dei fatti. Un giovane ragazzo e il fratellino piccolo, bruciati vivi perché figli d'un fascista. Fu questo a gelare in maniera permanente e irrimediabile i loro già complicati rapporti.
Pierluigi Battista in questo libro ha criticato in tutto e per tutto suo padre, dal pensiero politico caratterizzato dall'esasperata accentuazione fascista, a quel mondo di ricordi e di rimpianti che lo avevano segnato per sempre.
Ma la critica più grossa, non espressa direttamente nel romanzo, è rivolta a quel desiderio tenero e quasi affettuoso che aveva Vittorio, nel voler vedere se stesso nel cuore e negli occhi del figlio.

Note
(1) La tesi che Ezra Pound sia stato internato a Coltano, implicitamente sostenuta dallo stesso Pierluigi Battista, è in realtà contestata da più parti. Secondo alcuni, Pound non fu mai internato a Coltano assieme ai prigionieri fascisti, bensì poco lontano, a Metato, in quanto cittadino statunitense.

sabato 2 settembre 2017

“Benedici questa croce di spighe…”. Un’antologia di scrittori armeni vittime del genocidio

di Giovanni Lugaresi

“Gli armeni sono sempre stati, lungo i secoli, un popolo-ponte fra Oriente e Occidente, una caratteristica che li ha connotati dall’antichità fino al rapporto privilegiato con la Repubblica di Venezia e all’opera straordinaria di modernizzazione dell’antica cultura, operata proprio nella loro sede nell’isola di San Lazzaro a Venezia dall’abate Mechitar e dai suoi seguaci dell’ordine mechitarista fra Settecento e Ottocento…”.
E’ un emblematico passo, questo, dell’Invito alla lettura di Antonia Arslan (espertissima nella “materia”) a proposito di un libro che definire interessante è poco; diremo coinvolgente, e per più di un motivo. In “Benedici questa croce di spighe…” ci si trova infatti davanti a scrittori armeni vittime del Genocidio operato dal governo dei Giovani Turchi nel 1915, una antologia voluta dalla Congregazione Armena Mechitarista e curata da Suren Gregorio Zovighian e da padre Hamaszasp Kechichian (Edizioni Ares; pagine 240; euro 18).
Vale la pena, volendo dar conto di questo testo, partire però da lontano: dal 1990 con la grande mostra promossa dai monaci dell’abbazia di Praglia al Santo di Padova, una rassegna che trovò nel monaco armeno padre Boghos Levon Zekijan l’intelligente allestitore.
Da allora è stato un cammino progressivo, per così dire, per conoscenze e approfondimenti della realtà armena, nella storia e nel presente, con lo stesso padre Levon a celebrare a Padova la liturgia armena e quindi con varie pubblicazioni, fino al boom (ci si passi l’espressione) dei romanzi di Antonia Arslan (sangue armeno per parte paterna), tradotti in tutti il mondo, premiati e (il discorso riguarda “La masseria delle allodole”) portati sul grande schermo dai fratelli Taviani.
E Antonia Arslan era la scrittrice, più indicata, dunque, per un “Invito alla lettura” della presente antologia, alla cui realizzazione ha collaborato (fra gli altri) un altro studioso assai colto e noto per conoscenze storiche e liturgiche del cristianesimo-cattolicesimo armeno: Giuseppe Munarini.
Nel volume sono presi in considerazioni dodici autori (poeti, prosatori, intellettuali più in generale), in primis Daniel Varujan, del quale proprio la Arslan, con Chiara Haiganush Megighian, aveva curato traduzione e pubblicazione della silloge “Il canto del pane”. Gli altri sono: Siamantò, Rupen Sevag, padre Garabed der Sahaghian, Ardashes Harutiunian, Krikor Zohrab, Rupen Zartarian, Dikran Ciogurian, Tlgadintzì, Hrant, Yerukhan, Kegham Perseghian.
Per ognuno, una esauriente nota biografica, una piccola foto, quindi liriche, o brani narrativi, o ancora lettere.
Deportati, uccisi, come gli altri componenti della élite armena, non di meno, appare più importante ad Antonia Arslan, “ascoltarli, leggendo le loro parole, i loro pensieri, che conoscere le loro storie, che infine purtroppo si somigliano tutte… Si sente nei loro versi l’eco di una tradizione forte, la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medioevali, con i suoi leggendari manoscritti miniati…”.
Tra storia e memoria, sentimento e conoscenze, osservazioni della natura, dei frutti dei campi, senso religioso, si dipanano versi e prose degli autori, nella consapevolezza di una fede profonda, che viene da lontano, e che trova nella croce di Cristo non soltanto un simbolo ma una chiamata alla testimonianza.
“Vengo dal Golgota ansimando./ Aprimi la strada tortuosa che porta da Te./ Metti da parte spine e sterpi feroci,/( e allevia la tenebra fitta della cecità…” E’ l’incipit della lirica “Alla croce” di Daniel Varujan, e dice già molto.
Nella Premessa, del resto, padre Elia Kilaghbian, abate generale della Congregazione Mechitarista, sottolinea il filo conduttore ininterrotto che unisce questi autori tra fine Ottocento e primi del Novecento alla antichità della patria armena, un filo nel quale la componente religiosa (l’ansia di infinito) è tutt’altro che trascurabile.

da: www.riscossacristiana.org